Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

Il mestiere dei cantanti

Quello che conoscono per esperienza diretta
La copertina di «Disoccupate le strade dai sogni» di Claudio Lolli (1977)
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Se raccogliessimo tutti i testi delle canzoni italiane che parlano di lavoro scopriremmo che c’è solo un mestiere che viene raccontato con empatia, calandosi del tutto nella parte e parlandone senza reticenze. Gran parte degli autori delle canzoni, così spesso deficitari e parziali quando si tratta di descrivere il mondo che li circonda dimostrano al contrario una forte capacità di analisi davanti allo specchio: quello che più volentieri cantano, quello per il quale si sfogano, è il loro: il mestiere di cantante.

Non sono pochi quelli che sottolineano l’epica della tournée: tra loro segnaliamo i Pooh di «Pronto, buongiorno, è la sveglia» (1978), che racconta una giornata di viaggio attraverso l’Italia cominciata in un albergo e terminata davanti al pubblico, e «Una città per cantare» di Ron, cover di «The Road», scritta ed incisa nel 1972 dal cantautore statunitense Danny O’ Keefe, poi resa nota cinque anni più tardi da Jackson Browne, e infine tradotta da Lucio Dalla e incisa in italiano nel 1980.

si parlerà del tempo se c’è pioggia non suonerai
quante interurbane per dire “come stai?”
raccontare dei successi e dei fischi non parlarne mai

Come ogni lavoro, anche quello del cantante non è infatti esente da frustrazioni. C’è chi si sfoga come Alberto Fortis, che si permette di dileggiare il discografico romano Vincenzo Micocci in «Milano e Vincenzo» (1979)

Vincenzo io t’ammazzerò, sei troppo stupido per vivere

E c’è chi, come Edoardo Bennato, regala al pubblico un ritratto degli impresari lestofanti nell’immortale evergreen «Il gatto e la volpe» (1978), contenuta all’interno del concept album «Burattino Senza Fili». Le negoziazioni con gli organizzatori di importanti kermesse politiche sono invece al centro di «Sono solo canzonette» (1980):

Gli impresari di partito mi hanno fatto un altro invito
E hanno detto che finisce male
se non vado pure io al raduno generale della grande festa nazionale!
Hanno detto che non posso rifiutarmi proprio adesso
che anche a loro devo il mio successo,
che son pazzo e incosciente sono un irriconoscente
un sovversivo, un mezzo criminale!

Bennato sottolinea come cantare sia un’arte, non un mestiere, e quello del cantautore sia un mestiere che finisca per donargli una libertà ulteriore, quello di potersi esprimere senza mediazioni, pur a costo di rinunciare a carriere ben più prestigiose e remumerative, nonostante le aspettative del pubblico siano elevatissime, e da lui pretendano un comportamento infaticabile ed esemplare, come in «Cantautore» (1976)

Tu sei saggio
tu porti la verità
tu non sei un comune mortale
a te non è concesso barare
tu sei un cantautore

Francesco Guccini, Roberto Vecchioni e Marco Masini puntano violentemente il dito contro le esigenze dei discografici e dei critici, non lesinando di utilizzare un gergo volontariamente sopra le righe. Il cantautore di Pavana, nella sua «L’avvelenata» (1975) de la prende con le pretese dei critici, iniziando con una inaspettata dichiarazione di scoramento:

Ma se io avessi previsto tutto questo,
(dati cause e pretesto) le attuali conclusioni,
credete che per questi quattro soldi,
questa gloria da str***i, avrei scritto canzoni?

In «Luci a San Siro» (1971) Vecchioni è mortificato dalle pretese dei discografici, che vorrebbero racconti di «sesso e prostituzione» (così la prima versione, poi modificata in «donne e buoncostume»), rivelandosi insensibili alle reali esigenze poetiche degli artisti. Marco Masini, nella sua «Vaffan***o» (1993) racconta il lato oscuro di di un mondo a cui si arriva con estrema difficoltà, e nel quale, una volta raggiunto il successo, occorre fare i conti con l’ipocrisia e l’invidia dei critici.

… per uno che ci arriva quanti sono i fallimenti
mi diceva quella gente che s’intende di canzoni
«hai la faccia da perdente, mi dispiace non funzioni:
«Masini, vaffan***o»

L’incontro e le incomprensioni tra il mestiere del cantante e le diverse professionalità della discografia sono narrate in modo disincantato ed esaustivo da Claudio Lolli: nel 1972, appena ventiduenne, Lolli era stato presentato da Francesco Guccini all’attenzione della EMI. Cinque anni e quattro Long Playing dopo aveva abbandonato la sua prima casa discografica: nel primo e unico disco uscito per i tipi dell’etichetta indipendente Ultima Spiaggia racconta, nei versi dell’amara e disillusa «Autobiografia industriale», di quel primo giorno in cui il giovane bolognese che proponeva il suo repertorio nelle osterie cittadine aveva «messo piede alla EMI».

Il senso di straniamento del giovane verso l’ambiente umano della discografia milanese appare totale, dal direttore generale che si presenta con una captatio benevolentiae non richiesta e tesse paralleli tra il dissenso di Lolli e l’Arcipelago Gulag del dissidente sovietico Solzhenitsyn, all’ arrangiatore che ragiona secondo categorie commerciali ed etichetta le sue composizioni come «simpatici valzerini», al tecnico del suono, sprezzante al sentire «una voce da regno dei più, o da festival sotto suolo», fino al fotografo, che giudica la sua una «faccia da fesso».

«Sembravano tutti un po’ scemi», sentenzia Lolli, scambiato per il «garzone del bar», ma l’esperienza gli suggerirà che forse era proprio lui, «l’unico che si prendeva sul serio e restava anche male», a non avere compreso i meccanismi dell’industria culturale, nella quale gli intellettuali sono un prodotto di consumo come un qualsiasi superalcolico.

Playlist

  1. Pooh – Pronto, buongiorno, è la sveglia (1978)
  2. Ron – Una città per cantare (1980)
  3. Alberto Fortis – Milano e Vincenzo (1979)
  4. Edoardo Bennato – Sono solo canzonette (1980)
  5. Edoardo Bennato – Cantautore (1976)
  6. Francesco Guccini – L’avvelenata (1975)
  7. Roberto Vecchioni – Luci a San Siro (1971)
  8. Marco Masini – Vaffanc***o (1993)
  9. Claudio Lolli – Autobiografia industriale (1977)
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Autore
Nato a Bologna il 16 novembre 1969. Dopo gli studi in diritto e scienze internazionali fra Europa e USA si dedica alla storia della musica e del costume. E’ conduttore radiofonico e autore televisivo, coordinatore di comunicazione e immagine, storico e ricercatore. Suo l’Almanacco Panini del Festival di Sanremo. Scrive sul Corriere di Bologna.
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  • Carlo Pentimalli

    Bell’articolo, un punto di vista insolito. Permettimi solo di integrare la tua carrellata con gli immortali versi:
    cosa ci vuole chissàper far successo con la gente
    si prende un filo logico…..importante
    la casa discografica adiacente
    veste il cantante come un deficiente
    lo lancia sul mercato ….sottostante….
    (Cochi e Renato)