Quindicinale, Numero 56 - 15 novembre 2017

La formazione, i guru e il sesso per John Lennon

Formazione, educazione e tendenze. I guru da cui stare alla larga.
La formazione, i guru e il sesso per John Lennon
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Nun me scuccià

nun me scuccià

coi tuoi discorsi intellettuali

senza onestà

nun me scuccià

cchiù

tanto muore pure tu

tanto muore pure tu

Pino Daniele

 

Ciarlatani, Guru e Professionisti, come darne fuori?

Il mio è un punto di vista anomalo.

Di solito o sei clientefornitore.

Io, e chiamatemi pure “duecuori” se volete, vivo in modo profondo entrambe queste situazioni.

Manager da una parte, formatore dall’altra, una specie di disturbo bipolare che però mi fornisce del materiale per provare a riflettere sull’helzapoppin del mondo della crescita e miglioramento personale, branca dell’immenso oceano della formazione.

Non ho mai apprezzato la parola “formatore” in quanto mi è sempre sembrato eccessivo ipotizzare che qualcuno “formi” un altro individuo, casomai esistono persone che si danno una mano a crescere reciprocamente, a volte tira uno, a volte tira l’altro. Figuriamoci poi se apprezzo la parola “guru”, che implica nella sua accezione spirituale qualcosa di religioso, qualcosa che ha a che fare con le verità rivelate e che vanno quindi accettate a priori. Un precettore e quindi una persona che dà “precetto”, una norma che si riferisce al comportamento, espressa da un’autorità riconosciuta.
Parlare di norme, in un’azione di educazione, per fare fronte alla modernità acefala e senza punti di riferimento mi fa sorridere.

Secondo me il tempo dei “guru” è sparito e proprio per questo il mercato li ricerca disperatamente, come un vinile originale dei “The Quarrymen”.

La formazione e il suo senso profondo

Io penso che “formare” significhi fare cultura e predisporre le persone a fare fronte a situazioni nuove, che siano imposte dal contesto o ricercate da singolo. Implica migliorare le competenze per fare ottenere risultati reali, fisici, economici, psichici, spirituali.

Formare comporta che qualcuno si faccia carico di fare vivere ad altri il presente, faccia notare il buono e il brutto del passato e riesca a fare inventare con efficacia un futuro migliore.

Formare significa creare una coscienza competente ma libera e multiforme quanto serve per affrontare un tempo di cigni neri continui.

Ma chi fa questo mestiere, ammesso che sia un mestiere e basta, è sempre consapevole di tutto questo? O piuttosto immagina di essere una sorta di meccanico che rende le auto più veloci e il fatto che potrebbero essere troppo leggere per reggere quella velocità non sarà più affare suo?

Di solito il formatore “classico” spiega che lui lavora più sul saper fare e sul saper essere di un lavoratore, piuttosto che sul sapere, quindi lavora sulle competenze. Mi tratterrò dal ragionare su chi dispensa solo competenze estremamente tecniche, dove il passaggio di competenze è valutabile, chiaro, delineato.

Queste situazioni assomigliano più ad apprendistati e il campo critico è sostanzialmente limitato alla metodologia di spiegazione e apprendimento, oltre che alle capacità pedagogiche del docente e quelle di apprendimento dello studente.

C’è insomma poco da dire.

Chi è bravo fa ottenere risultati misurabili a chi invece bravo non è.

Quando però ci spostiamo nel campo del miglioramento e della crescita personale, parliamo di persone che intendono influenzare profondamente i paradigmi esistenziali di chi gli si accosta. Non mi permetto di mettere in discussione il tipo di scelte individuali: a cosa decidi di credere è affare tuo e solo tuo.

Posso però parlare come parte di e ad una area specifica di fruitori della formazione. Quella di chi, lavorando in un mondo tridimensionale ed economico, vorrebbe ottenere dai formatori una visuale adeguata, strumenti utili ed un equilibrio personale. L’area laica dei clienti che non vogliono gli si chieda atti di fede, ma preferiscono la costruzione progressiva della fiducia.

Quelli che non cercano “guru” che gli dicano in continuazione: ”fidatevi”, “vi garantisco che”, “credetemi quando vi dico”.

Quelli che richiedono suggerimenti, strutturazione e letture diverse del panorama per poi camminare da soli.

Questi “consumatori” della formazione s’imbatteranno, per semplificare con un certa esattezza ma senza pretese di esaustività, in almeno tre categorie di formatori.

  1. I “lavoratori” che tentano di mantenere le promesse e quando non le mantengono pagano pegno.
  2. Gli “entusiasti sprovveduti”, senza l’esperienza, la preparazione o le capacità per sostenere in pratica ciò che tentano di trasmettere e si sciolgono e scompaiono alla prima difficoltà dei loro clienti.
  3. “Gli spietati” Lucidi, capaci esperti di marketing a somma zero. Un euro in meno a te è un euro in più per me.

