Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

Imprese alimentari domestiche: l’hobby che diventa lavoro spaventando il vecchio mercato

Sono 32 i microimprenditori che producono alimenti in casa. Intervista a Patrizia Polito, la pioniera MammaFornaia
Imprese alimentari domestiche: l'hobby che diventa lavoro e spaventa il vecchio mercato
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Mettere le mani in pasta, ma non metaforicamente. Alla soglia dei 50 anni, di cui 25 trascorsi dietro una scrivania, Patrizia Polito, mamma romana, ha capito che nella vita voleva fare il pane. E – informandosi in rete – ha scoperto che la legge le consentiva di portarsi il lavoro a casa. Il Regolamento CE 852/04 sull’igiene dei prodotti alimentari – all’Allegato II Capitolo III – inserisce infatti tra le imprese alimentari anche quelle aventi sede in “locali utilizzati principalmente come abitazione privata ma dove gli alimenti sono regolarmente preparati per essere commercializzati”. Pertanto le imprese alimentari domestiche (IAD) sono imprese a tutti gli effetti, con le potenzialità e gli oneri che ne derivano. Esse possono vendere i propri prodotti attraverso canali come mercati, e-commerce e stand in centri commerciali; e i destinatari possono essere sia privati che negozi, bar e ristoranti. Le uniche limitazioni riguardano il divieto di somministrare il cibo e quello di esporlo in vetrina.

In Italia sono passati dieci anni prima che qualcuno si accorgesse del solco tracciato dal regolamento comunitario: la prima IAD è nata solo nel 2014. Ma da quel momento il fenomeno è esploso: il nostro è l’unico paese europeo ad avere ben 32 microimprese domestiche, che entro l’anno potrebbero diventare 40. Il 90% è composto da donne e mamme, spesso con figli piccoli; l’età media è di circa 40 anni; e i settori di produzione vanno dal cake design alla pasticceria dolce e salata, dalle confetture al pane e ai lievitati.

Intercettiamo Patrizia Polito alias MammaFornaia tra un’infornata e l’altra. Ci dice che da una settimana sta già curando i lieviti per i panettoni di Natale. Ma oggi il suo lavoro si svolge su più fronti: sta infatti per aprire un’associazione per tutelare i diritti delle IAD, con tanto di statuto. Attualmente nel settore esiste soltanto un’associazione di promozione sociale, Cucina Nostra, che offre ai propri soci servizi e consulenze specifiche per l’avvio di una IAD.

Chiediamo a Patrizia di raccontarci la sua storia e di illustrarci l’iter per aprire un’impresa alimentare domestica in Italia.

patriziapolitoCom’è nata MammaFornaia?

È partito tutto da un hobby. Ho iniziato a interessarmi delle farine quando ho scoperto che il pane che compriamo è fatto con farine conservate male, trasportate in condizioni di igiene pessime, così ho cominciato a produrlo in casa con ingredienti biologici. Ho passato 25 anni dietro la scrivania e mi ero stancata, avevo bisogno di mettere le mani in pasta. E poi il pane ha tutto un retro particolare: ha bisogno di pazienza, di cura, serve conoscere il proprio lievito. È un prodotto difficile da fare, ma è anche una crescita interiore: non a caso si insegna ai bambini a farlo per far capire loro cosa sono l’attesa e la pazienza, in un tempo in cui si corre sempre. Ho scoperto la possibilità di trasformare il mio hobby in lavoro anche grazie a mio marito, che è un curioso. Lui era stato per lavoro molti mesi in America e mi aveva detto che lì queste imprese esistevano, quindi abbiamo scoperto su Internet il regolamento europeo e siamo riusciti a risalire alla fondatrice della prima IAD italiana. Pochi mesi dopo, ad agosto 2015, è nata MammaFornaia.

