Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

Il segreto della segretezza in azienda

Non è cultura del controllo, è quasi-goal
Il segreto della segretezza in azienda
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La libertà alla segretezza richiama i concetti di apertura e di chiusura, due estremi dentro cui le aziende spesso rimbalzano in una elastica indecisione e nello squilibrato equilibrio delle opposte polarità. Non spaventiamoci, però, per l’apparente contorsione sintattica: le aziende spesso dimenticano che loro stesse coincidono con chi ci lavora e altrettanto sovente i dipendenti non ricordano di essere l’azienda. La segretezza è un frutto raro, spesso raccolto acerbo e confuso con la non condivisione. La condivisione – mi si perdoni il funambolismo idiomatico – è e deve essere quella degli obiettivi e non soltanto quella dei contenuti, soprattutto quando è opportuno (tutti d’accordo!) che questi vengano ristretti a chi non può fare a meno di conoscerli. La segretezza a quel punto diventa spontanea, fatta di un “non chiedere” o un “non voler sapere” nella consapevolezza del ristretto ambito in cui un dato, una notizia o un’informazione con una determinata criticità deve permanere.

Parlare di cultura del controllo in Italia è improprio. Nel nostro Paese la parola “cultura” è di per sé un termine sproporzionato, persino fuori luogo. Il “controllo”, invece, esiste anche se – quasi fosse fattispecie penale – si manifesta prevalentemente nella forma del tentativo. Fosse ancora vivo il leggendario telecronista Niccolò Carosio, solito commentare con “quasi-gol” le mancate opportunità di andare in rete con il pallone, dovremmo parlare di “quasi-controllo”. Perché quello vero funziona. Senza sbavature. E con poche controindicazioni.

Un’azienda che funziona in maniera armonica non ha bisogno di intromettersi nella condotta di chi presta la propria opera lavorativa. Il controllo è la negazione del rapporto di fiducia che è indispensabile per il perseguimento degli obiettivi e dei risultati più ambiziosi. Se però il controllo si rende necessario per il verificarsi di qualche scorrettezza, è segno che la fiducia non può sussistere e che qualcosa ha incastrato gli ingranaggi del regolare funzionamento organizzativo.

Il controllo sul posto di lavoro può avere anche effetti controproducenti.

Un monitoraggio serrato del corretto impiego dei dispositivi assegnati ai dipendenti induce gli stessi a non servirsi di computer, laptop, tablet e smartphone di cui vengono regolarmente dotati e ad utilizzare analoghi strumenti di approvvigionamento personale. Questo comporta la fuoriuscita di documenti dal contesto protetto che era stato predefinito e l’avvio di una concatenazione di rischi addirittura imprevedibili. Si pensi al furto o allo smarrimento dello smartphone del lavoratore: questo non sentirà nessun bisogno di informare l’azienda pur sapendo che il dispositivo ospitava testi, fogli di calcolo, informazioni commerciali, rubriche e agende che possono essere molto appetibili per la concorrenza o che, comunque, è opportuno non acquisiscano pubblica visibilità o finiscano nelle mani sbagliate. È necessario trovare un punto di equilibrio, consentendo un ragionevole uso privato degli strumenti di lavoro (si pensi alla posta elettronica) purché i “patti” vengano rispettati. È una questione di cultura, non di frusta o di castighi.

In capo al lavoratore non deve pesare l’obbligo del segreto, ma la sensazione che il segreto sia fondamentale e necessario per il bene di tutti.
Basta che il lavoratore venga rispettato perché non si senta in dovere di tradire, perché abbia voglia di contribuire.

Basta questo. Sovente, ahinoi, ci si dimentica di garantire i diritti e non si fatica a franare inesorabilmente.

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Autore
Umberto Rapetto, giornalista, scrittore, autore e presentatore televisivo, blogger, docente universitario, generale in congedo (forzato) della Guardia di Finanza, ma soprattutto una persona perbene. Cinquantaquattro libri, firma dei più importanti quotidiani e periodici, tre lauree, la voglia di restare bambino, la fortuna di riuscirci.
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