Il welfare che dovrebbe esserci

Il welfare in azienda non dovrebbe essere un espediente per risparmiare sul bilancio, ma una visione aziendale mirata a sostenere i lavoratori dentro e fuori dall'impresa.

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Di welfare se ne sente parlare sempre di più, sempre allo stesso modo: il welfare pubblico non funziona; per questo deve intervenire il welfare privato, tramite l’erogazione di buoni pasto o buoni benzina, oppure con il rimborso dei libri scolastici, le polizze assicurative che coprono le spese sanitarie. O in alcuni casi la palestra, che fa tanto best place to work, anche se spesso è vuota e la polvere è l’unica cosa che tocca i bilancieri.

Il welfare aziendale

In Italia, quando si parla di questo argomento, si fanno molti esercizi contabili, e il piano di welfare viene messo in campo perché conviene convertire i premi di produzione: così si pagano meno tasse e pesano di meno sul bilancio. Dalle discussioni con molti imprenditori emerge un atteggiamento desolante, che denota l’incapacità di comprendere la potenza di uno strumento come quello del welfare aziendale.

Si parla di welfare, ma si fa economia aziendale. Un po’ come avere una Ferrari e non mettere mai la seconda: avere il macchinone, ma solo per fare bella figura, per riempirsi la bocca di parole prive di un riscontro pratico. L’impressione è che molte imprese, tramite il welfare, siano diventate passiva compensazione di quello che manca, di ciò che lo Stato non riesce più a offrire ai cittadini – e cioè una riduzione delle imposte. Tutto qui.

Il Web trabocca di instant book sull’argomento che si limitano a descrivere statisticamente ciò che sta accadendo; numeri che sicuramente sono utili, ma sterili se non si guarda oltre i confini del diagramma, della tabella, dell’articolo che non azzarda quasi mai un’analisi più approfondita. Ma i dipendenti davvero vogliono un welfare con la forma di un buono pasto, o vorrebbero qualcosa di più?

Discussioni da Nobìlita: il welfare secondo Alessandra Stasi

Di questo e altro si è parlato a Nobìlita, il festival del lavoro che si è svolto a Bologna il 23 e il 24 marzo. Al “welfare che non c’è” è stato dedicato un intero panel di discussione, il primo della seconda giornata. Non a caso, vista l’importanza sociale e aziendale del tema. I relatori hanno riportato le loro esperienze, momenti di confronto interessantissimi con uomini e donne che vivono l’azienda ogni giorno, e che ogni giorno convivono con le criticità e le problematiche che l’impresa porta con sé, proprio perché fatta di persone, e non solo di dati statistici.

Il bell’intervento di Alessandra Stasi, HR Manager di Barilla, ha descritto quello che secondo lei dovrebbe essere il welfare. Ha mostrato il pensiero di un’azienda che è grande non solo nelle dimensioni, ma anche nello spirito, perché “dove c’è Barilla c’è casa” è uno slogan che vale dentro e fuori dai muri della produzione e degli uffici. Parlando con Alessandra ti accorgi che si tratta di una parte integrante della filosofia aziendale, ed è proprio per questo motivo che il welfare lo vede in maniera diversa. Perché lo riconosce per quello che è: lo strumento di engagement più potente oggi a disposizione degli imprenditori.

Il welfare c’è quando c’è people care, ovvero quando ci si prende cura dei lavoratori cercando di migliorare la loro vita anche quando non lavorano. Il concetto di welfare è quello di benessere a tutto tondo. Un fattore che dovrebbe essere prioritario nella vita dell’azienda, perché se le persone stanno bene allora migliora tutto il contesto. Anche i conti. “È il modo – così lo spiega lei – di rendere fertile un substrato su cui far sbocciare le cose; si tratta di lavorare sugli incroci tra vita privata e lavorativa. Un benessere diffuso dentro e fuori dall’azienda, sia personale che fisico, senza niente a che vedere con la palestra aziendale: si può tradurre nel pensiero rivolto sempre alle persone”.

