Quindicinale n.47, 19 aprile 2017

Il futuro che ci servirà

La lingua "europea" per le relazioni e l'economia, la formazione scolastica giusta per le aziende: di cosa abbiamo bisogno per il nostro domani
Il futuro che ci servirà
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E’ indubbio che, in ogni paese civile ed avanzato, la scuola oggi rappresenti quello che gli eserciti erano ai tempi delle grandi conquiste. Ne siamo tutti ancora convinti, ma la strada da imboccare per il necessario rinnovamento ci vede divisi e le diatribe e le polemiche che l’argomento suscita, pur essendo un sintomo preciso dell’interesse che il problema riveste, impediscono quegli interventi e quelle realizzazioni che diventano ogni giorno più urgenti.

La scuola allora si muove da sola e da questo organismo, che molti considerano decrepito e in via di disfacimento, nascono iniziative e proposte che sono segno di indubbia vitalità, di voglia di crescere, di desiderio di entrare con sempre maggiore incisività nel tessuto vivo di quel mondo che la giudica spesso una turris eburnea, chiusa alle esigenze del mondo che la circonda.

Cominciare dalla lingua che parliamo, anzi dalle lingue che dovremmo parlare perché l’idea di un’Europa veramente unita non si allontani sempre più rimanendo una chimera, sarebbe senz’altro un ottimo punto di partenza di questo cammino di speranza e di timori per il precario futuro di  quel prodigio di intelligenza politica immaginato dai suoi fondatori.

Cosa si chiede alla scuola

Occorre allora riflettere sui vari aspetti del problema, sull’esiguità del numero delle parole che la maggior parte di noi usa  per esprimersi nella lingua madre, sulle nozioni da pura sopravvivenza che molti italiani hanno ancora delle altre lingue europee, tutte situazioni imputate soprattutto alla scuola e alle sue carenze.

Ma, se è vero che ogni realtà socio-culturale esprime sempre il proprio tipo di scuola, è innegabile che l’interazione che si sviluppa tra queste due forze fa della scuola la principale artefice del tipo di civiltà di un Paese.

E quindi la domanda è: cosa vogliamo oggi dalla scuola? E quindi: quale tipo di insegnamento? Nella frenetica e utilitaristica società post-industriale del nostro tempo è ancora auspicabile un insegnamento che segua i precetti della maieutica socratica che mirava soprattutto a educare i giovani, a trarre da ognuno di loro i tesori nascosti di pensiero e di abilità intellettuale, ad arricchirne la mente e lo spirito non travasando semplicemente contenuti  nelle loro menti  ma rendendoli partecipi della costruzione di un patrimonio culturale il cui valore non è sempre quello di essere suscettibile di utilizzazione o di realizzazioni concrete?

Oppure si chiede alla scuola e quindi agli insegnanti di avere come primario obiettivo la produzione di abilità e competenze specifiche passibili di veloce applicazione pratica?

Pensiamo tutti  che  la scuola ideale debba fornire insieme istruzione ed educazione, svolgendo così il suo ruolo primario  che, a parere di molti, è ancora quello di conservare e rivalutare i valori culturali ed etici che hanno caratterizzato quella civiltà di cui tanto ci vantiamo (anche se non facciamo molto per difenderla), ma desideriamo anche utilizzare in tempi ristretti i migliori prodotti che la scuola sforna per rendere più comodo il nostro tenore di vita, per vivere sempre più intensamente, per aumentare il PIL.

Ma il PIL, come disse Robert Kennedy nel lontano 1968 parlando agli studenti di una Università del Kansas, non tiene conto della qualità della vita della popolazione che non sempre migliora con l’aumento della ricchezza, un incremento che  può addirittura peggiorarla se il prezzo da pagare è, ad esempio, l’inquinamento dell’aria o del suolo.

In tempi di crisi economica come quella che non abbiamo ancora debellato, per favorire lo sviluppo economico la scuola cerca di venire incontro alle esigenze delle imprese che lamentano sempre la carenza di personale qualificato adatto alle loro esigenze, con il proliferare di progetti copiati dalla scuola tedesca, come la ormai famosissima alternanza scuola-lavoro, che non sempre sembrano dare i frutti sperati.

Ad esempio, con quale tipo di lavoro va alternato lo studio del latino e greco che caratterizza il liceo classico? E’ evidente che chi ha scelto un liceo classico e non ipotizza nel suo futuro un lavoro che richieda particolari conoscenze tecniche o addirittura abilità manuali non trarrà particolare beneficio passando ore in ambienti che rimarranno lontani dal suo futuro lavoro.

E’ altresì vero che la Fiat degli anni ’50 mandava in officina per due o tre mesi gli ingegneri appena assunti a fare, fianco a fianco degli operai, il loro stesso lavoro ma lì il fine didattico era diverso. Come si diceva nell’ambiente militare: se non hai fatto il soldato non sarai mai un buon generale.

Cosa vogliono le aziende dalle scuole

Ma cosa vogliono le aziende dalla scuola per il prossimo futuro? Teste pensanti o sandwich di competenze tecniche non gestite dal controllo centrale?

E’ una questione annosa e la risposta delle aziende a quelle (poche) scuole che cercavano di avvicinare i loro giovani studenti al mondo del lavoro già dai banchi è stata spesso ondivaga e la percezione che ne derivava era che non lo avessero chiaro nemmeno loro. Di certo si sono succedute negli ultimi anni diverse scuole di pensiero, da quella che riteneva centrale e prevalente il ruolo delle competenze tecniche, a quella che invece riscopriva le c.d. soft skills o competenze relazionali e manageriali.

Se ci rifacciamo alla saggezza degli antichi, la migliore risposta a questi interrogativi sta in medio come diceva Orazio, e quindi ne quid nimis come ammoniva Terenzio.

Ma è davvero la scelta migliore? Se l’ardua sentenza spetta ai posteri, a noi spetta il compito di prevedere cosa servirà domani. Ma sappiamo davvero prevedere? In realtà, esaminando molti degli avvenimenti più eclatanti degli ultimi decenni, sorgono seri dubbi  in proposito: l’attentato che negli Stati Uniti ha distrutto le torre gemelle e danneggiato seriamente il Pentagono ha colto di sorpresa tutto il mondo, così come il terrorismo di matrice islamica dopo secoli privi di guerre sante. Lo stesso dicasi per la recente Brexit o per la vittoria di Trump, entrambe bollate da subito e sino al giorno prima come improbabili per non dire impossibili.

Ma se non sappiamo più prevedere, non è meglio focalizzarsi sulla capacità di cambiare, di essere curiosi, proattivi e svegli piuttosto che essere capaci di fare cose che magari domani non serviranno già più?

 

(Photo credits: unslplash.com/Joanna Kosinska)

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Autore
Laureata in giurisprudenza a Torino, dove vive dal 1953, lavora per 8 anni all’ufficio stampa della UCID e diventa giornalista pubblicista nel 1963. Per i successivi trent’anni si dedica con passione all’insegnamento, collaborando con riviste di didattica, di diritto ed economia edite da Tramontana e pubblicando vari libri. Nel 1995 diventa Giudice di Pace all’Ufficio di Torino, dove rimarrà per 14 anni, ricoprendo negli ultimi tre il ruolo di Coordinatore. Alla fine del 2009 lascia la carica per sopraggiunti limiti di età e prova ad andare in pensione per la seconda volta. Oggi insegna diritto nelle carceri e non resiste alla tentazione di tenere qualche conferenza in Unitre. Nel (poco) tempo libero riesce anche a fare la mamma e la nonna.
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