Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

Il Made in Italy ha battuto l’Europa delle ambiguità

L'Italia ha finalmente vinto contro il Regolamento europeo che consentiva di non indicare in etichetta i luoghi di produzione
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Giovedì sera ero un pò più stanco e indaffarato del solito e non avevo ancora avuto il tempo di fare la solita lettura dei tweet. Mi arriva un sms da Paolo De Castro – ex Ministro, economista e ora Presidente della Commissione Agricoltura e Sviluppo rurale al Parlamento europeo, ndr – per complimentarsi e informarmi della grande notizia! Ma quale? Apro e trovo subito il tweet di Paolo e della giornalista Monica Rubino indirizzato a me e a pochi altri, seguiti da valanghe di tweet analoghi di congratulazioni, evviva, bravi. Non ho nessuna remora a confidarvi che ho urlato come al gol di Rivera nel ’70 spaventando mio figlio piccolo vicino a me, né, soprattutto, a confessarvi di aver sentito una stupenda scarica di pelle d’oca salirmi sulle braccia.

La notizia era enorme. Il Governo informava ufficialmente, con un comunicato del Ministero e un altro personale del Ministro Martina, di aver deciso di inviare la semplice (ma efficace) e necessaria notifica alla Unione Europea al fine di modificare il già recepito nuovo Regolamento europeo sull’etichettatura. In particolare per ripristinare l’obbligatorietà dell’indicazione del luogo di produzione dei prodotti.
Noi che ci siamo battuti per mesi a sensibilizzare, stimolare e spingere eravamo riusciti a far fare al nostro governo una cosa incredibile, forse unica. Reagire con decisione ad un’assurda legge europea. Non credo ci siano altri esempi simili recenti. Credo che l’ultimo sussulto di sovranità Italiana risalga alla decisione di Craxi nell’emergenza di Sigonella, giusta o sbagliata che fosse.

E invece uno sparuto gruppo di manager della GDO (in primis Unes, Conad, Coralis) e di imprenditori (mica tanti, in pratica io solo) si era prima trovato d’accordo nel valutare la gravità del tema, ritrovandosi e scatenandosi poi su TW e impegnandosi in ogni dove, con ogni come, per lottare uniti e compatti , ognuno con le proprie forze ma per il comune obiettivo. Riuscendo alla fine ad attirare e convogliare l’attenzione pubblica su un sito, www.ioleggoletichetta.it, per raccogliere decine di migliaia di firme a supporto della relativa petizione. Contatti con istituzioni, politici, ministri, giornalisti tv, radio, stampa. Fino alla meta.
Non dimenticherò mai le due opposte reazioni avute in un secondo: dopo l’euforia, una grande tristezza.

Purtroppo solo una settimana prima avevo patito una brutta esperienza. Un mio follower si era suicidato. Un amico “cibernetico”, mai conosciuto, ma con cui condividevo i tweet sul tema Made in Italy: Claudio Vaccari, un mobiliere del cremonese che si batteva a modo suo, magari un po’ naïf, ma assai tenacemente. Il suo gesto, ovviamente mosso da problemi di altra natura, mi aveva particolarmente impressionato, toccato, scosso nell’intimo, come fosse stato un caro vecchio amico. E avevo quindi twittato: “Peccato, non potrà vedere la nuova legge”. Onore a lui che “hastagava” sempre #IoCiProvo.
Ero certo che sarebbe accaduto, che non poteva essere che così. Che il reato di “istigazione alla delocalizzazione” sarebbe stato riconsiderato. Semplicemente perché ero convinto che nessun politico potesse essere così stolto da rischiare tanti, ma tanti, voti, davanti a un tema così popolare. E così è stato. Onore a Martina per essersi impegnato e aver mantenuto quell’impegno che il 21 gennaio scorso indirizzò via Twitter proprio a me e a ioleggoletichetta comunicandomi di aver predisposto la palla per il passaggio al Mise. Dove tutto poi si fermó. Sono passati 9 mesi, io ne avevo pronosticati sei, ma l’importante è che ci siamo.