Quali sono i vantaggi e gli svantaggi di aprire un’impresa alimentare domestica?
I vantaggi sono innanzitutto di tipo organizzativo, perché permette di gestire il proprio tempo, i figli, senza dover rendere conto a nessuno. E poi c’è la soddisfazione di fare ciò che piace: io dico sempre che lavoro più di prima, ma la mia fatica adesso ha un senso. Sono distrutta però sono felice, mentre prima ero stressata mentalmente. Uno degli svantaggi è che non si ha uno stipendio fisso, perché il guadagno dipende dalla capacità di stare sul mercato: questo è anche un lavoro imprenditoriale, di marketing, social. Inoltre alcuni prodotti sono stagionali. E ancora, c’è il problema di entrare in un mercato fagocitato dalla grande distribuzione, in cui i palati si sono abituati al gusto industriale. Moltissime persone stanno tornando indietro, ma il percorso è lungo. Inoltre oggi, se chiedi di aprire una IAD, negli uffici ti guardano storto: ‘Devo tutelare il negozio sotto casa…’. Ma devono capire che la microimpresa non fa concorrenza al negozio: è come il B&B, che non impedisce all’albergo di lavorare.

Cosa non funziona e cosa funziona a livello normativo per facilitare quest’attività?
In Italia non esiste una normativa nazionale sul tema, ci rifacciamo al regolamento europeo del 2004, che ancora non conosce nessuno. Il Piemonte è l’unica regione che si è posta questo problema e ha stabilito – fra le altre cose – l’obbligo per chi apre un’impresa domestica di avere la doppia cucina. Ciò comporta che bisogna trovarsi in una condizione privilegiata in partenza: se vivo in una villa posso fare le modifiche necessarie, ma se vivo in un appartamento non ho lo spazio fisico per farlo. E ancora, quando ci registriamo alla Camera di Commercio, hanno difficoltà a darci i codici, perché non esistono: per questo risultiamo artigiani. Inoltre i passaggi variano in base alle normative regionali. Il mio intento – attraverso la nascente associazione – è vedere se è possibile arrivare a una normativa comune. Quello che invece funziona a livello normativo è l’aspetto della tutela dei consumatori. La parte della casa dedicata all’attività è ispezionabile dall’Asl, per verificare il rispetto delle norme igienico-sanitarie. Inoltre siamo tenuti a preconfezionare, etichettare e tracciare i nostri prodotti, specificando la provenienza di ciascun ingrediente.

Quanto costa aprire e mantenere una IAD?
Per l’apertura di un’impresa alimentare domestica bisogna investire fra i 4 e i 6mila euro. Il costo varia in base ai lavori necessari in casa, che vanno dal doppio frigorifero, perché bisogna separare gli alimenti destinati all’uso personale, ai locali che devono essere piastrellati o con pittura lavabile. Nel mio caso, poi, per il pane ho dovuto acquistare un’impastatrice da 10 kg. Per quanto riguarda i costi annuali, 3mila euro di contributi devi pagarli. In America esiste un tetto sotto il quale non c’è l’obbligo di dichiarazione dei redditi. Qui bisogna pagare senza sapere se quei soldi entreranno. Per questo io ricevo ogni giorno richieste di informazioni, ma poi tante persone frenano. Non è che il fenomeno non esista, ma semplicemente resta sommerso.

Quali sono gli step per aprire un’impresa alimentare domestica?
Come per le altre imprese del settore, bisogna seguire il corso per ottenere la certificazione HACCP (Hazard-Analysis and Critical Control Points); fare domanda al SUAP (Sportello Unico Attività Produttive); presentare la SCIA (Segnalazione Certificata di Inizio Attività); pagare le tasse al Comune; fare i lavori di adeguamento in casa e iscriversi alla CCIAA (Camera di Commercio, Industria, Artigianato e Agricoltura). L’iter si esaurisce normalmente nello spazio di qualche mese. L’auspicio è che ci sia la volontà da parte di chi ci governa di dare un’opportunità di lavoro in più in un momento di crisi economica generale, agevolando noi che facciamo questo tipo di attività in maniera del tutto legale.

(Photo credits: Artur Rutkowski /unsplash.com)

 

RETTIFICA INTEGRALE del presente articolo, ai sensi dell’art. 42 L. 416/1981 e art. 8 L. 47/1948, in riferimento al passaggio inizialmente pubblicato “Attualmente nel settore esiste soltanto un’associazione di promozione sociale, Cucina Nostra, che tuttavia non opera in sinergia con le imprese esistenti”.

