Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

Impresa sociale e finanza, l’abbinamento eccentrico che fa discutere

Lo stile Zuckerberg può funzionare?
Ben Rosett
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“La finanza, il motore dell’economia mainstream (anche delle sue distorsioni), intravede nell’impresa sociale uno strumento per realizzare investimenti a elevato impatto sociale”. Il rapporto Task Force G8 ha introdotto nel 2013 un nuovo punto di vista per chi si occupa di investire i grandi patrimoni, e ha aperto gli occhi di molti su una verità spesso trascurata: i soldi, se fatti circolare per migliorare le condizioni sociali e ambientale del sistema in cui nascono, si moltiplicano o comunque hanno maggiori prospettive di crescere nel lungo termine.

Sta facendo molto discutere la decisione di Zuckerberg di utilizzare il 99% delle azioni di Facebook per costituire la Chan Zuckerberg Initiative, l’impresa filantropica (con l’obiettivo, sia chiaro, in linea con gli interessi del colosso digitale) in forma di “Limited Liabilty Company” (LLC), cioè una società che fa profitti e li reinveste nell’oggetto sociale. Questo tipo di imprese sono sempre più corteggiate dalla finanza.

Secondo il recente report del Financial Times Investing for global Impact, realizzato in collaborazione con Method Impact e Banca Prossima, il 73% degli impact investment raggiungono o addirittura superano gli obiettivi finanziari, e il 76% raggiungono o superano gli obiettivi sociali prefissati.
Sembra sempre meno “hippy”, allora, parlare di investimenti etici come destinazione dei capitali globali. I capitali sono per la maggior parte in mano a famiglie di tradizione imprenditoriale che si trovano a gestire un patrimonio dovendone curare la redditività ma anche, sempre più, la legittimità sociale.
Secondo lo studio del FT il 48% dei Family Office riconosce al ritorno sociale degli investimenti pari importanza rispetto a quello finanziario, e il 40% dichiara addirittura di dare priorità al primo sul secondo. Le Fondazioni scelgono il ritorno sociale dell’investimento nel 75% dei casi. Quando però si parla di impatto sulla collettività non è semplice trovare il modello più efficace, e se la definizione legale di impresa sociale è sulla strada di essere omnicomprensiva (prevedendola ad esempio per coworking o altri strumenti di sharing economy), agli investitori interessa la concretezza del progetto sociale, perché solo una motivazione forte unita a un’utilità concreta nel rispondere ai bisogni collettivi, fa sperare in una gestione pianificata sul lungo termine e alla relativa sopravvivenza sopra i cinque anni.

Per capire cosa sia impresa sociale dal punto di vista di un investitore ne abbiamo chiesto una definizione a Samir de Chadarevian, advisor di Venture Valuation coordinatore della ricerca del Financial Times:“Dal mio punto di vista sono imprese che nascono con lo scopo di incidere positivamente sull’ambiente e sul tessuto sociale. Questo chiaramente non significa che non debbano avere una redditività in modo da autosostenersi da un punto di vista finanziario. Rispetto alle semplici donazioni e alle attività di filantropia c’è la possibilità di investire in realtà imprenditoriali future proof ottenendo vantaggi condivisi tra imprenditore, investitore e società civile”.

Per capire di cosa parliamo, de Chadarevian fa due esempi. Il primo è Madecasse, che produce tavolette di cioccolata in Madagascar con l’obiettivo di far partecipare i coltivatori di cacao al valore aggiunto del prodotto finito. L’impresa ha creato cooperative che comprano a più del doppio rispetto al prezzo “fair trade” il cacao dai coltivatori, lo trasformano sul posto creando lavoro, quindi con ulteriori impatti positivi sul territorio, per poi rivendere il prodotto finito come fascia alta. La redditività deriva da costi che rimangono sostenibili per l’impresa e margini legati a un prezzo più alto per un mercato di nicchia – ma in forte crescita – che decide di remunerare eticità e qualità.
Madecasse ha trovato il sostegno di Circle Up, la piattaforma di equity crowdfunding leader sul mercato degli investimenti diretti nelle azioni di imprese private.

L’altro esempio rigurda Jobmetoo, una piattaforma nata per facilitare l’incontro fra l’offerta di lavoratori svantaggiati o appartenti alle categorie protette e la domanda da parte di aziende. Il fondatore, la cui vita lavorativa è stata influenzata dalla sua sordità, si è scontrato con le inefficienze di un sistema che dovrebbe essere a sostegno dei lavoratori, ma che si traduce spesso in un obbligo burocratico per le imprese che sono portate a considerare quei lavoratori un peso più che una risorsa. Jobmetoo non solo mette in contatto offerta e domanda in maniera specialistica, ma crea anche percorsi formativi e partnership per migliorare la qualità del lavoro offerto.
L’interesse per questa startup è comune a molti investitori: non solo ha ottenuto finanziamento da Investimenti 360, ma anche il Business Angel Fabio Marco Nannini, già attivo negli investimenti a impatto sociale con Impact Hub, se ne è assicurato una quota.

Per superare il gap fra imprese sociali e imprenditori lo studio legale Withers propone come strumenti i fondi Euveca e Eusef che possono traghettare le aziende da un concetto di etica personale e di filantropia a uno di Create Shared Value, concetto introdotto dall’associazione Jump to Sustain-Ability; l’associazione, organizzatrice lo scorso ottobre insieme a Withers e Impact Hub del seminario dedicato al tema Sustainable investing e impresa sociale, è in procinto di diventare impresa low profit e ha come obiettivo sociale quello di aggregare aziende, terzo settore, PA e sistema finanziario per disegnare nuovi modelli di business nell’ottica dell’imprenditoria sociale.

Secondo Gabriella Grandi, le stesse no profit non hanno vantaggi duraturi a ottenere contributi filantropici a pioggia, senza nessuna continuità che permetta di investire a lungo termine sulla crescita dei progetti: da qui il ruolo del servizio finanziario tra azienda e impresa sociale per un percorso di sostenibilità strategica.
Un ultimo esempio di Fondazione che intraprende per riversare gli utili nel sostegno dell’obiettivo sociale è Pro Dynamo, la società commerciale di Fondazione Dynamo nota per i camp di terapia ricreativa dedicati a bambini e ragazzi con gravi patologie, che ha aperto a Milano il Dynamo bar, i cui proventi andranno al 100% alla Fondazione.

Sulla carta tutto quadra, e la complementarietà fra Stato e imprese nel condividere il benessere sociale per la sopravvienza del sistema non fa una piega. Quanto la logica finanziaria e cooperativa saranno in grado di migliorarsi a vicenda e portare concreti vantaggi alla società potremmo valutarlo solo fra qualche anno. Intanto, parlando di quarto settore, in Italia il modello Benefit Corporation procede nel suo cammino verso il riconoscimento ufficiale all’interno della legge di stabilità, e Banca Prossima (Gruppo Intesa) si certifica BCorp.

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Autore
Giornalista freelance, storyteller e curatrice di contenuti editoriali. Laureata in economia ha continuato il suo percorso con un master in comunicazione, un diploma di sceneggiatura, un corso di CSR Manager. Ha scritto per diverse testate (Wired, Sole24Ore, SecoloXIX, Markup, Gdoweek, Flair) e collaborato con alcune agenzie per la cura editoriale dei contenuti e il corporate storytelling. Pensa che l’unico modo per innovare sia comunicare e far comunicare rendendo accessibili le informazioni e offrendo senso alla loro complessità. L’ultima sfida è il network deep:z, uno studio di progettazione dei contenuti per la relazione con gli stakeholder.
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