Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

Social business, far-west e sviluppo digitale (in azienda)

Le aziende di fronte alla sfida all'O.K. Corral della digitalizzazione
Far West-erprise
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Al mercato coperto sotto casa ci sono le rezdore che controllano su giallozafferano.it come cucinare la radice di bardana e si scambiano selfie con le amiche per far conoscere il nuovo baretto minimal chic che ha aperto all’angolo.

Le stesse rezdore che, poco dopo, sedute al baretto leggono le Cinque notizie utili da sapere prima di iniziare la giornata che Internazionale ha pubblicato su Facebook e che chiedono a marito e figli su Whatsapp chi ci sarà a cena e se hanno voglia di una pizza da prenotare su Justeat.

Sempre quelle che, adesso, se ne vanno dopo avere pagato la colazione e avere dato una stella su Tripadvisor al baretto recensendolo come “caro e con troppe pretese”.

Niente di nuovo, cose già viste. Noia.

Sarà per questo che la mattina, quando entriamo nelle aziende per lavorare, ci corre un brivido di eccitazione lungo la schiena: perché sappiamo che lì la rivoluzione digitale non è ancora arrivata e che dovremo prepararci all’avventura se vorremo riuscire a fare un po’ del nostro lavoro.

Nessuno strumento di comunicazione per parlare ad un gruppo ristretto di persone, nessuna possibilità di conoscere cosa stia succedendo di importante in questo momento in azienda, nessuna fonte di informazioni certe e aggiornate a cui attingere, nessuna possibilità di conoscere la reputazione dei colleghi che non si sono mai incontrati, niente lussi e comodità.

Questo è il mondo che ci rassicura più del Jobs Act a tutele crescenti, un mondo dove se vuoi sopravvivere devi esserti allenato per anni, dove arrivare a sapere chi siano le persone giuste a cui rivolgersi richiede pazienza e capacità di spionaggio, dove quelli entrati in azienda dopo di te avranno sempre uno svantaggio.

Questa è la sicurezza che dà felicità.

Se non fosse che quelli entrati negli ultimi anni si sono portati gli smartphone da casa e hanno cominciato ad usarli anche come strumenti di lavoro, utilizzando le stesse app che utilizzano nel tempo libero, e che tra loro hanno cominciato a costruire delle reti, coinvolgendo anche alcuni vecchi colleghi che hanno condiviso trucchi e conoscenze, diffondendo una cultura della collaborazione e della reciprocità che sta corrodendo il modo di lavorare dall’interno.

Ci si sono messi anche i clienti, che riuscivamo a tenere a debita distanza grazie ai fax e alle raccomandate che gli chiedevamo di inviarci per ogni richiesta di informazione. Adesso vogliono sapere qual è il nostro account Twitter per il servizio clienti, dove possono rimanere aggiornati su Facebook per i nuovi prodotti e servizi, quale gruppo LinkedIn seguire per dimostrare le proprie competenze come candidati per l’assunzione, come comprare senza dovere passare in un nostro punto vendita.

Sarà per questo che in alcune aziende hanno nominato dei responsabili dello sviluppo digitale che hanno già cominciato a farsi i primi nemici tra gli informatici, ultimi paladini della sicurezza aziendale, che non  vogliono dare accesso libero alla rete proprio come i capitani della guardia non volevano abbattere le mura delle cittadelle, che poi rischiavano di diventare le metropoli insicure che oggi conosciamo; che hanno già rafforzato un fronte interno di manager che si trincerano dietro la progressione ridotta al lumicino degli utili aziendali, “ma non vorremo mica anche soffiarci sopra?”; che presentano nuovi modelli di business alla proprietà basati sul rafforzamento della relazione con i clienti e sullo sviluppo di nuovi prodotti disegnati sui loro bisogni e identificati grazie all’analisi dei comportamenti sulle piattaforme digitali pubbliche.

Il piano dei nuovi responsabili dello sviluppo digitale è chiaro: passare dal telegrafo e dalla ferrovia del Far West allo sviluppo di una nuova infrastruttura aziendale che faciliti le comunicazioni nelle sue diverse forme e renda adattabili i processi aziendali alla variabilità del mercato e al nuovo contesto sociale.

Non è una infrastruttura intesa in senso informatico, o almeno non solo, ma è un nuovo modello organizzativo realizzabile solo e unicamente grazie alle caratteristiche del digitale: la possibilità di connettere, comunicare, condividere e collaborare indipendentemente dal tempo e dallo spazio fisico.

È uno strato digitale che si integra con l’azienda reale permettendo alle persone di fare cose che prima erano impossibili.

Ad esempio di sviluppare un nuovo modo di fare banca in soli tre mesi, grazie ad un gruppo di trenta persone che lavorano prevalentemente in filiale e che si sono incontrati fisicamente solo quattro volte (Gruppo BPER); o di realizzare campagne promozionali mensili che hanno superato le aspettative e i budget grazie alla messa a punto collettiva data dal contributo di più di 900 dipendenti (Gruppo Ottica Avanzi); o di creare uno spazio di collaborazione tra più di 200 operatori finanziari di banche diverse dove creare nuove opportunità reciproche di business (Iccrea banca); o di permettere ai membri dei gruppi assembleari regionali di continuare ad assumere, sulla base del confronto continuo con i colleghi e i collaboratori, le decisioni necessarie, ovunque siano (Assemblea Legislativa della Regione Emilia Romagna).

In tutte le aziende dove la trasformazione digitale sta realizzandosi, non senza fallimenti e difficoltà, le lezioni imparate riguardano tre punti chiave: l’infrastruttura a supporto del modello organizzativo di business, lo sviluppo di competenze specifiche, il consolidamento della cultura aziendale; e proprio su quest’ultimo punto sono caduti anche i migliori progetti, perché se il cambiamento deve essere organico e sovrapporsi, non sostituirsi, all’organizzazione esistente, la nuova cultura deve partire dai valori e dai comportamenti condivisi e riconosciuti da tutti se non vuole dovere lottare con gli anticorpi di ogni singolo collaboratore.

Ma torniamo al nostro mortificato barista sotto casa che nel frattempo, se al passo con i tempi, avrà già commentato la recensione scusandosi con le rezdore, a cui avrà offerto un #cappuccinoecornetto nel caso in cui volessero accedere ancora una volta al suo wifi libero. A seguire selfie, gruppo su Whatsapp e commenti su Facebook.

P.S: Nessun termine inglese è stato maltrattato per la scrittura di questo testo, escludendo Jobs Act, già massacrato da altri in precedenza.

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Autore
Giuseppe Leoni, social business practitioner dal 2007, è managing partner di e:lab. Esperto di progettazione organizzativa e nuovi modelli di business sia in ambito pubblico che privato. Dopo una lunga esperienza aziendale nello Sviluppo Organizzativo, dal 1998 ha avviato alcune società di consulenza in ambito Risorse Umane, Organizzazione, Marketing e internazionalizzazione. Oggi è impegnato nello sviluppo di soluzioni di Social/digital Enterprise per banche e aziende multinazionali e nello sviluppo di modelli di Collaborative/sharing Economy per Enti Pubblici e organizzazioni no profit. Contributore nel Laboratorio sul Social Business di ASAM Università Cattolica del Sacro Cuore e co-ideatore e sostenitore del Laboratorio Mode2 sul Social Business & Management della Fondazione Marco Biagi dell’Università di Modena e Reggio Emilia
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  • Alessandro Zavone

    Grandissimo, nel senso analogico del termine!
    Postato sul mio wall Linkedin, ma fatto mio sulla pelle.