Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

Investimenti, burocrazia e diritto del lavoro in Irlanda

Perché l'Irlanda è in testa alle graduatorie dei paesi dove investire. È perché, invece, noi non siamo nemmeno classificati.
Investimenti, burocrazia e diritto del lavoro in Irlanda
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Dopo tre anni di autobus Irlandesi ho preso una decisione di vita: mi serviva una moto. Un mezzo comodo per fare i sette chilometri che mi separano dall’ufficio senza aspettare alle fermate, senza dover entrare in un bus stracolmo di studenti, con la possibilità di parcheggiare ovunque in centro. Niente di troppo grande, uno scooter da 1000 euro mi pareva perfetto: ho pensato che con 1000 più il passaggio di proprietà, diciamo un 350 euro in più, ma la cavavo. Giusto per essere sicuro, ho chiesto al mio coinquilino irlandese, anch’egli possessore di moto, quanto costasse il passaggio di proprietà. Kieran mi ha guardato come se gli avessi appena messo in discussione la legge di gravità, e mi ha detto “Ma di cosa parli? Mica si paga il passaggio di proprietà…vuoi dirmi che se compri un mezzo usato in Italia devi pagare il trasferimento? Ma scherzi?” Purtroppo, non scherzavo. Il trasferimento di proprietà in Irlanda si fa staccando l’ultimo foglio del libretto, riempiendolo con i dati e la firma del nuovo proprietario, aggiungendo la firma del precedente, piegandolo a forma di busta e spedendolo (gratis) alla motorizzazione Irlandese. Dopo giorni lavorativi sette nella mia cassetta della posta c’era il mio libretto nuovo. Burocrazia, zero. Costo, zero. Fatica, zero. Ovviamente, con un regime simile, il mercato dell’usato è fiorentissimo, e i prezzi bassi. Alla fine, la mia moto l’ho pagata 700 euro.

Il concetto di burocrazia facile qua è normale, non solo in campo motoristico. Vuoi andare la lavoro in bici? Ti fai fare un preventivo fino a 1000 euro, lo porti in azienda, ti danno un voucher, lo porti al negozio e ti prendi la bici, che ti viene scaricata dalle tasse per quasi il 50%. Il voucher lo rimborsi con una trattenuta mensile sullo stipendio a interessi zero. Lo stesso vale per l’abbonamento ai mezzi pubblici: defalcato per il 50% dalle tasse.

Telelavoro. Ogni tanto io lavoro da casa. Nella mia azienda è molto comune, e nessuno ci trova alcunché da ridire; non c’entra assolutamente la posizione ricoperta, né in termini gerarchici, né in quelli funzionali. Semplicemente, l’idea è che il tuo manager, chiunque sia, è molto più interessato a quel che fai che a dove lo fai. Una mia collega lavora all’help desk IT dagli Stati Uniti e ha la più alta percentuale di ticket risolti di tutta l’azienda. Nessuno ha mai pensato di chiederle di lavorare in ufficio. Ma io non riesco a togliermi dalla mente la quantità di scartoffie che nel 2009 ho dovuto riempire per permettere a un membro del mio team di lavorare da casa (nonché la guerra con il capo del personale, che non voleva che “si creasse un precedente”). Incluso l’ordine di acquisto per un estintore, perché per il demenziale diritto del lavoro italiano il computer avrebbe potuto prendere fuoco e incendiare la sua abitazione.

Se ascolto i politici italiani, di qualsiasi colore, non ce n’è uno che non indichi in una burocrazia demenziale, oppressiva e insensata una delle principali cause di non sviluppo del nostro Paese. Ma poi nessuno nemmeno si sogna di semplificare davvero, perché farlo vorrebbe dire intaccare nicchie felici di potere, e quindi voti e quindi consenso. E quindi giù norme e divieti e balzelli e permessi e vincoli. E gli investitori dove volete che vadano? In una nazione dove per aprire un’attività ci vuole il permesso del Comune, dell’Asl, dei Vigili del fuoco, spendere una fortuna dal notaio (prima o poi capirò perché ci sono solo in Italia), se assumi devi pagare l’IRAP, se hai un contenzioso devi aspettare anni per una sentenza, e devi contrattare ogni cosa con dei sindacati che vivono ancora nel paradigma del “padrone” e delle “maestranze”, e dove ovviamente paghi il 44% di corporate tax?

Oppure forse preferiscono andare altrove, dove aprire uno stabilimento richiede un permesso, che si ottiene in una settimana, ed una autocertificazione di conformità? Stamani stavo leggendo un post su LinkedIn, che rimarcava come l’Irlanda fosse in testa alla classifica dei paesi europei dove è più semplice e produttivo investire; l’Italia non era nemmeno fra i primi dieci. Mi sa che preferiscono andare altrove.

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Autore
Ingegnere, toscano, con una patologica deviazione verso Business Intelligence e (Big) Data. Emigrato in Irlanda da qualche anno a causa della personale incapacità di sopportare un paese che è geneticamente avverso ai concetti di delega, organizzazione e visione strategica e che considera la competenza come una fastidiosa complicazione, ma sotto sotto speranzoso di poter riportare a casa le proprie capacità. Irrimediabilmente assuefatto alla caffeina e al jazz e tuttora sconcertato che un paese civile come l'Irlanda si ostini a guidare dalla parte sbagliata della strada.
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