Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

Ippocrate lavora in Vietnam

Enzo Falcone, fondatore di Care the People, azzera la geografia per spiegare nuovi parametri di lavoro
Ippocrate lavora in Vietnam
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Per descrivere Enzo Falcone non serve girare intorno alle parole: fondatore e Presidente di Care the People a Danang in Vietnam, è un medico chirurgo che ha capito come nel mondo, alla fine, soffriamo e gioiamo tutti per le stesse cose. Sono passati già 22 anni da quando la ong con cui collaborava gli chiese una breve missione in Vietnam, per poi rientrare in Africa: un imprevisto legato ai voli lo costrinse invece a trattenersi lì e così quella sosta è diventata una scelta. Il Vietnam è il Paese che molti economisti tratteggiano oggi come la Cina del futuro o, forse più prudentemente, come uno degli Stati a più rapida crescita economica mondiale. Nel 1986 la politica nazionale del Doi Moi (Porte Aperte) aveva liberato i rapporti commerciali internazionali e oggi il Vietnam vanta alcuni grandi primati: forte attrattività per gli investimenti stranieri, estrema accoglienza culturale e, soprattutto, una popolazione giovanile al di sotto dei 30 anni che tocca il 60% (i dati italiani del 2015 dicono che i nostri over 65 sono già ad un 21%, contro il 18,5% del dato medio europeo).

Nell’immaginario italiano, il Vietnam risuona come una terra molto diversa solo perché lontana, con un metro di misura che già riflette una certa inabilità a riconoscere ciò che non ci somiglia.

“Sul piano economico il Vietnam è un’enorme risorsa su cui investire, soprattutto per noi europei. È un Paese in crescita rapida e costante da tempo, per citare i settori più attivi servono competenze industriali, agricole, immobiliari e turistiche. Manca su tutto una cultura dell’organizzazione aziendale. Innegabili alcune lacune socio-strutturali ma il fermento giovanile è una punta di diamante per ragionare in termini di occupazione dinamica. Inoltre, questo è un Paese da medio reddito che rende possibile realizzare il proprio progetto anche a chi si trasferisce qui con modesti investimenti iniziali”.

L’Italia, che in Europa crede di stare dentro la stanza dei bottoni, di fatto continua a soccombere smorzando sogni di lavoro e progetti di crescita reali.

“Se avessi voluto realizzare in Italia il mio sogno, cioè case famiglia, strutture sanitarie e assistenza alle persone in difficoltà, sarebbe stato impossibile. Per aiutare gli altri non servono soltanto risorse umane ed economiche, pur fondamentali, ma anche un sistema e una leva culturale che complessivamente non creino troppi ostacoli”.

Anche per fare il medico fuori dai canoni tradizionali serve stare nei giri giusti?

“Nella mia vita professionale ho attraversato sistemi molto diversi ed è per questo che mi sento di esprimere un parere. Da oltre vent’anni vivo l’esperienza vietnamita ma ho anche lavorato per realtà estremamente strutturate come ong, organizzazioni internazionali e governi europei. Sento di poter dire che è possibile stare al di fuori dei circuiti istituzionali o consueti, che è possibile realizzare progetti e realizzare se stessi anche in contesti sociali apparentemente decentrati o svantaggiati ma ad una condizione: accettando nuovi paradigmi, che è poi la vera ricchezza. Le stesse ong in un certo senso rinnegano ciò che comunicano con la loro sigla perché di fatto sono spesso dipendenti da governi o da grandi istituzioni finanziatrici “.

Spazio e tempo visti come fattori culturali e di lavoro.