“CUCINA NOSTRA – APS porta avanti fin dal 2014 un lavoro di supporto e accompagnamento per l’avvio di microimprese domestiche alimentari in favore dei suoi soci, che hanno potuto regolarmente aprire la loro attività, nel pieno rispetto delle normative igienico-sanitarie, e ai quali dà informazione, aggiornamento, assistenza, formazione e sostegno anche dopo l’avvio, con azioni promozionali e un’apposita vetrina dedicata a ciascuna microimpresa domestica associata, visibile sul proprio sito web.
L’Associazione ha assunto l’obiettivo sociale di creare nuove opportunità di lavoro, in un periodo di acuta e lunga crisi economica, portando a conoscenza la normativa specifica di settore, supportando con i dovuti strumenti le persone che, associandosi, vogliano realizzare un progetto di produzione e vendita di cibi fatti in casa legale, valorizzando le proprie abilità in cucina e i metodi casalinghi di preparazione e trasformazione degli alimenti. Attraverso il suo blog Dolciconme fin dal 2013 ha dato, prima in Italia, informazioni, documenti e riferimenti normativi per dimostrare la reale possibilità di produrre e vendere alimenti fatti in casa a norma di legge.
L’Associazione dà informazioni gratuite, attraverso lo Sportello informativo Skype e il suo sito (www.cucinanostra.eu), a tutti coloro che vogliono trovare riferimenti per capire come possa essere avviata un’attività di produzione domestica legale. In questo senso si danno elementi di conoscenza perché la persona interessata possa capire se è un’attività che può realizzare oppure no. Questo è l’impegno che come ente no-profit si è assunta l’Associazione per favorire nuova imprenditorialità, rivolgendosi in particolare a lavoratori e lavoratrici disoccupati, donne casalinghe, madri con figli piccoli, giovani, persone che vogliono reinventarsi un lavoro.

· I servizi di Cucina Nostra sono “a misura” del progetto di microimpresa del socio. I professionisti a cui si appoggia sono competenti e preparati sulle norme riguardanti la microimpresa domestica alimentare, e hanno aderito al suo obiettivo sociale accettando di praticare tariffe agevolate. Cucina Nostra opera per creare una comunità di microimprese per far sì che i prodotti alimentari “fatti in casa” siano sicuri e attraenti sul mercato, garantendo legalità e leale concorrenza.

· Come per ogni forma di partecipazione democratica, chi aderisce all’Associazione lo fa in piena libertà e con il desiderio di condividere le finalità sociali del suo progetto, assumendosi l’impegno di contribuire a far nascere e crescere una nuova realtà imprenditoriale collaborativa nello spirito della sharing-economy. L’Associazione non ha mai avuto l’ambizione di ergersi a rappresentanza di chiunque volesse intraprendere un’attività di produzione di alimenti fatti in casa, rispettando la libertà di ciascuno di scegliere per sé il percorso migliore”.

 

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Autore
Classe 1988, giornalista professionista campana. Si è laureata in Scienze della Comunicazione e ha frequentato una scuola di specializzazione in Giornalismo. Ha collaborato con testate quali “La Repubblica” e attualmente lavora come free lance, confezionando articoli, photo gallery e video news. Si occupa anche di Copywriting. Ama raccontare le storie, interpellando chi ha meno voce ma tanto da dire. I suoi campi d’azione sono trasversali: cronaca e attualità, lavoro e sociale, cultura e sport. Quest’ultimo è la sua vera passione, nata da tifosa prima che da cronista. Meglio ancora se combinata con viaggi, amici felini e cucina multietnica.
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  • LoreX75

