Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

Il caporalato esegue gli ordini degli imprenditori

Il sociologo Francesco Carchedi: non si tratta di un fenomeno localizzato solo al Sud
caporalato
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Le cifre sono impressionanti. Se si scorre il rapporto su “Agromafie e capolarato”, elaboratoto dall’Osservatorio Placido Rizzotto per conto della Flai Cgil, si scopre che il fenomeno è allarmante e assai esteso. Prima di parlarne con il sociologo Francesco Carchedi, docente alla Sapienza di Roma e coordinatore scientifico del rapporto, vale la pena riportare alcune cifre che danno l’idea del fenomeno. Intanto la collusione con la Mafia: il peso dell’illegalità e dell’infiltrazione mafiosa nell’intero settore è stimato nell’ultima relazione della Direzione Nazionale Antimafia in circa 12,5 miliardi di euro.

“Sconfortanti – si legge nel rapporto – sono i dati sulla condizione dei lavoratori e le lavoratrici impiegate nel settore agricolo. Secondo la nostre stime sono circa 400.000 i lavoratori che potenzialmente trovano un impiego tramite i caporali, di cui circa 100.000 presentano forme di grave assoggettamento dovuto a condizioni abitative e ambientali considerate paraschiavistiche, anche se negli ultimi anni le denunce sono sensibilmente cresciute.
Dall’introduzione nel codice penale del reato di caporalato (art. 603bis del codice penale) sono circa 355 i caporali arrestati o denunciati, di cui 281 solo nel 2013. Secondo le nostre mappe sono circa 80 gli epicentri dello sfruttamento dei caporali, in 55 di questi epicentri abbiamo riscontrato condizioni di lavoratori indecente o gravemente sfruttato”. Più del 60% dei lavoratori e delle lavoratrici costrette a lavorare sotto caporale – la maggior parte stranieri comunitari e non – non ha accesso ai servizi igienici e all’acqua corrente. Più del 70% presenta malattie non riscontrate prima dell’inserimento nel ciclo del lavoro agricolo stagionale. Poi ci sono le intollerabili tasse dei caporali che sono pagate dai lavoratori e dalle lavoratrici e da tutti noi in termini di mancato gettito per la fiscalità generale. “Solo in termini di mancato gettito contributivo il caporalato ci costa più di 600 milioni di euro l’anno. I lavoratori impiegati dai caporali percepiscono un salario giornaliero inferiore di circa il 50% di quello previsto dai contratti nazionali e provinciali lavoro, cioè circa 25/30 Euro per unagiornata di lavoro che dura fino a 12 ore continuative”.

Professor Carchedi, lei ha coordinato il rapporto su Agromafie e caporalato e mi diceva che ne sta elaborando uno nuovo. Che idea si è fatto del fenomeno e soprattutto come è cambiato il caporalato negli anni?
“Intanto bisogna dire che il caporalato è un fenomeno localizzato su tutto il territorio nazionale. È più presente al sud perché l’economia del Mezzogiorno, soprattutto dopo le deindustrailizzazioni degli anni passati, si basa essenzialmente sulla filiera agroalimentare, dove vi è una forte presenza della mafia e una diffusa illegalità ma ci risulta che anche in Veneto sia emersa quest’attività illegale. Lei mi chiedeva dei cambiamenti. Intanto vorrei sfatare una leggenda: per anni si è dato per scontato che gli italiani fossero meno vulnerabili o comunque più capaci di difendersi. Oggi sta emergendo che non è così. I lavoratori dipendenti in agricoltura sono circa 1,3 milioni, di questi un quarto sono stranieri. Altre 400-500mila sono le persone che lavorano in nero. Gli italiani sono circa un milione, una parte di loro però non è messa in regola in modo trasparente. Cambiamenti? Qualcosa è successo sull’onda di fatti di cronaca tragici, come ad esempio la morte di quella ragazza assunta da un caporale italiano che raccoglieva la frutta, ma non è stata affrontata la questione alla radice. Negli ultimi anni c’é stata una maggiore attenzione da parte delle istituzioni e della politica al fenomeno del caporalato e qualcosa è stato fatto per contrastarlo. Ma non è stato toccato il punto chiave”.

E quale sarebbe a suo parere il punto chiave?
“Il punto è che il caporalato non va preso come un fenomeno a se stante. Sarebbe un grave errore. Dobbiamo guardare alla dura realtà delle cose e capire che il caporale è un mandatario dell’imprenditore, è un esecutore di una catena che ai vertici ha degli imprenditori. Se non capiamo questo non riusciremo mai a eliminare o contenere il fenomeno. Il dramma è che in alcuni casi gli imprenditori cercano di mimetizzare questo tipo di attività e questo non facilita la lotta al caporalato. Purtroppo ci sono casi in cui le agenzie interinali si sono mostrate colluse con il caporalato”.

C’è chi sostiene, penso alla Lega Nord, che gli emigranti avrebbero ingrossato le file dei caporali. Lei cosa ne pensa?
“Vabbè siamo alle solite! Chi sostiene questo mostra di non conoscere il fenomeno e la realtà: l’intermediazione illegale di manodopera è in mano agli italiani, questo ci dicono tutti i dati in nostro possesso. I caporali stranieri ci sono ma stanno agli ordini dei caporali italiani e degli imprenditori italiani. Uno straniero non avrebbe né i mezzi né la possibilità di mettere in piedi un business così complesso. La pianificazione la fa sempre l’imprenditore italiano e spesso preferisce avere alle sue dipendenze caporali italiani che a sua volta si serviranno di manovalanza italiana o straniera. Può accadere che caporali stranieri utilizzino manovalanza straniera ma al vertice della catena ci sono organizzazioni molto complesse. La difficoltà nel combattere questo fenomeno sta nel fatto che i confini tra legalità e illegalità spesso non sono così netti”.

In che senso?
“Esistono in questo fenomeno del caporalato delle zone grigie assai ampie. Le faccio un esempio: può capitare che un imprenditore agricolo assuma 70 persone in regola e trenta fuori regola attraverso il caporalato. Così lavoro pulito e lavoro sporco convivono e si confondono in un opacità difficilmente districabile. In quelle zone grige è più difficile combattere il fenomeno ma se si vuole estirparlo è lì che bisogna intervenire. E questo ci riporta all’inizio della nostra conversazione: pensare che gli imprenditori siano estranei al fenomeno e non i dominus di questa catena al confine tra legalità e illegalità sarebbe un errore fatale. Io faccio il sociologo e mi limito ad analizzare la realtà ma chi deve intervenire sul fenomeno deve sapere come stanno le cose”.

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Autore
Bruno Perini è nato a Milano il 21 novembre del 1950. E’ diventato professionista nel 1987. Giornalista economico finanziario e politico giudiziario, ha lavorato per circa trent’anni al quotidiano il manifesto. Per due anni ha lavorato al settimanale della Rcs Il Mondo. Ha collaborato con Prima Comunicazione, con il Sole 24 ore, con Radio 24 come conduttore della rassegna stampa, con il Corriere della Sera, con l’agenzia Asca.‏
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