Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

Il pendolo che oscilla tra vecchie e nuove competenze

Nel cambiamento dei valori, il bisogno di riscatto è stato sostituito dal bisogno di riconoscimento
Il pendolo che oscilla tra vecchie e nuove competenze
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Dovendo affrontare il tema di come siano cambiati i valori nel mondo del lavoro ma anche nella società, non posso fare a meno di ricordare come viveva il lavoro mio padre, in piena crescita economica, con la terza elementare, partito da “ragazzo di bottega” in una falegnameria forse già a 10, 12 anni per imparare un mestiere.

Quando ero piccolo lo vedevo fare tre lavori, il falegname la mattina ed il pomeriggio, l’operatore cinematografico la sera, il fornaio la notte. Quando sono cresciuto un po’, l’ho visto intraprendere un’attività tutta diversa dai lavori che facilmente riuscivo a descrivere a scuola nei miei pensierini scritti, aveva messo su una fabbrica di fiori secchi.
Oggi si direbbe Ikebana, ma a me sembravano veramente fiori secchi. Se ne vendevano tanti però di questi fiori secchi, moda del periodo; il mio papà è stato bene e noi insieme a lui.

Se movimento c’era, era qualcosa che lo attirava o lo spingeva nella direzione in cui andava. Parlando con lui, non molto a dire la verità, ho sempre percepito un bisogno di “riscatto” verso una situazione che lo aveva posto fra gli ultimi, un bisogno quindi di conquistare un posto nella società forse negato per nascita fin dall’inizio.

Quando è toccato a me, è andata sicuramente meglio. Ho potuto studiare e quando ho potuto scegliere la mia strada, o quella che pensavo che sarebbe stata la mia strada, ho scelto attratto dall’idea di fare qualcosa di buono, combattere le malattie, aiutare tutti a stare meglio. Non è andata poi proprio così, ma ciò che conta è che qualcosa ci muove, ci orienta in tutto ciò che facciamo: questi sono valori o bisogni o, più probabilmente, un insieme dei due.

Non posso negare che insieme al mio valore di aiutare tutti a stare meglio ci fosse comunque un bisogno di riconoscimento forse tanto ampio quanto il primo.

Parlare di valori in generale, nel mondo del lavoro come nella società, è sicuramente complesso.
I valori ci attraggono e, se ci si ferma a pensare un attimo, ci dirigono ad aprirci e protenderci verso gli altri. I bisogni ci spingono ma la direzione è verso noi stessi. Il bisogno è mio e solo mio, indica chiaramente uno stato di mancanza che mi spinge a muovermi per cambiare e per ottenere ciò che non ho in quel momento. Mi condanna al divenire. Schopenhauer ha descritto questo movimento come quello di un pendolo che oscilla fra la noia e il dolore. La noia dell’aver bisogno, il dolore del raggiungimento di quel bisogno e la scoperta di avere ancora bisogno di qualcosa d’altro.

Cito liberamente da un intervento di Marco Agujari, presentato ad un recente convegno sul lavoro.

In uno studio dal titolo The Future of Jobs,  pubblicato dal World Economic Forum in occasione degli incontri tenuti a Davos, in Svizzera, dal 20 al 24 gennaio scorsi, sul tema “Mastering the Fourth Industrial Revolution” si legge a pagina 20, che “In media, nel 2020, più di un terzo dei principali gruppi di abilità (skills) impiegate nelle attuali occupazioni sarà fatto di competenze che non sono ancora considerate cruciali nei lavori di oggi”.

L’informatizzazione e le nuove tecnologie influiscono fortemente nei processi di organizzazione del lavoro generando la necessità di profondi cambiamenti nella forza lavoro esistente, quindi nelle competenze delle persone.Fino a poco tempo fa, ma anche oggi, è stato portato avanti il concetto che la informatizzazione, la automazione, recassero danni alla occupazione riducendo i posti di lavoro. Concetto riassunto in una frase per tutte “Internet distrugge posti di lavoro”.

Quella che viene distrutta, in realtà, è la stabilità delle competenze, non il posto di lavoro. Per misurare tale stabilità è stato creato un nuovo indice, lo skills stability, che determina la tenuta delle competenze che ci rendono indispensabili per alcuni mestieri.

Tanto più sarà alto tale indicatore, tanto più il mio lavoro potrà dirsi “ al sicuro “, pur con una prospettiva temporale comunque delimitata all’ingresso sul mercato di un nuovo software che sarà più bravo e veloce di noi nel coprire quelle abilità che caratterizzano alcuni settori. Di qui la necessità di rinnovare costantemente le competenze.

Sotto tale prospettiva, secondo la ricerca del WEF, a rischio sono soprattutto:
– le professioni del settore amministrativo (tutte le attività burocratiche, di segreteria per intenderci)
– le competenze di operai e artigiani per il settore edile e manifatturiero
– le competenze di chi oggi lavora nel settore bancario e finanziario
– le professioni sanitarie (specie di management)
– le professioni ingegneristiche.