    Buongiorno, sono Lorenzo Viganò, titolare della Microimpresa Domestica Pandilò.
    Cosa intende dire con: “[…]associazione di promozione sociale, Cucina Nostra, che tuttavia non opera in sinergia con le imprese esistenti[…]” ?
    Sono associato a CucinaNostra e posso affermare che è vero proprio il contrario: CucinaNostra mI ha seguito in ogni fase, da quella preliminare a quella igienico-sanitaria e fino alla SCIA. Ricevo costantemente newsletter informative, come associato, e ho sempre trovato persone molto disponibili ad ascoltare tutte le proposte ed esigenze di noi imprenditori, cercando di offrirci servizi sempre più in linea con i nostri bisogni

  • Francesca

    Cucina Nostra è un’ottima associazione, che come dice Lorenzo Viganò assiste bene gli imprenditori. Ma questo è merito SOLO della sua fondatrice e responsabile, perchè alcuni dei professionisti che ruotano intorno all’associazione e che forniscono i servizi necessari praticano dei prezzi altissimi: ho avuto modo di leggere il listino, si veda per esempio il costo dei servizi nell’ambito HACCP, che sono il doppio di quelli che si trovano ovunque. E’ questo il senso del “senza scopo di lucro”?
    Seguirò con attenzione la crescita di questa associazione per tutelare i diritti delle IAD di cui si parla nell’articolo, grazie per l’informazione.

  • LoreX75

    Buonasera Francesca.
    Prima di tutto preciso che quanto affermo (qui e in ogni altro commento) è solo a titolo personale e senza pretesa alcuna di rappresentare CucinaNostra come associazione o alcun altro associato.
    Lei afferma “Seguirò con attenzione la crescita di questa associazione per tutelare i diritti delle IAD”: mi fa piacere la sua intenzione di tutelare ma mi chiedo esattamente chi o cosa lei rappresenti, Francesca? Io mi sono qualificato come imprenditore associato CucinaNostra, di lei non sappiamo nulla, vorrei capire come si qualifica:
    1) titolare di Microimpresa Domestica in ambito Alimentare?
    2) Rappresentante Istituzionale? Quale ente rappresenta, in caso?
    3) Professionista che offra, direttamente o indirettamente, servizi legati all’apertura e/o mantenimento di altre Microimprese domestiche?
    Ora voglio entrare nel merito dei costi di cui parlava: grazie ad una iniziativa appena introdotta, ho potuto, come associato CucinaNostra, accedere ad una grossa agevolazione per un servizio importante e vitale per chiunque lavori in ambito alimentare (so per certo che si tratta di una grossa agevolazione perché mi ero già interessato in maniera autonoma allo stesso identico servizio e ho in mano entrambi i preventivi).
    Parlando sempre di servizi, ma è un discorso valido in generale, un prezzo da solo dice poco, a parte l’esborso, è necessario verificare cosa si abbia in cambio. Per esempio so per certo che la consulenza HACCP è stata modificata (ampliata in termini di servizi offerti e compresi) rispetto a quando avevo attivato io quel servizio un anno fa, in realtà grazie anche ai feedback che io stesso avevo dato, quindi è conseguentemente aumentato il suo costo, che in ogni caso mi pare decisamente concorrenziale.
    In ultimo: «E’ questo il senso del “senza scopo di lucro”?”» è posto in modo tale da sollevare dubbi circa l’associazione ed il suo scopo… come dicevo parlo a titolo personale, ma una domanda “retorica” di questo genere potrebbe sembrare diffamante…
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  • Rossella

    Buonasera e grazie a entrambi per aver commentato. In riferimento a CucinaNostra, non intendevamo mettere in dubbio i servizi forniti, ma semplicemente far emergere come essa non rappresenti tutte le imprese alimentari domestiche esistenti. La nostra intervistata ad esempio ha affermato di non aver mai avuto contatti con l’associazione, sebbene sia stata una delle “pioniere” delle IAD in Italia.