“Spazio e tempo sono dimensioni che ci poniamo noi, sono fattori ancora da fisica newtoniana. Nella fisica quantistica, invece, si può stare dentro e fuori, qui e là, ora e dopo allo stesso istante, mondi paralleli si incontrano. Certo che qui corri un maggiore rischio di isolamento, certo che hai minori garanzie, certo che non hai audience se lavori da qui. Ma tutto dipende dai contrappesi che ci diamo nella vita. Io fin da ragazzo ho avuto una formazione di estrema parsimonia ed essenzialità, so di poter vivere qui o altrove e ovunque saprei ricreare la mia nicchia ecologica, mi basta poco:  buoni libri, amicizie e il cielo stellato lo puoi guardare ovunque. Non mi interessa la prima alla Scala o l’ultima uscita dei film e soprattutto non ho basato la mia vita sulla carriera. Quando setti invece i tuoi valori su aspetti materiali, è la dimensione del tempo a vincere”.

In Italia lavoriamo ancora per titoli. Conoscendo da vicino la tua storia, sembra invece che lavorare come medico, fuori da un’idea tradizionale, ti porti ad occuparti di scolarizzazione, microcredito, assistenza sociale, ricerca di fondi, progettazione.

“È l’idea comune di formazione ad essere limitante. La professionalità che mi sono cucito addosso è particolare: durante le mie giornate io posso pulire i cessi e incontrare l’ambasciatore o il ministro perché in tutto questo c’è il mio lavoro. C’è la giornata in cui studio, vedo il paziente, programmo i progetti che Care The People sta seguendo, pulisco gli ambienti dei nostri centri di accoglienza con i nostri piccoli ospiti perché devono capire quanto l’igiene sia importante e come bisogna avere una cultura della collaborazione. Trovo che tutto questo sia una grande sfida. In Italia si cerca sempre più di essere specialistici, qui invece sarebbe impossibile: in Vietnam non sarei mai il super cardio chirurgo perché semplicemente non servirebbe. Io qui ho trovato grandi affinità ed è questo che cambia il senso del nostro lavoro. Certo ho momenti di frustrazione e di fatica ma ecco ciò che ho imparato: non è solo il luogo fisico quello in cui ti realizzi ma è il luogo mentale che ti crei a plasmarti e a permetterti o meno di esprimerti”.

Sono le abitudini che ci impediscono di trasformarci?

“Alcune culture europee sono in grado più di altre di uscire dagli schemi. In Italia ho diversi amici ingegneri che, pur non trovando lavoro, non prendono minimamente in considerazione l’ipotesi di trasferirsi. Certo sarebbe bello sviluppare il proprio mestiere nel Paese di origine ma i dati parlano di 250 milioni di itineranti nel 2020. Intorno a tutti c’è ormai una geografia diversa ma noi ci siamo cuciti le abitudini addosso. Il Novecento è finito da tempo”.

E’ ora di chiederci se il lavoro possa anche curarci.

“Da sempre sostengo che l’atto medico non si esaurisce nel somministrare una pillola o nell’incidere un ventre per curare davvero le persone. Un corpo malato è non solo il prodotto di un conflitto innato tra uomo e natura o una mera questione di geni ma è anche un prodotto dell’organizzazione sociale ed economica: è il contesto che ci fa ammalare e queste affermazioni non sono ideologia, sono scienza ormai.
Serve imparare che ogni nostro comportamento e azione ha una ricaduta sociale e che senza una vera educazione, in tutto, il corto circuito che stiamo vivendo non finirà mai. Il lavoro può curarci solo se è passione e non una semplice ricerca di sostentamento, può curarci soltanto se è l’estensione del nostro io. Per capirlo si pensi a quanto incidano l’inquinamento o gli stili malsani che peggiorano la nostra qualità della vita. Il lavoro di un medico necessariamente diventa politica”.

 

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Autore
Giornalista con il debole per le relazioni e le persone. Laureata in giurisprudenza, è responsabile della comunicazione in una grande azienda del settore ambiente dove da anni sviluppa anche progetti di green marketing ed educazione sostenibile. Lunghe collaborazioni, dal 2005, con Il Sole 24 Ore, Corriere Vinicolo e Artù dove tratta da sempre i temi del settore food&wine sia sotto il profilo economico che di prodotto. Sommelier FISAR.
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