Questi lavori non sono superati: semplicemente appartengono a settori oggi in fase di profonda trasformazione in cui ad esempio i big data assumono un ruolo sempre più centrale e, quindi, è più facile che un manager ospedaliero venga rimpiazzato non da un software, ma da un manager ospedaliero che sappia anche come funziona la data analysis.

Bisogna acquisire competenze nuove, non solo per gestire i software che ci sostituiscono, ma anche per guidare processi ancora non gestiti dalle macchine. Attenzione però, non pensiamo solo a quelle che sono definite le hard skills ma dobbiamo tenere presente anche le soft. Vi sono infatti dei mestieri caratterizzati da specifiche competenze che potremo definire infungibili: la componente psicologica, l’empatia, il pensiero critico, la creatività, la relazione, non potranno mai essere rimpiazzate da un computer o da un semplice algoritmo.

Guardando quindi al futuro, quali valori dovranno entrare in campo fin da oggi?
Il valore di un apprendimento continuo, lifelong learning. Entrare nel mondo del lavoro dovrà significare entrare in un sistema dove dovrò e potrò continuare ad apprendere e crescere. Ma per farlo dovrò operare su di me quel ribaltamento, dovrò fermare il pendolo e fare in modo di trasferire le mie conoscenze agli altri, prendendomi cura di loro e facendole crescere, liberandomi per poter continuare il mio percorso. In passato il valore era indicato nella conoscenza “statica” di una persona che non trasferita costituiva per lui la sua sicurezza.

Meno gli altri sapevano, più lui era certo di tenere quel lavoro. Deve funzionare in modo opposto, più faccio crescere chi è intorno a me e più potrò dedicarmi a conoscere di più ed in modo diverso. In virtù della mia esperienza personale, mi sono reso conto che ho perduto competenze che avevo chiare e fruibili all’inizio del mio percorso lavorativo ma ne ho acquisite altre che mi hanno permesso di raggiungere mete differenti e più appaganti ed insieme a me molti hanno camminato.

Ma questo è solo una parte di un fascio valoriale più ampio che però si potrebbe riassumere, tutto sommato, in poche parole. L’importanza della centralità della persona. Il vero valore quindi nel mondo del lavoro (ma perché non anche in altri contesti) oggi e nel futuro deve essere la persona. Il prendersi cura di chi fa parte di un’organizzazione, perché possa essere messo nelle condizioni di crescere e contribuire al bene di tutti durante tutto il ciclo di vita della azienda che egli condividerà.

Questa è una conseguenza logica di uno scenario futuro più che plausibile del mondo del lavoro che sarà: se il valore sarà la persona, molte cose potranno cambiare. Cambieranno, migliorando, le relazioni interne, la motivazione, lo spirito di appartenenza, gli obiettivi, gli strumenti. E la formazione, nella nuova accezione data poco fa, ne sarà il motore e le skills di ogni singola risorsa umana, anche senior, adeguatamente ri-conosciute, ri-valutate e rinnovate, costituirà il nuovo carburante.

Cambieranno, infine i valori, dando concretezza a quello che oggi è solo contenuto come dichiarazione di principio nei bilanci sociali, nelle carte etiche, nelle dichiarazioni di intento.

[Credits photo: Pendolo di Newton | by encantadissima, Flickr.com]

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Autore
Presidente della divisione PCMC (Paper Converting Machine Company) della multinazionale americana Barry-Wehmiller, laureato in Chimica e Tecnologie Farmaceutiche, farmacista, master in Piante aromatiche e medicinali, studi di finanza, economia, studi di teologia e filosofia, master in Gestione e sviluppo delle persone nelle organizzazioni – Alta Scuola di Psicologia Università Cattolica. Esperto di Lean Production e sistemi qualità, come strumenti di leadership etica e motivazionale. Un background di conoscenze miste, forse anche opposte, ma tutto è pieno di vita e la vita nasce anche dagli opposti, comunque un'anima sempre in viaggio. Ha lavorato in grandi aziende multinazionali per poi approdare alla Barry-Wehmiller nel 2005 dove ha trovato un approccio di leadership in cui si riconosce e che ha contribuito a sviluppare e divulgare. Dal 2005 si occupa soprattutto di persone, all'interno di un ambiente di business competitivo e aperto al mercato mondiale che richiede anche di avere un occhio anche ad altro, ma non si lascia distrarre troppo: dare senso a ciò che le persone fanno sul posto di lavoro è sfida e passione. Una sfida che ha dato alla luce un libro La Morale Aziendale, Ed. Tecniche Nuove 2014. Altri libri in arrivo ma a rilento, perché è arrivato, nel frattempo, anche un bimbo che adesso ha 20 mesi e a cui dedica tutto il tempo possibile. Docente di master della università di Pisa, ha studiato teatro, musica, canto, e si dispiace ancora di aver dovuto rinunciare ad una possibile carriera teatrale per una più sicura laurea in chimica…ma non si sa mai.
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