    • LoreX75

      Buongiorno Rossella.
      Affermare “che tuttavia non opera in sinergia con le imprese esistenti” è falso e diverso da quanto sta affermando adesso “essa [CucinaNostra] non rappresenti tutte le imprese alimentari domestiche esistenti”.
      Un altro punto che vorrei precisare, perchè forse è solo un limite della Signora Patrizia, come di altri: ” Le uniche limitazioni riguardano il divieto di somministrare il cibo e quello di esporlo in vetrina”. Non si può somministrare il cibo IN CASA PROPRIA, ma questo non è vero in assoluto, anzi il contrario: probabilmente la Signora ha solo fatto un corso HACCP e non il SAB, come nel mio caso, che invece mi ha abilitato alla somministrazione di alimenti e bevande, prodotti da me o anche da altri. Per quanto riguarda la vetrina, invece, non capisco… in casa non c’è vetrina, ma appunto perchè la casa non è un esercizio commerciale; è invece vero che i miei prodotti, se ceduti a terzi per la vendita, possono essere messi in vetrina (a scelta del negoziante) come qualsiasi altro. Forse voleva sottolineare la differenza tra microimpresa domestica in ambito alimentare e “home restaurant” (questo si, illegale)?

  • Francesca

    Buongiorno Lorenzo. Partiamo dalla fine: chiedersi “è questo il senso del ‘senza scopo di lucro?'” è una domanda e una proposta di riflessione, non è una diffamazione; sarebbe diffamazione se dicessi che l’associazione intasca la differenza fra prezzo di mercato e prezzo praticata, affermazione che non ho fatto e che non rientra nei miei pensieri, perciò la rispedisco al mittente.
    Lei mi chiede chi sono, glielo dico senza problemi: sono una persona, interessata ad avviare una sua microimpresa, che è capitata in un forum su internet in cui si è parlato dell’argomento, e in cui ho potuto prendere visione sia dei prezzi che in particolare dei temi trattati nel “corso” HACCP. Non sono in grado di valutare i prezzi di tutti i servizi offerti, e può essere che come dice lei ci siano servizi convenienti, ma per quanto riguarda l’ambito HACCP a mio avviso – spero mi sia consentito – 4 slides in più rispetto a qualunque corso HACCP (che, lo ricordo, abilita a maneggiare alimenti pure nella cucina di Carlo Cracco) non giustifica un prezzo più che raddoppiato rispetto a ciò che si trova ovunque. E non mi si dica per favore che la differenza sta nei 3 concetti che separano la cucina del ristorante di Cracco dalla mia, tipo dispense separate, frigorifero con scomparti separati, e superfici lavabili. Quindi, tornando alla prima precisazione, ritengo che un’associazione certamente meritevole per tanti aspetti dovrebbe diffidare da certi consulenti che snaturano – a mio avviso, spero mi sia consentito – il nobile obiettivo dell’associazione. Secondo me è giusto che i professionisti vengano pagati – a meno di possibili filantropi volontari – ma a un prezzo uguale o inferiore rispetto a quanto offre il mercato per un servizio uguale o simile.

    • LoreX75

      Grazie per la sua risposta, Francesca, e per la sua precisazione; le faccio notare che una domanda retorica è di fatto un tipo di affermazione (https://it.wikipedia.org/wiki/Domanda_retorica) che sta peraltro continuando a fare. Sono sono l’avvocato di CucinaNostra, sono solo un associato e come tale non mi piace che si facciano insinuazioni di questo genere.
      Associarsi a CucinaNostra non la obbliga as usufruire di tutti i servizi, anzi, non la obbliga ad usufruire di alcun servizio; se lei ritiene che un corso generico online corrisponda meglio alle sue esigenza, può in tutta serenità scegliere quello. Voglio in ogni caso essere molto chiaro su un punto: i rischi sanitari di una cucina domestica sono diversi da quelli che può trovare nella cucina di un ristorante, che nasce solo ed unicamente per quello scopo. Come forse saprà, in quanto titolare e in quanto possessore di attestato SAB, in caso potrei formare direttamente le persone che dovessero lavorare per me, adesso o in futuro; la formazione, obbligatoria, può essere delegata a terzi, ma su una cosa l’insegnate di igine degli alimenti al corso (SAB) è stata molto chiara: il corso *deve* essere tarato sulla vostra realtà, un corso generico non è sufficiente quindi, qualora preferiste farlo fare a terzi, concordate prima i contenuti (se avrete un bar/birreria sarà inutile che vi spieghi come e perchè abbattere una crema cotta, mentre sarà molto importante parlare delle possibli insidie legate alla spillatrice di birra). Sicuramente un corso creato e studiato appositamente per l’ambito casalingo porrà l’accento su quegli aspetti di cui tenere maggiormente in conto. In ogni caso, se non erro, stiamo parlando di un corso la cui frequenza consigliata è ogni 2 anni e, sempre se non sbaglio, stiamo parlando di poche decine di euro, il che ridimensiona ad un attimo tutta la questione; se ne fa una questione di principio, ripeto, può seguire un qualsiasi corso online, non c’è nulla di vincolante.
      Per quanto riguarda i consulenti di CucinaNostra preferisco non dire altro, saranno eventualmente loro stessi a valurare se e come intervenire in merito.

