Quindicinale, Numero 57 - 1 dicembre 2017

Incolpando si impara

Uomini: sensi di responsabilità o sensi di colpa?
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Finalmente mi trovo a scrivere di un argomento su cui sono davvero esperto.

Esperto è poco, sui sensi di colpa per un uomo e un padre che lavora sono un Guru, uno Yoda, un Gran Jerofante quindi mi sentirei in colpa se non condividessi almeno una parte del mio sapere che, per una volta, non è teorico ma soprattutto esperienziale.

Proprio grazie all’esperienza sono in grado di proporre una classificazione dei sensi di colpa che esula dalla letteratura ortodossa.

La scala dei sensi di colpa

Cominciamo dal senso di colpa semplice.

Ho ancora davanti la reazione delle mie figlie quando preparavo le valigie per andare a lavorare, come sempre due stili completamente diversi: l’una strepitava e piangeva in modo plateale, l’altra si rifugiava in un altrettanto straziante riserbo, fingendo di non vedermi ed evitando di salutarmi quando uscivo.

Il senso di colpa lo avvertivo prima di partire e naturalmente restava con me per tutto il viaggio con momenti parossistici come le cene al ristorante da solo, visualizzando le mie figlie congelate in quel momento di sofferenza (quando probabilmente stavano facendo altro) e chiedendomi che senso avesse tutto ciò.

L’episodio permette di mettere a fuoco una prima causa di senso di colpa: essere ragione della sofferenza di un’altra persona; in questo caso aggravata dal fatto che le persone in questione erano le mie figlie, che erano vicine, amate, e che avvertivo nei loro confronti un assoluto senso di responsabilità.

Fin qui uno potrebbe pure organizzarsi, in fondo questa è una delle funzioni del senso di colpa: aiutarci a prevenire la colpa anticipandone la percezione. Per cui sarebbe bastato pianificare diversamente, lavorare un po’ meno e trovare più tempo da trascorrere con loro.

Ed è qui che arriva il senso di colpa complesso.

Poiché all’epoca non è che si guadagnasse tanto e c’era il mutuo da pagare e due figlie costano come una fuoriserie e le tasse e… A proposito, sia chiaro che sto ipersemplificando e, soprattutto, circoscrivendo gli ambiti del senso di colpa alla dimensione figlie/lavoro; ma, come è facile immaginare, esistevano ulteriori incroci che coinvolgevano altre figure e altre dimensioni. Insomma, ecco che si viene a creare un simpatico intreccio per cui al senso di colpa per creazione di sofferenza se ne aggiunge un altro legato al non guadagnare abbastanza.

In questo caso il senso di colpa ha un’origine diversa, più legata al non riuscire a raggiungere una mia immagine ideale, almeno in termini professionali.

Il problema è che i due sensi di colpa si incastravano perfettamente, ovvero nel momento in cui ne affrontavi uno (lavora meno) finivi per amplificare le cause dell’altro (guadagni meno).

Però le difficoltà aguzzano l’ingegno, per cui uno decide di affrontare il problema alla radice, ad esempio trovando un lavoro più remunerativo. In effetti era possibile, certo sarebbe servita un’ulteriore specializzazione. Ed ecco che la tentata soluzione finisce per radicalizzare il problema perché la specializzazione costa denaro ed inoltre studiare porta via altro tempo alle figlie.

Questo è uno dei rischi dei sensi di colpa complessi: il senso di impotenza, di indecidibilità che porta inevitabilmente alla paralisi o al disinvestimento totale.

Peraltro fu proprio nel periodo della specializzazione che misi a fuoco la terza e più raffinata forma di senso di colpa ovvero il metasenso di colpa.

Fu durante un momento di introspezione collettiva alla scuola di specializzazione, in cui stavo parlando dei miei crucci e dei miei sensi di colpa, che mi fu detto: ti rendi conto che con tutti questi sensi di colpa finisci per non pensare mai a te? In effetti c’era del vero, ormai erano anni che non mi concedevo tempo per me: lo sport, lo svago, lo stesso dormire, tutto era diventato secondario, l’unico lusso era la possibilità di leggere durante i viaggi ma finiva che (sentendomi in colpa) leggevo solo testi di lavoro o comunque di studio.

