Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

Il geniale stratagemma della creatività di gruppo

Le applicazioni non mancano purché ci siano condivisione, entusiasmo e un leader carismatico
La creatività è il miracolo del progresso
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Il 4 ottobre del 1957 fu un brutto giorno per gli Stati Uniti. In piena guerra fredda, ogni americano era convinto che il proprio paese fosse superiore, in misura schiacciante, rispetto all’ Unione Sovietica. Ma quel 4 ottobre si diffuse improvvisa la notizia che i russi avevano lanciato nello spazio un satellite artificiale – il primo della storia – che ora roteava minaccioso sulla testa degli occidentali.
Ciò che veniva distrutto era il mito della creatività americana, alimentata dai mille cervelli giunti negli Stati Uniti per sfuggire a tutte le dittature del mondo e per dare libero sfogo alla propria genialità.
Di lì a poco i motivi di scoraggiamento vennero anche dalle imprese.

Jay Galbraith, un consulente molto corteggiato dalle direzioni aziendali, scrisse sulla più prestigiosa rivista di management: “Le aziende americane sono a corto di idee. Non sono state le imprese produttrici di macchine da scrivere meccaniche a inventare la macchina da scrivere elettrica; non sono state le imprese produttrici di macchine da scrivere elettriche a inventare la macchina da scrivere elettronica; non sono state le imprese produttrici di valvole a inventare il transistor”. E Kenneth Galbraith, l’economista più apprezzato, sentenziò: “È bene che, di tanto in tanto, il denaro si separi dagli imbecilli”.

Da allora il tema della creatività è diventato centrale nella neurologia, nella psicologia, nella pedagogia, nella sociologia e si è cercato di dare molte risposte a temi sulla definizione di creatività, sulla distinzione tra un cervello molto creativo e uno poco creativo, oppure su come mai in alcuni luoghi e in alcuni periodi (si pensi all’Atene di Pericle o alla Firenze dei Medici) esplode una sorprendente creatività e molti altri ancora.

Nel 1938 uno dei padri fondatori della psicanalisi, Carl Gustav Jung, tenne una conferenza sugli istinti umani e ne enumerò cinque: la pulsione a nutrirsi, a procreare, ad essere attivi, a riflettere, a creare. Dieci anni dopo, il grande etologo Konrad Lorenz scrisse un libro sugli istinti animali e ne enumerò quattro: la pulsione a vincere la fame, l’istinto di sessualità, di aggressività, di fuga. Come si vede, alle bestie manca la creatività, caratteristica tipicamente umana, con la quale la nostra specie ha cercato di vincere le otto grandi sfide che la natura da sempre ci ripropone: la miseria, la fatica, la noia, la tradizione, l’autoritarismo, il dolore, la bruttezza e, alla fine dei conti, la morte.
Poiché la liberazione da tutte queste otto schiavitù è stata identificata con la felicità, dunque la creatività rappresenta lo strumento principale con cui gli esseri umani cercano di essere felici.

Ma in che cosa consiste la creatività?

Nel 1843 la principessa Teresa Cristina di Borbone sposò Pedro II, imperatore del Brasile, e la sua nave impiegò tre mesi per portarla da Napoli a Rio de Janeiro. Io faccio spesso lo stesso tragitto, ma in aereo impiego undici ore. Mio nonno viaggiava servendosi più o meno degli stessi mezzi di trasporto di cui si serviva Napoleone che, a sua volta, disponeva degli stessi mezzi usati da Giulio Cesare. Per andare da Roma a Parigi, tutti e tre avrebbero impiegato due settimane. Noi, senza godere dei privilegi di un imperatore, impieghiamo due ore.

Questa forte accelerazione della creatività umana è avvenuta in ogni settore, soprattutto per due motivi: l’aumento della popolazione mondiale e l’innovazione organizzativa. Ai tempi di Giulio Cesare l’umanità intera non superava i 200 milioni di viventi; ai tempi di Napoleone non superava il miliardo; oggi siamo sette miliardi. Di solito, quando si parla di bomba demografica, il pensiero va subito, con grande allarme, ai miliardi di bocche da sfamare. Mai si pensa che su ogni bocca c’è un cervello e che sette miliardi di cervelli rappresentano la più grande massa di materia grigia mai esistita sul pianeta.