    • Roberta

      Ciao Francesca, sono interessata a questa materia puoi indirizzarmi sul forum a cui fai riferimento? Grazie

  • LoreX75

    Grazie per la sua risposta, Francesca, e per la sua precisazione; le faccio notare che una domanda retorica è di fatto un tipo di affermazione (https://it.wikipedia.org/wiki/… che sta peraltro continuando a fare. Sono sono l’avvocato di CucinaNostra, sono solo un associato e come tale non mi piace che si facciano insinuazioni di questo genere.
    Associarsi a CucinaNostra non la obbliga ad usufruire di tutti i servizi, anzi, non la obbliga ad usufruire di alcun servizio; se lei ritiene che un corso generico online corrisponda meglio alle sue esigenze, può in tutta serenità scegliere quello. Voglio in ogni caso essere molto chiaro su un punto: i rischi sanitari di una cucina domestica sono diversi da quelli che può trovare nella cucina di un ristorante, che nasce solo ed unicamente per quello scopo. Come forse saprà, in quanto titolare e in quanto possessore di attestato SAB, in caso potrei formare direttamente le persone che dovessero lavorare per me, adesso o in futuro; la formazione, obbligatoria, può essere delegata a terzi, ma su una cosa l’insegnate di igine degli alimenti al corso (SAB) è stata molto chiara: il corso *deve* essere tarato sulla vostra realtà, un corso generico non è sufficiente quindi, qualora preferiste farlo fare a terzi, concordate prima i contenuti (se avrete un bar/birreria sarà inutile che vi spieghi come e perchè abbattere una crema cotta, mentre sarà molto importante parlare delle possibli insidie legate alla spillatrice di birra). Sicuramente un corso creato e studiato appositamente per l’ambito casalingo porrà l’accento su quegli aspetti di cui tenere maggiormente in conto. In ogni caso, se non erro, stiamo parlando di un corso la cui frequenza consigliata è ogni 2 anni e, sempre se non sbaglio, stiamo parlando di poche decine di euro, il che ridimensiona ad un attimo tutta la questione; se ne fa una questione di principio, ripeto, può seguire un qualsiasi corso online, non c’è nulla di vincolante.
    Per quanto riguarda i consulenti di CucinaNostra preferisco non dire altro, saranno eventualmente loro stessi a valurare se e come intervenire in merito.

  • Francesca

    Lorenzo, no, non ho fatto nessuna domanda retorica, non ho fatto nessuna insinuazione: ciò che lei cerca di mettermi in bocca non corrisponde al mio pensiero, può insistere quanto le pare. Ho detto e ribadisco che a mio avviso un’associazione non a scopo di lucro e con fini nobili come quello di offrire un’opportunità lavorativa dovrebbe diffidare da consulenti che praticano prezzi più alti, che siano 20 euro o 200 euro in più: se vuoi lavorare con un’associazione guardi i prezzi di mercato e mi pratichi quel prezzo, o inferiore, altrimenti avanti il prossimo. Mi è consentito pensarla così?

