Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

Il valore della segretezza

L'Italia in rapporto al culto su cui si fondano le sue istituzioni
Il valore della segretezza
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Colgo l’occasione del tema che abbiamo scelto su questo numero, “Voci di Corridoio” – dove si parlerà anche di segretezza, riservatezza, privacy e trasparenza – per allargarmi un po’, forse un po’ tanto, e offrire alcuni spunti di riflessione su un tema complesso che riguarda la segretezza e l’opacità.
Negli anni ‘80, giuristi ed economisti discussero ampiamente del binomio segretezza-trasparenza ma poi il sipario calò. La ragione per cui ho proposto di gettare un sasso nello stagno su questo tema, che a prima vista potrebbe sembrare astratto e concettuale, sta in una considerazione più generale ormai caduta nell’oblio ma ancora ben presente: la cultura economica, politica e giuridica del nostro paese è fortemente impregnata dalla opacità e il culto del segreto ha permeato per decenni tutte le istituzioni civili, politiche e religiose.

Gli esempi non mancano: se ci soffermiamo a riflettere solo un attimo sulla nostra cultura, ci rendiamo conto che i cardini sui quali si è costituita la attuale società politico-economica sono almeno tre: il segreto bancario, il segreto istruttorio, il segreto confessionale. Tre pilastri che poi hanno dato vita ad alcune diramazioni importanti come ad esempio il segreto di Stato o il segreto militare.

Non voglio sostenere che questa cultura del segreto sia la responsabile di tutti i mali del nostro Paese, nè voglio confondere segretezza con riservatezza e privacy, valori fondanti nelle democrazie che vanno tutelati e difesi, ma non si può negare che per anni in tutti gli ambiti della politica e dell’economia, dai mercati finanziari alla gestione della cosa pubblica, la trasparenza sia stata prigioniera di una diffusa cultura del segreto.
A questo proposito mi piace ricordare il contributo fornito da Guido Rossi che nelle sue opere, a partire da un saggio degli anni ‘80 dal titolo suggestivo “Trasparenza e vergogna”, ha sempre messo a nudo l’opacità dei mercati finanziari italiani, l’opacità delle imprese italiane nella gestione dei bilanci, l’opacità del mercato borsistico e ancora l’opacità del sistema bancario cresciuto all’ombra del segreto bancario. Soltanto oggi i trattati internazionali con la Svizzera tolgono un velo alla tutela dell’identità ad ogni costo e alle nefandezze che nascondeva ma per decenni quel segreto ha coperto fenomeni di riciclaggio di denaro di provenienza illecita e molte altre illegalità.

La segretezza, dunque, non è soltanto un’astrazione intellettuale ma è spesso stata un’incarnazione nelle principali istituzioni politiche e civili a danno della trasparenza. Guardiamo cosa sta accadendo in questi giorni a Roma. Se leggiamo tra le righe lo scandalo politico giudiziario che sta devastando in tutto il mondo l’immagine di Roma con l’inchiesta “Mafia Capitale”, ci rendiamo conto che alla base della corruzione che ha terremotato il Comune c’era una politica etero guidata da gruppi di interesse che gestivano il denaro pubblico come una società occulta. Decidevano appalti, commesse, tangenti come se fossero un super potere segreto. Il falso in bilancio e la creazione dei fondi neri non sono forse l’esempio più evidente della cultura del segreto? D’altronde, gli inquirenti delle inchieste di mafia sanno bene che la ritualità più importante di Cosa Nostra è proprio il segreto. E che, fino a quando non è caduto il velo di quella segretezza, la lotta alla mafia non ha fatto passi avanti. Gli stessi poteri occulti che negli anni ‘80 l’hanno fatta da padroni – mi riferisco ad esempio al fenomeno della P2 che aveva permeato di sé gruppi editoriali e istituzioni politiche – sono l’immagine più plastica dell’abuso della segretezza al fine di gestire poteri paralleli a quelli costituzionali. Lo stesso lavoro nero è l’esempio più evidente della cultura del segreto.

Una cultura come questa, si sa, richiama il suo opposto: la trasparenza. Un tema altrettanto complesso che in questi anni ha impegnato giuristi, politici e filosofi al fine di modernizzare la nostra cultura economica e giuridica. Saremmo ingenerosi se sostenessimo che in tema di trasparenza non è stato fatto nulla. Ad esempio nei mercati finanziari sono state fatte riforme di grande rilievo come quella sulle Opa che ha reso più trasparente il mercato delle acquisizioni societarie, consentendo un eguale trattamento dei risparmiatori sul mercato. L’altra grande opera di trasparenza è stata fatta sull’insider trading con l’introduzione nel codice penale italiano, nel 2007, del reato che punisce chi fa uso personale di informazioni finanziarie ottenute segretamente al fine di arricchirsi, come avviene da decenni negli Stati Uniti: un modo per evitare che la segretezza delle informazioni premi chi ha contatti privilegiati e per rendere così più trasparenti gli investimenti e le informazioni.

La trasparenza dunque ha fatto molti passi avanti dal punto di vista legislativo, soprattutto nell’ambito dei mercati finanziari. Ampie zone grigie, tuttavia, restano ancora nella gestione della cosa pubblica, ovvero nella politica. I fatti di cronaca giudiziaria e politica degli ultimi anni e degli ultimi mesi ci raccontano, come abbiamo visto, che la cultura del segreto è ancora ben presente nelle istituzioni, sia nazionali che locali. E che è forse da lì che bisogna ripartire per togliersi di dosso quella “vergogna della segretezza”.

[Credits immagine: Christian Weidinger su Flickr]

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Autore
Bruno Perini è nato a Milano il 21 novembre del 1950. E’ diventato professionista nel 1987. Giornalista economico finanziario e politico giudiziario, ha lavorato per circa trent’anni al quotidiano il manifesto. Per due anni ha lavorato al settimanale della Rcs Il Mondo. Ha collaborato con Prima Comunicazione, con il Sole 24 ore, con Radio 24 come conduttore della rassegna stampa, con il Corriere della Sera, con l’agenzia Asca.‏
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