Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

Il coraggio che manca

Le lamentele non servono se lo scopo è lavorare per mettersi alla prova. Professionisti e aziende che l'hanno brillantemente superata.
Il coraggio che manca
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L’Italia è un paese che per alcuni versi si potrebbe davvero definire fantastico, da nord a sud.

Si trovano storie come quella di Stefano Caccavari, 27 anni, calabrese, di San Floro per la precisione (provincia di Catanzaro), che raccoglie 500 mila euro creando quella che alcuni in rete hanno già ribattezzato “la più grande startup agricola del mondo”, giusto per dare corpo alla definizione di “paese fantastico” di cui parlo.

Un ragazzo che, dopo aver dato vita al progetto “orto di famiglia”, un progetto “per dare la possibilità alle persone di mangiare in modo sano le verdure di stagione”, pensa di fare una raccolta di fondi tramite crowdfunding per “recuperare la passione dei miei nonni, il grano antico” e  “macinare il grano in purezza” : tutto condensato nel progetto Mulinum.

Si trovano storie come quella di Enzo Muscia, che da Business Unit coordinator, si trova tra i 320 dipendenti licenziati nel 2010 dal gruppo Anovo della filiale di Saranno (Varese). Quando nessuno più credeva nella Anovo di Saronno, lui decide di farlo, forse anche per dimostrare che quello era un grosso errore e ci vede un’occasione. Pochi giorni dopo che il curatore fallimentare dà la situazione per finita, investe ogni cosa che ha (casa, liquidazione) e chiede aiuto agli amici: compra l’azienda che lo aveva appena licenziato e fonda la A-Novo, che in tre anni quadruplica i dipendenti e raddoppia il fatturato. Si trova, di contro, anche un numero indefinito di persone che del lamento hanno fatto il credo della loro giustificazione.

Forse perché in fondo, per noi italiani, il gusto del potersi lamentare senza un vero motivo per poter trovare una qualsivoglia giustificazione a qualcosa che non va è un modo molto più semplice per affrontare una situazione piuttosto che dare fondo a idee per cercare di risolverla. Forse.

O forse perché quello che manca oggi è un po’ di coraggio.

Il coraggio, quella parola che in italiano è classificata come un sostantivo, detta anche forza d’animo.

Il coraggio, quello da sottrare al tempo delle scuse, del “non ho tempo”, del “non posso”, del “non ne sono capace”. Il coraggio, quello da aggiungere al tempo del fare, quello per cui si riscopre il bello del mettersi alla prova, di misurarsi. Vivendo anche la paura di non farcela ma provandoci.

Alcune delle frasi che mi capita spesso di sentire, da alcuni anni a questa parte, sono “Siamo sotto staffati”, oppure “siamo molto presi per i prossimi mesi”. A volte mi sembrano quasi citazioni, imparate a memoria come si impara a recitare un rosario, buone a giustificare qualsiasi situazione.

Il coraggio che manca non è necessariamente quello di ribaltare la propria vita. Tutti abbiamo impegni che vanno da quelli lavorativi a quelli familiari. Storie come quelle citate sopra non possono certo essere all’ordine del giorno perché perderebbero anche della loro originalità.

Il coraggio che manca è quello del dire, dell’alzare la mano.

Il coraggio che manca è quello di voler provare a imparare qualcosa di nuovo, dell’avere la forza d’animo per mettersi in discussione o quantomeno tentare. Il coraggio di riconoscere che, poco alla volta, ci si può provare. Qualsiasi sia la prova che abbiamo davanti. Il coraggio di capire e di capirci. Per poter provare a fare, per poterci provare.

Questo coraggio che a volte viene trovato a volte da alcune aziende con l’audacia di andare contro tendenza e dare input ai dipendenti che alcuni potrebbero considerare addirittura insensati.

Come Vetrya, azienda Italiana di Orvieto specializzata nelle piattaforme di broadband per la distribuzione di contenuti multimediali e servizi digitali ad alto valore aggiunto. Un’azienda che, in rete, diverse persone definiscono la “piccola Silicon Valley” e ancora molti di più, “la Google dell’Umbria”. Azienda che si è quotata in borsa quest’anno e che nella classifica di Great Place to Work Best Workplaces 2016 arriva seconda tra le medie imprese, essendo però la prima esclusivamente e interamente targata Italia.

Come ha raggiunto questo traguardo? Per esempio facendo lavorare i propri dipendenti in un campus di circa 7 mila metri quadrati, dove l’attività fisica è considerata cosa molto importante, data la presenza delle due palestre e dei campi da tennis o di calcetto. E dove altrettanto il riposo e lo svago non vengono sottostimati dal management, data l’area relax in cui riposarsi e i due pianoforti messi a disposizione.

O per esempio con un miniclub a disposizione dei genitori, dove lasciare i bambini dopo gli orari della scuola. O con un pensiero rivolto alle lavoratrici, ospitando un centro estetico sempre aperto e con un occhio alle necessità di tutti (single compresi) con una lavanderia sempre a disposizione.

O forse semplicemente non dando ai propri dipendendoti un diktat di orari di lavoro fissi 9.00-13.00 / 14.00-18.00 ma anzi estremamente flessibili (quanti di voi sono corsi a inquadrare con la mente in questo momento il loro apparecchio di gestione presenze?).

I dipendenti possono completamente autogestirsi. Perché? Semplicemente perché l’azienda – e come sapete l’entità azienda è fatta di persone, non di muri- ha avuto il coraggio di realizzare che risparmiare del tempo per i propri impegni o interessi fa lavorare meglio, rendendo più felici e più produttivi.

Risultati, non tempo.

E allora viene da pensare: se questo coraggio lo ha chi dirige realtà di più e più persone, perché diventa così difficile, a volte, applicarlo in contesti personali più contenuti? incent Van Gogh una volta ha detto: “cosa sarebbe la vita se non avessimo il coraggio di fare dei tentativi?” Forse mancheremo un risultato positivo. Ma quel pezzetto di coraggio acquisito non ce lo porterà via nessuno e, al di là del raggiungimento dello scopo, sarà il nostro risultato più grande.

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Autore
Nato a Milano dove risiede, lavora da oltre 15 anni nell'area Information Technology. Dopo il diploma, incontra una realtà che lo aiuta a crescere nonostante i suoi studi non lo portassero a tematiche IT. Dopo il servizio militare lavora come consulente per brand del fashion luxury, della grande distribuzione e del pubblico. Da oltre 10 anni si è specializzato nel retail, abbracciandone le tematiche IT, dalla progettazione al supporto. Dal 2001 lavora per Swatch Group Italia, azienda per la quale è in costante movimento per l'Italia, e per la quale ha contribuito all'apertura di oltre 60 negozi (monobrand e multibrand per ogni segmento del gruppo).
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