    Certo che posso rivolgermi altrove, è proprio ciò che ho fatto: ho fatto un corso HACCP, che mi abilita per l’eventuale professione di microimprenditrice, che mi è costato 30 euro, che mi ha fornito il materiale didattico gratuitamente, e che solo dopo aver superato il test mi ha presentato il conto.

  • Roberta

    Sto seguendo questo discussione/scontro: devo dire che non seguo molto quello che dite forse perchè sono lontana da questo mondo di imprenditori casalinghi di cui parlate. Avevo chiesto a Francesca di indicarmi il forum, per poter approfondire, ma non è importante… Però una cosa vorrei capirla, visto che la discussione è pubblica: ma in Italia non c’è il libero mercato? Non può ogni singolo professionista stabilire i suoi prezzi? Medici avvocati parrucchieri…..

  • LoreX75

    Buonasera Roberta.
    Cerco di risponderle io per quanto possa; purtroppo non conosco il forum che frequenta Francesca, quindi non le so indicare alcun riferimento.
    Per quanto riguarda la questione del libero mercato: certo, ogni professionista è libero di fare il prezzo che ritiene più giusto per il bene e/o il servizio che offre, per fortuna, aggiungo :)

    Le rimostranze di Francesca, mi par di capire, sono rivolte ad uno dei servizi offerti da CucinaNostra, cioè il corso HACCP (che se proprio vogliamo stare a guardare, non è nemmeno necessario per la sola produzione, ma va da sè che sarebbe folle intraprendere una produzione alimentare per terzi senza sapere il minimo indispensabile al fine di non arrecare danno ai consumatori).
    Francesca ne fa unicamente una questione economica, ma non tiene conto del lavoro e dell’impegno delle persone che quel corso ad hoc l’hanno creato, specifico per chi opera in ambiente domestico; trovo profondamente scorretto, oltre che presuntuoso, affermare che il lavoro di altri debba valere meno di zero, perchè si tratta solo di “4 slides in più rispetto a qualunque corso HACCP”. Francesca ha fatto degli esempi, tratti dalle slide di cui è venuta in possesso, dando per scontate cose che scontate non sono, dicendo che certe informazioni valgano zero ma lei le sa perchè le ha lette proprio in quelle “4 slide in più” e non perchè al corso HACCP generalista che ha frequentato glielo abbiano spiegato (oltretutto credo siano coperte da copyright, quindi tutto sommato ha anche candidamente ammesso di aver violato qualche legge qua e la: si tratta di un furto a tutti gli effetti, alla stregua di CD e Film piratati). In ogni caso, come si diceva, c’è il mercato libero ed ognuno può scegliere il prodotto che ritiene più adatto alle proprie esigenze.

    Come ho spiegato, nessuno è obbligato ad usufruire di alcun servizio offerto ma non avrebbe senso, per un’associazione come CucinaNostra, offrire un prodotto identico a quanto già presente sul mercato; per offrirne uno personalizzato, sulla propria piattaforma, occorre investire tempo e denaro e, al momento, non si tratta di centinaia e centinaia di utenti (almeno non mi pare), quindi anche le economie di scala, applicate da chi offre servizi online ad un pubblico molto vasto, non sono applicabili. Questi discorsi sono particolarmente irritanti e li vivo anche nel primo lavoro, quando ci si sente dire che il proprio impegno, lo studio, la passione alla fine valgano la stessa cosa di chi tutto questo non lo offre; si fa sempre in fretta sminuire il lavoro di altri, normalmente perchè non si è in grado di valutarne la qualità, a mio avviso.

    C’è poi una questione ancora più importante: un domani, chi deciderà di iniziare una microimpresa domestica in ambito alimentare, si troverà in un mercato già molto ricco di offerte, quindi se tutti i potenziali clienti di Francesca la penseranno come lei, come potrà giustificare i prezzi che farà? Non credo abbia né la capacità produttiva né il potere di acquisto di un grande ipermercato, quindi dovrà puntare su altro, se vorrà stare sul mercato, ma cosa rispondere ad un Cliente che dicesse “si, va beh, ma la farina è farina,… sono gli stessi ingredienti che usa XXX, tu usi la vaniglia in polvere quelli la vanillina ma sono la stessa cosa… perchè dovrei pagarli di più da te? visto che produci in casa dovresti costare meno! Sei una ladra!”.