A posteriori potrebbe non valer la pena riflettere su cosa sarebbe potuto accadere diversamente eppure sono certo che molte altre aziende avrebbero sempre più delocalizzato, dando altro gas all’inquinante spirale dei licenziamenti, riducendo il potere d’acquisto e poi meno consumi e ancora licenziamenti e così via, fino in fondo.
Forse siamo stati attori e artefici di un passaggio molto più grande di quanto molti non abbiano ancora compreso. C’è ancora tanto da fare, non c’è dubbio, tante altre battaglie per la trasparenza, per la sostenibilità, per l’etica vera, per provare a ridare dignità alle persone attraverso il lavoro. Credo che dei miei circa 7 mila tweet, almeno la metà lo abbia speso sul tema e molte persone, compresa Lilli Gruber nel mio intervento a Otto e Mezzo dello scorso giugno, mi hanno chiesto: “Ma chi ha l’ interesse opposto?” . Ho sempre risposto che l’interesse contrario era proprio della maggior parte dell’industria, non della politica, perché afflitta da miopia progressiva, vedeva di buon occhio la flessibilità del poter decidere di produrre là dove ti porta il soldo e non il cuore, invece di farsi guidare né dall’uno né dall’altro bensì semplicemente dal cervello. E capire quindi che il lasciare senza lavoro i propri consumatori non porterebbe ad altro che alla fine di tutte le aziende: crollerebbe il potere d’acquisto, crollerebbero i consumi. La spirale a cui accennavo prima.

Si parla tanto, nel bene e nel male, di globalizzazione e di competizione globale alla quale non ci si può sottrarre ma neppure ci si può rassegnare e tantomeno facendosi del male da soli. E legittimare la non obbligatorietà di indicare il luogo di produzione sarebbe stato masochismo allo stato puro.
Già noi europei, abbiamo scelto (ma chi ha scelto?) di partecipare al “tavolo da gioco della finanza”, perché di gioco si tratta, con le sue convenzioni, le sue regole, i suoi riti, ma pur sempre un gioco d’azzardo con l’handicap di regole non sempre alla pari visto che a quel tavolo siedono anche Usa e Cina.
Noi siamo gli intellettuali europei, siamo gli snob, siamo gli acculturati e quando la sfortuna ci assale non possiamo semplicemente girarci e prendere un’altra posta: no, ci tocca al contrario alzarci e andare a cercare crediti dagli usurai che gravitano nelle vicinanze del casinó, pagando tassi sproporzionati. La metafora è chiara?

Quindi cerchiamo almeno di giocarci le nostre chances e peculiarità, non di svenderle. E tutti noi italiani sappiamo quanto sia la fortuna di avere un enorme hatù come il Made in Italy. Credo che concentrarsi su poche importanti priorità sia un bene e quindi insisto. Faccio un semplice esempio: se il primo 20% dei consumatori italiani che consuma il primo 60% dei consumi totali si impegnasse a leggere etichette e informazioni e modificasse solo del 10%, ripeto solo del 10%, il mix dei propri consumi a favore delle produzioni italiane anziché estere ( he dovrebbero essere circa 70 a 30) l’Italia ripartirebbe a scheggia, segnando un Pil del circa + 3/4 %. Roba da Cina. Fate i conti. Rileggete con calma. È semplicemente così. Così come è ovvio che l’ultimo decile, responsabile dell’0,5% dei consumi totali, non potrebbe mai farlo, perché non ha né il tempo né i mezzi per informarsi e ancor meno i soldi per permettersi di non comprare il più economico fra gli economici prodotti offerti.

Ma il primo 20% può e deve. In pochi devono ma per il bene di tutti.
Purtroppo aveva ragione il gran Valletta, l’ultimo vero grande manager Fiat, il quale diceva: “Se una legge è buona per la Fiat è buona per l’Italia”. C’è infatti un dato che recentemente spesso sottolineo. Quando lo scorso febbraio si evidenziò un flebile +1% dei consumi, molti illusi gridarono alla ripresa. Deboli del fatto di non sapere quale enorme sia l’errore statistico di tali rilevazioni. Subito dopo e purtroppo prevedibilmente, neanche a dirlo ripartì la decrescita Infelice.
Sebbene io rifugga dalle analisi di dati in sub campioni, e abbia sempre criticato i miei collaboratori che mi evidenziavano dati di sub aree o peggio ancora regioni, notai in quella occasione un dato regionale che saltava agli occhi. La Basilicata segnava un +8,5%. Troppo eclatante per non essere analizzato un po’ meglio. Ma fu semplice capirne le ragioni. Che il dato reale fosse stato +5%o + 11% poco importa, la tendenza era evidente tanto quanto la ragione della stessa. Era semplicemente successo che a Melfi la FCA ( Fiat) aveva assunto 1.500 nuovi operai a tempo indeterminato e forti degli sgravi contributivi dalla legge di stabilità (unico vero grande merito di Renzi) e non certo del Jobs Act. Quelle 1.500 famiglie, mosse dalla sicurezza di un posto di lavoro stabile, avevano semplicemente deciso di fare una vera e propria spesa, non i soliti acquisti centellinati per poter mangiare e sopravvivere.