Il secondo motivo per cui il progresso tecnologico è diventato così veloce dipende dal modo nuovo con cui abbiamo imparato a organizzare i processi creativi. In passato la maggior parte delle invenzioni era frutto di singoli inventori geniali. Galileo ha inventato il cannocchiale, Stevenson la locomotiva a vapore, Nikola Tesla la corrente alternata, Marconi la radio. Ma i geni sono pochi e, se ci si affida solo ai geni, anche le invenzioni restano poche. Per fortuna l’essere umano è così creativo da avere creato anche un modo nuovo di creare.

Per spiegarmi meglio, la creatività consiste in una sintesi quasi magica di fantasia e di concretezza. Per realizzare un suo capolavoro, a Fellini non bastava la fantasia con cui scrivere il soggetto ma occorreva anche la concretezza con cui trovare i soldi. Fellini, da genio qual era, possedeva l’una e l’altra in grande quantità.
Per ovviare alla scarsità dei geni, si è fatto ricorso a un geniale stratagemma, grazie al quale il progresso ha subìto un’impennata. Basti pensare che Santos-Dumont effettuò nel 1906 il primo volo umano certificato e solo mezzo secolo più tardi, nel 1961, Yurij Gagarin riuscì a compiere la prima orbita ellittica intorno alla terra.

Dalla creatività individuale alla creatività di gruppo

Questo miracolo è stato possibile perché si è passati dalla creatività individuale alla creatività di gruppo. Il genio è una persona rara perché dotata di grande fantasia e, insieme, di grande concretezza, ma nella maggioranza delle persone prevale o l’una o l’altra di queste due qualità. Io, ad esempio, sono abbastanza fantasioso ma tutt’altro che concreto. Tra la metà dell’Ottocento e la metà del Novecento alcuni grandi artisti (ad esempio Hoffmann a Vienna, Gropius a Berlino) e alcuni grandi scienziati (ad esempio Pasteur a Parigi, Enrico Fermi a Roma) quasi senza rendersene conto sperimentarono un metodo che avrebbe rivoluzionato il processo creativo: misero insieme collaboratori dotati di grande fantasia, anche se poco concreti, e collaboratori dotati di grande concretezza, anche se poco fantasiosi. Ottennero così dei “geni collettivi”.
Naturalmente non è facile che un team così eterogeneo produca invenzioni geniali. Affinché persone fantasiose e persone concrete diventino un unico cervello collettivo capace di sviluppare una creatività molteplice e geniale, occorrono tre condizioni: una finalità fortemente condivisa, un leader carismatico, un’atmosfera entusiasta.
Nei decenni successivi la dimensione collettiva del gruppo creativo si è via via estesa. Se fate attenzione, dietro ogni iPhone e ogni iPad c’è scritto a caratteri minuscoli: “Designed in California by Apple, assembled in China”. Ciò significa che quell’oggetto è stato realizzato grazie all’azione congiunta non di uno ma di due gruppi creativi, collegati fra loro a grande distanza. Ormai è globale anche la creatività.

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Autore
Nato in Molise, cresciuto in Campania e in Umbria, si è dedicato prevalentemente allo studio e all’insegnamento. E’ Professore emerito di Sociologia del lavoro presso l’Università “La Sapienza” di Roma. Ha fondato la S3-Studium, società di consulenza organizzativa, di cui è direttore scientifico. E’ membro del Comitato etico di Siena Biotech e del Comitato Scientifico della Fondazione Veronesi. E’ stato Preside della Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università “La Sapienza” di Roma, dove ha insegnato Sociologia del lavoro; Presidente dell’In/Arch, Istituto Italiano di Architettura; fondatore e presidente della SIT, Società italiana telelavoro; presidente dell’AIF, Associazione Italiana Formatori. Ha pubblicato numerosi saggi di sociologia urbana, dello sviluppo, del lavoro, dell’organizzazione, dei macro-sistemi. Dirige “NEXT. Strumenti per l'innovazione” ed è membro del Comitato scientifico della rivista “Sociologia del lavoro”. Collabora con le maggiori aziende e con le maggiori testate italiane.
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