    Su questo ultimo punto, Roberta, mi sento di rassicurarla: il mercato è alla ricerca di altro, non sempre si accontenta della prima cosa che trova ma cerca quel qualcosa in più che lei potrà offrire, se ne avrà voglia. Ci sarà chi riterrà che i prodotti offerti siano gli stessi e non valgano la spesa (un po’ come il discorso che faceva Francesca parlando del corso HACCP *specifico per microimprese*, che per lei vale quanto uno generico), ma per fortuna ci sono anche persone attente che vogliono fare scelte diverse :)

    Se avesse voglia di approndire, può eventualmente visitare il sito di CucinaNostra e usufruire di uno dei servizi gratuiti che vengono messi a disposizone: Sportello Skype. E’ un buon modo per farsi un’idea e una prima valutazione. In bocca al lupo, Roberta, spero di leggere presto dell’apertura della Sua Attività :)

    • Roberta

      Grazie LoreX75/Lorenzo.
      Adesso ho capito decisamente di più! In ogni caso quella di Francesca sull ‘ essere una Associazione senza scopo di lucro e dovere offrire esperti a prezzi stracciati mi sembra una teoria poco sostenibile. Immagino che l’Associazione offrirà ai suoi soci quello che ritiene più consono e adatto per perseguire il loro scopo e non sempre quello che costa di meno è il meglio….anzi…… Certamente farò un giro sul sito di Cucina nostra.

  • Francesca

    Mi sono riletta e….no….mi spiace, ma da nessuna parte ho detto di essere entrata in possesso di slides protette da copyright, cosa peraltro mai successa: di conseguenza, come prima, rispedisco al mittente l’accusa di furto. A meno che non sia reato confrontarsi con altre persone e dirsi: tu che corso hai fatto? Io questo, tu? E di cosa hanno parlato? Hanno affrontato questo tema? E quest’altro? Ah, ok, quindi la differenza fra i due consiste in questo, questo e quest’altro.

    Provi ancora Lorenzo, magari dopo la diffamazione e il furto le viene in mente qualche altro reato immaginario di cui accusarmi.

  • LoreX75

    Francesca, è davvero complesso seguirla…
    “[…]ho potuto prendere visione sia dei prezzi che in particolare dei temi trattati nel “corso” HACCP. Non sono in grado di valutare i prezzi di tutti i servizi offerti, e può essere che come dice lei ci siano servizi convenienti, ma per quanto riguarda l’ambito HACCP a mio avviso – spero mi sia consentito – 4 slides in più rispetto[…]” sono parole sue, non mie.
    Delle 2 l’una: 1) non ha visionato (“da nessuna parte ho detto di essere entrata in possesso di slides”) quanto proposto dal corso HACCP offerto da CucinaNostra, quindi quanto ha strenuamente affermato prima è aria fritta, oppure 2) è venuta in possesso (“ho potuto prendere visione”) di materiale per il quale non ha pagato (quindi in modo fraudolento) e sta ora arrampicandosi sugli specchi. In un caso o nell’altro non ne esce benissimo, se poi addirittura il suo giudizio sui basa sul “sentito dire” beh… servono commenti?
    In tutti i casi ne esce un discorso molto superficiale, nel migliore dei casi; quando si inizia un’attività imprenditoriale la superficialità e il pressappochismo sono pessimi presupposti, a mio avviso, ma forse sono io a prendere un’attività come la microimpresa domestica in ambito alimentare troppo sul serio? Forse, ma alla fine sui prodotti c’è il mio nome, non vedo altro modo se non la precisione e l’impegno: all’interno di tutto ciò rientra anche lo scegliere gli strumenti migliori che offra il mercato, non solo quelli più economici; tutto va poi convertito in euro e la cifra di cui stiamo parlando è ridicola, lascio quindi a lei le scelte di principio, le mie sono fatte con altri parametri che sembrano incompatibili coi suoi, non credo ci sia altro da dire.