Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

Il biologico sazia la fame di dignità umana

Giovanni Girolomoni racconta la sua esperienza bio, dentro (e fuori) Expo
Giovanni Girolomoni presidente
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Expo: siamo nel cuore del Parco della Biodiversità, all’interno del Padiglione del Biologico e del Naturale. Il nostro viaggio attraversa un percorso che evoca il grande patrimonio del nostro Paese, mentre ci muoviamo tra ambienti che suggeriscono i più bei paesaggi della penisola. Siamo alla scoperta del buono raccontato dai produttori del biologico che fanno grande l’Italia bio. Insieme ai grandi marchi italiani che narrano l’intera filiera del biologico Made in Italy, la nostra ricerca approda nello spazio riservato alle Marche, fra le regioni italiane dal forte profilo rurale (i terreni biologici costituiscono più del 10% della superficie agricola regionale) e più vocate alle coltivazioni bio con oltre duemila aziende agricole e con il numero più alto di punti vendita di prodotti biologici in Italia (16 ogni 100 mila abitanti).

Quale significato assume per gli agricoltori lo slogan Expo “Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita”? Lo abbiamo chiesto a Giovanni Girolomoni presidente della Gino Girolomoni Cooperativa Agricola, di Isola del Piano (PU), fondata nel 1977 (con il nome Cooperativa Agricola Alce Nero, nel 2004 il marchio è stato ceduto e oggi è diventata Girolomoni) da Gino Girolomoni, pioniere del biologico in Italia e scomparso nel 2012 (a seguito della quale, cambia nome in quello attuale). Con i suoi trenta soci e quaranta dipendenti e con i suoi 10 milioni di fatturato annuo e con una quota export pari all’85%, la Cooperativa Girolomoni ha concorso in maniera determinante allo sviluppo del biologico in Italia. A Milano Expo, quale impresa d’eccellenza insieme alle aziende del Consorzio Marche Biologiche, la Cooperativa Girolomoni è presente nell’area espositiva tematica dedicata ai “semi, cereali,  legumi e derivati”.

“L’Expo – racconta Giovanni Girolomoni – doveva essere la grande occasione per cambiare paradigma sul tema dell’alimentazione e dell’agricoltura. Inizialmente, si pensava davvero ad una svolta in chiave sostenibile. Ho constatato, invece, che a prevalere, purtroppo, è stato il cemento  e le grandi opere. Nell’ottica di come è stato realizzato, non può stupirci la massiccia partecipazione di grandi multinazionali quali McDonald’s e Coca Cola alle quali non possiamo certo delegare la discussione o il confronto su un tema che riguarda tutti. Ci sono – continua Girolomoni – alcuni spazi come Cascina Triulza o il Parco della Biodiversità che evidenziano e propongono un modello di sviluppo sociale ed economico che mette al centro il lavoro dei contadini, l’impegno civile e la tutela dell’ambiente”.

Come non sprecare questa opportunità?

Sicuramente ci sarà spazio per dare voce agli agricoltori anche se di contadini non se ne vedono tanti. Le Marche, grazie all’esperienza del Consorzio Marche Biologiche, rappresenta l’unico esempio di filiera avanzata del grano duro biologico in Europa. Accanto agli aspetti che riguardano la produzione agricola, la trasformazione e la commercializzazione, l’obiettivo e offrire pari dignità e valore all’agricoltore, il vero custode del paesaggio. Il rischio più grande, però, è che diventi una figura mitologica. La burocrazia e le normative igienico-sanitarie uccidono soprattutto le aziende piccole. Se negli anni Settanta gli ettari interessati all’agricoltura biologica erano davvero esigui, oggi sono più di 37 milioni in tutto il mondo, dimostrando di essere un metodo di sviluppo valido e affidabile, soprattutto in Italia con i suoi 50mila operatori. Il biologico ha però necessità di ricerca dedicata, di sperimentazione che consentano un aumento delle rese e un adattamento al cambiamento climatico. Dobbiamo lavorare moltissimo per avere le giuste varietà di sementi e recuperare l’autonomia della produzione agricola. Noi da sempre sosteniamo che il biologico è una sfida culturale. E’ necessario promuovere l’agricoltura biologica come uno stile di vita  e non solo come un’opportunità di mercato, altrimenti i risultati che si raggiungono rischiano di essere solo a breve termine.

Ci saranno eventi che potranno affrontare temi così importanti?

Purtroppo non mi sembrano siano in cantiere appuntamenti o iniziative importanti da parte di Expo per parlare di tematiche fondamentali, come agricoltura biologica, biodiversità e sovranità alimentare. La sensazione è che in realtà si voglia far passare un messaggio che solamente l’industria può produrre la quantità di cibo necessaria per sfamare il mondo.
Il tema è più grande di noi e dalle nostre colline, nelle Marche, sembrerebbe presuntuoso parlare di sfide globali con una popolazione mondiale in crescita.
Però, possiamo portare ad esempio la nostra realtà, quello di un modello agricolo che vuole ripartire da qui, dalla nostra comunità, in cui si tenta di saziare anche la fame di dignità umana.

La domanda dei prodotti bio in Europa è aumentata considerevolmente negli ultimi dieci anni. Si fa riferimento soprattutto alla difficoltà degli agricoltori di soddisfare le richieste dei consumatori che devono accontentarsi di biologico importato con standard qualitativi non sempre conformi alle rigide regole europee.

In questo momento di grandi preoccupazione economica, il dato da un lato può essere positivo: significa che le persone sono più consapevoli. Si rischia, però, di perdere l’occasione di partire dal biologico per ricostruire il mondo agricolo. L’Ue sta rivedendo il regolamento, ma al momento è in una fase di stallo.

Nel prodotto biologico si riconosce l’agricoltura del futuro, non solo un alimento sano ma anche un servizio di tutela della salute dell’individuo, dell’ambiente e del paesaggio. Quanti di questi ingredienti troviamo a Expo e che consapevolezza esiste di questi valori?

In realtà, l’industria dell’agrochimica e delle multinazionali delle sementi spingono in una direzione opposta e la loro voce è sicuramente più forte delle migliaia di agricoltori bio nel mondo. Il loro tentativo è quello di far passare il messaggio che la scienza avvalori la tesi degli Ogm e quella dell’agricoltura industriale. In realtà, sono sempre di più gli scienziati, i medici e gli studiosi in generale a sostenere il pericolo della chimica di sintesi, degli ogm con il rischio di una perdita grave della biodiversità. Tutti i cittadini del mondo sono sempre più informati e consapevoli. Ora la scelta spetta ai consumatori: decidere se cibarsi con alimenti di origine agro-industriale oppure con cibi provenienti da una agricoltura sana e naturale. Expo dovrebbe tentare, almeno, di fare conoscere l’esistenza di una diversità di opinioni e di visioni sul tema che propone.

 

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Autore
Si occupa di comunicazione, uffici stampa, story telling e contenuti web per enti e organizzazioni. Ha sempre lavorato nella redazione di magazine in qualità di responsabile editoriale e nell'ufficio stampa per promuovere progetti di politica e cultura territoriale. E' autrice di un testo all'interno dell'antologia "Femminile Plurale. Le donne scrivono le Marche" edito da Vydia (2014) che ha ricevuto una segnalazione speciale al Premio Nazionale Frontino Montefeltro (edizione 2014).
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