E le PMI?, le chiedo. “Manca un cambio di mentalità”, mi risponde, “un passaggio culturale che deve essere fatto dagli imprenditori, ma anche dai dipendenti”. Il welfare come benessere non è necessariamente un pensiero esclusivo della grande azienda. Non servono grandi capitali per attuarlo; serve cambiare prospettiva sulla gestione del personale, un lavoro lungo e a volte faticoso, ma del tutto gratuito. La PMI infatti può applicare gli stessi concetti di Barilla in scala ridotta senza che questo significhi minore qualità.

Spesso dimentichiamo che il pensiero del welfare ha attecchito in Italia qualche decennio fa. Olivetti fece scuola creando i presupposti per un’azienda “felice”, dove le persone potessero sentirsi a casa come in Barilla. Un modello, quello olivettiano, che per molti versi non è più applicabile, ma che anche nelle sue varianti diventa uno strumento di gestione efficace e un portatore di benessere diffuso.

Il welfare e le PMI: curare i bisogni dei singoli

Il benessere è però un concetto del tutto personale, e proprio di questo parla Andrea Montuschi, presidente di Great Place to Work, azienda che misura il clima e la soddisfazione delle persone nelle imprese: adattare le strategie di people care ai bisogni dei singoli. Un cambiamento di prospettiva che ben più facilmente si può applicare alle PMI, proprio per le loro dimensioni, perché dove ci si conosce tutti è molto più facile capire che cosa serve davvero. Dove ci si conosce tutti il welfare, quando viene applicato, non è solo buoni pasto, ma un modo per dire “sto pensando a te”. Benessere è questo: pensare alle necessità degli altri e tentare di soddisfarle. Le dimensioni non contano. Conta il pensiero, che soggiace al sistema di governance che si vuole applicare in azienda.

Viene da chiedersi se in questo momento storico in cui le aziende fanno fatica abbia senso parlare di welfare. Credo che la risposta sia chiara: è proprio perché le aziende fanno fatica che ha senso parlare di welfare. Dare qualcosa alle persone, gratificarle, aiutarle andando loro incontro significa gettare le fondamenta per renderle più efficaci ed efficienti nel loro lavoro. E non è un discorso puramente economico; è la vera espressione del concetto di cura dell’altro, che trasforma i luoghi di lavoro in ambienti in cui è possibile innamorarsi del prodotto e dell’azienda, come diceva Enzo Spaltro.

Per ottenerlo serve un cambiamento di rotta, anche se significa provare e sbagliare per poi provare di nuovo, cercando sempre di migliorare. Il cambiamento non si fa chiedendo il permesso prima, ma chiedendo scusa dopo. Introdurre nelle imprese questa idea di welfare è sempre più necessario.

 

Photo by fiordirisorse [CC BY-NC-ND 2.0] via Flickr. Photographer: Felicita Russo

Classe 1974, dopo il liceo scientifico si laurea in psicologia all’Università di Trieste con una tesi cross cultural sugli effetti del clima aziendale sulla sicurezza. Si specializza in psicologia del lavoro e delle organizzazioni con il professor Vincenzo Majer, uno dei pionieri italiani degli studi sul capitale umano e docente universitario patavino, conseguendo i master in selezione e formazione del personale. Lavora in PERSeO srl come Jr HR Consultant, maturando una consolidata esperienza all’interno dei più grossi gruppi aziendali del nord Italia. Rientrato in Friuli ricopre la posizione di Responsabile Selezione e Reclutamento nella filiale di Udine del Gruppo ORGA spa di Milano da cui si separa qualche anno dopo per fondare la HR&O Consulting attraverso cui offre alle aziende clienti consulenze in ambito risorse umane come HR Business Partner e Temporary HR Manager. Scrittore, saggista e blogger, ama viaggiare, leggere. La natura umana continua ad incuriosirlo ed affascinarlo. [ Guarda tutti gli articoli ]

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