Conclusione: alla ripresa non serve regalare 80 € una tantum. Serve dare sicurezza sul futuro, permettere progettualità ai lavoratori, ancor più ai giovani. Solo così si riattivano i consumi.
Ho deciso che quando prossimamente cambierò la mia company car comprerò un’auto prodotta in Italia, magari anche se non convinto del tutto e sensibilizzerò, stimolerò, spingerò, costringerò la FCA a rilocalizzare altre produzioni già prima delocalizzate.
Credo che FCA lo abbia finalmente capito. Sono schizzate le vendite di Jeep, Panda e soprattutto 500X – pubblicizzata come “progettata e costruita tutta in Italia” – e da qui le 1.500 assunzioni al sud. I prossimi lanci di Berline e Suv, Alfa e Maserati, se sapranno competere con Audi e Bmw offriranno una grande occasione a chi come me fa parte di quel primo 20% di consumatori. Cosicché con un’unica, sola, decisione potrò modificare il mio mix di consumi e coprire non il suddetto modico cambio del 10%, ma quasi o più del 100% dei consumi medi di quelle due prime fasce di decili (circa 33mila€). In fondo se FCA l’ha capito, è stato proprio Obama a dimostrarglielo, avendo più volte dichiarato “forte e chiaro” che il “Buy American” avrebbe salvato gli USA ( e aggiungendo sul piatto qualche buon contributo a fondo perduto).

Anche in questo maledetto gioco della competizione globale i nostri competitor giocano con altre modalità rispetto a noi. Loro si che si concentrano e privilegiano acquisti di produzioni nazionali.
Se è banale e scontato evidenziare che andando in Germania si vedono circolare solo auto tedesche, perché è ovvio ed innegabile che siano le più belle e le migliori ma non le più economiche, che nessuno mi dica invece che anche le auto francesi sono belle. Eppure in Francia si vedono solo auto francesi. I primi nazionalisti, i secondi sciovinisti, ma entrambi pragmaticamente furbi.
Quando si fa un business plan si deve sempre individuare la “source of business”. Nella competizione globale i nostri rivali non sono i cinesi. Sono la Germania per i beni durevoli e la Spagna per i prodotti di largo consumo. Dobbiamo batterci con loro. Innanzitutto per i nostri consumi interni (una sorta di Pronto Soccorso) e successivamente tentare di batterli nelle esportazioni ( diciamo la lunga degenza).

Sono ataviche, storiche, sociologiche le loro superiorità nei nostri confronti e lo sono sul piano dell’organizzazione i primi e della concentrazione agricola latifondista i secondi. Imbattibili. Salviamoci almeno con le nostre caratteristiche peculiari. Salviamoci, come sempre, da soli.

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Autore
Imprenditore di estrazione “umanista”, inizia la sua carriera nelle ricerche di mercato, che resteranno una sua grande passione. Approda poi al Gruppo Mars, che considera una delle tappe fondamentali della sua formazione. Dopo aver ricoperto la carica di DG di altre primarie aziende del settore alimentare e ittico (Star, Nostromo, Palmera), nel dicembre 2001 diventa azionista di minoranza (dal 2005 di maggioranza), CEO e Presidente di Generale Conserve S.p.A., società che detiene il marchio ASDOMAR. Dopo l’acquisizione di Manzotin nel 2013, sempre nello stesso anno porta a termine anche l’acquisizione di De Rica. Oggi è uno dei maggiori conoscitori del settore del tonno e alimenti in scatola e, a questa esperienza pluriennale, unisce un’innata vocazione al business e un background marketing oriented. È vice Presidente dell’ANCIT - Associazione Nazionale Conservieri Ittici e delle tonnare. Ha 3 figli, ama il teatro, il ‘rumore’ del mare e la musica dei cantautori genovesi.
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