Così cominciai a sentirmi in colpa perché mi sentivo in colpa.

Incolpando si impara

Che cosa ho imparato da questo periodo?

Intanto che il senso di colpa ha almeno una doppia origine: da un lato la percezione di essere fonte di sofferenza per figure significative, dall’altro la mancata adesione a un modello ideale.

In più che il senso di colpa, oltre ad essere un fardello piuttosto pesante, ha comunque alcune funzioni essenziali.

  1. La prima è quella di creare un sistema di allerta permanente, che indirizza l’attenzione anche verso gli altri e finisce per arginare la ricerca esclusiva del proprio piacere portando a superare la naturale tendenza all’egoismo.

Diverse zone del Sudamerica ospitano drappelli di padri e professionisti – evidentemente piuttosto abili nella gestione del proprio senso di colpa – che, quando la pressione è diventata eccessiva, hanno reagito in esclusiva autoprotezione salutando tutto e tutti.

D’altro canto il lasciarsi sopraffare dai sensi di colpa porta all’abnegazione, che non è una cosa bellissimaa; anzi, come ricorda Shaw, “L’abnegazione non è una virtù: è soltanto l’effetto della prudenza sulla furfanteria”.

Un’altra funzione del senso di colpa è quella di aiutare a vincere la pigrizia.

Questo aspetto si intreccia ovviamente con l’immagine ideale, in parte propria ed in parte assorbita dal contesto sociale e culturale. Il fare confronti è il modo principale con cui otteniamo informazioni su di noi, solo che qui il confronto non è con un’altra persona, situazione che potrebbe far scaturire emulazione o al limite invidia, ma con un modello ideale frutto in buona parte di prescrizioni.

In compenso il cercare di evitare il senso di colpa, perché non si aderisce alla propria immagine ideale, può rivelarsi una buona molla motivazionale.

In fondo è una variante del tema del Locus of Control: vero che da un lato un eccesso di Locus of Control interno porta al delirio di onnipotenza e all’essere sopraffatto dai sensi di colpa, ma dall’altro ti porta a fare cose, piuttosto che lamentarsi vanamente per un mondo ingiusto ed imperfetto. Praticamente il senso di colpa può rappresentare il braccio armato del senso di responsabilità e perfino dell’ambizione e della spinta a migliorarsi.

Infine, l’ultima lezione riguarda l’unico modo che ho scoperto per evitare di lasciarsi sopraffare dal senso di colpa. Perdonarsi. Anche di avere sensi di colpa.

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Autore

Psicologo e attore, Master in Alternative Dispute Resolution. Nel 1997 ha tenuto il primo spettacolo di Teatro d’impresa in Italia. Ha lavorato sulla gestione dei conflitti in diversi paesi tra cui Austria, Bosnia, Brasile, Ungheria, Vietnam, Iraq e Angola.
Dal 1979 formatore su tematiche legate alla comunicazione interpersonale, la motivazione e la gestione delle crisi e dei conflitti. Ha affiancato dirigenti ed uomini politici sulle tematiche legate alla comunicazione in pubblico. E’ presidente di Spell.
Docente a contratto per dieci anni all’Università di Ferrara dove ha avuto anche la responsabilità scientifica del “Master sulla Gestione delle crisi e dei conflitti”.
Membro del comitato scientifico del Master in “Teatro e media per la formazione e la comunicazione d’azienda” dell’Università Cattolica di Milano.

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  • Emanuela Cordani

    Buona sera Paolo, ho letto con interesse la Sua esaustiva analisi sui sensi di colpa, così bene descritti. Anch’io sono ostaggio di due figli con le loro esigenze, guarda caso esigenze sempre prioritarie (per loro) per cui concordo nel dire che un sano egoismo non guasta! Mi sentirei di completare il suo approfondimento,
    se me lo permette, con il rimproverarLe bonariamente la Sua estrema sensibilità che però Lei sta cercando di indirizzare nei giusti canali, e ciò Le fa onore. Saluti. Emanuela