Materie e tendenze

Quanto alle materie poi, come nelle derivazioni del Rock & Roll da Elvis in giù, nella formazione, dai trascendentalisti americani in poi, troviamo ogni tendenza immaginabile.

Dalla fisica quantistica per realizzare i sogni, alle entità celesti o aliene da contattare perché ti ritornino l’energia, dai metodi psicologici efficaci che però necessitano del pagamento annuo per il certificato firmato dal fondatore, all’abbonamento mensile per sentirti suggerire in modo affascinante in digitale un’idea imprenditoriale unica e favolosa per diventare ricco.

Non ho nulla da dire sui temi poiché sono e saranno tanti quanti il mercato sarà capace di assorbirne.

Ho invece una piccola riflessione trasversale sulle tre categorie di docenti.

I formatori hanno più anime, a volte complementari a volte antitetiche.

C’è chi si sente di svolgere un lavoro come un altro, c’è chi intraprende una missione per procurare un benessere sociale più ampio. Professione e vocazione.

C’è chi ama ciò che fa e chi lavora e basta, e tutte le sfumature da un capo all’altro di questi due concetti.

La formazione è parente stretta, se non addirittura sinonimo, dell’educazione, cioè dell’acquisizione degli atteggiamenti e delle capacità concernenti il comportamento morale: aiuta, quindi, a sviluppare un criterio di giudizio verso i concetti antitetici di “bene” e di “male”. E’ molto di più dell’istruzione, che è soprattutto l’acquisizione di conoscenze.

Formare ed educare sono impegni da prendere con la consapevolezza che il beneficio o il danno che puoi potenzialmente arrecare come docente è infinitamente grande e ricade su tutta la comunità.

La formazione dovrebbe creare persone migliori per sé e per gli altri sul lungo periodo. Serve cura, continuità, ma soprattutto credibilità, coerenza, onestà intellettuale.

Il valore di mercato

Il fatto che la formazione sia però erogata nell’ambito del mercato libero implica che può essere gestita come qualunque altro prodotto o servizio. Tutti quelli che s’intendono di marketing sanno che la prima regola per produrre marginalità è tenere alta l’asimmetria informativa. Se si vuole produrre margine, il cliente deve ignorare il più possibile tutto ciò che riguarda come la fonte del sapere crea i suoi contenuti.

Deve rimanere costantemente in uno stato di dubbio circa il prossimo passo che dovrà però fare se vuole compiere passi avanti, non deve avere un’autonomia completa ma possibilmente una dipendenza dal formatore.

Le religioni, di solito, sono ottimi esempi di asimmetria informativa.

Ecco perché il tema del “guru” è così importante da tenere a mente.

Ecco perché indipendentemente dal fatto che faccia parte di una delle tre categorie di formatori sopracitate, si dovrebbe scappare dai “guru”.

Il mercato si presta in modo egregio a creare “divinità” e a fare pagare le esternalità negative a tutti noi. Anzi, il mercato necessità di “guru”, in tutti i campi, ma io credo che alcuni campi come quello dell’educazione siano “più campi degli altri”.

Come la sanità e l’assistenza sociale, l’educazione propaga i suoi effetti a lungo e su tutti.

Dovremmo essere attenti e selettivi.

Il guru, che faccia affidamento su enti divini, energie cosmiche o complicate equazioni e algoritmi matematici o su “endorsement” di personaggi irraggiungibili e fuori portata, ha sempre i medesimi marchi di fabbrica.

Non devi capire.

Devi accettare.

Il guru è un ottimo marketer.

Il guru richiede fiducia cieca.

Il guru risponde sibillino.

Il guru ti fa sentire inadeguato.

Il guru è molto interessato al tuo futuro se frequenti il suo studio, ma diventi trasparente se ne frequenti un altro.

Il guru, giustamente, deve guadagnare indipendentemente dalla tua illuminazione, quindi la garanzia è sempre a carico tuo.

Ogni volta che mi viene incontro un “guru” della formazione, che sia un “entusiasta sprovveduto” o uno “spietato”, mi viene in mente la favolosa risposta di John Lennon che, con George Harrison, nel 1968 durante il soggiorno con il resto dei Beatles nell’ashram del guru Maharishi, ad un certo punto fecero i bagagli per andarsene, stanchi delle incongruenze del guru, tra dire e fare, circa la sua astinenza dal sesso. Quando Maharishi chiese loro perché avessero intenzione di partire, Lennon rispose: “Sei tu quello cosmico, dovresti saperlo.”

Ecco. Se sono guru, se sono cosmici, fate tante domande serie.

Poi si vedrà.

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Autore
Manager e scrittore. Nato nel 1964 a Bassano del Grappa (Vi), dopo la laurea in Economia presso l’Università di Cà Foscari incontra alcune grandi aziende, tra cui Adidas e Diesel. Attualmente è consulente di Direzione del Gruppo OTB per le strategie di Employer Branding. Tra i suoi successi editoriali, "Dovresti tornare a guidare il camion Elvis" (Ed. FrancoAngeli).
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