Varnish

Quindicinale, Numero 65 – 13 giugno 2018

La leadership del Capo-Amico

Una riflessione sull’amicizia nei luoghi di lavoro, soprattutto se c'è di mezzo la "gerarchia"
  •  
  • 5
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
    5
    Shares

Dire che sul luogo di lavoro passiamo la maggior parte del nostro tempo è ormai diventato banale ma è da qui che si può iniziare una riflessione sull’importanza e sugli effetti delle relazioni nei luoghi di lavoro.

Ogni giorno in ufficio passiamo mediamente otto o nove ore, ipotizziamo di dormirne altre sette o otto (anche se in realtà fra le mie conoscenze chi dorme almeno 8 ore è solo il mio cane): ecco che ci restano altre otto ore che però sprechiamo in gran parte per attività che vorremmo volentieri evitare (spese, commissioni, trasferimenti), rimangono allora sì e no quattro o cinque ore da dedicare alle nostre passioni e alle persone care.

È inevitabile che sul luogo di lavoro nascano relazioni personali intense, anche ma non necessariamente di carattere sentimentale.

Il contesto fa l’amicizia

A chi dice che le amicizie sul lavoro non sono reali ma solo frutto di opportunità, se non addirittura di opportunismo, si può agevolmente replicare che anche quelle che tutti ricordiamo come le più vere e sincere, quelle dei tempi della scuola, in realtà sono nate in primo luogo a causa della convivenza forzata. Ci vuole sempre l’occasione, poi ci sono conoscenze che si sviluppano ed altre che si inaridiscono.

L’amicizia nei luoghi di lavoro è già di per sé piuttosto complicata, specie se si lavora in contesti competitivi; quella fra capo e collaboratori è un tema ancor più delicato.

Occorre però partire innanzitutto dalla analisi dei vari contesti in cui ci si trova inseriti. È ovvio che lavorare in una multinazionale super organizzata, con procedure e gerarchie cristallizzate, è certamente molto diverso dall’essere impegnati in una start-up il cui fondatore ha meno di 25 anni e ha scelto i suoi collaboratori fra i coetanei.

Ci sono contesti che indubbiamente favoriscono e talvolta incoraggiano apertamente le amicizie fra colleghi, creando occasioni di incontro fuori del lavoro, con ambienti che facilitano le relazioni sociali (sale ricreazione o fitness room), mentre in altre realtà ci sono vere e proprie ronde appostate nei dintorni delle macchinette del caffè pronte a stroncare ogni conversazione che duri più di due minuti.

Ciononostante le amicizie fra colleghi nascono e si sviluppano in tutti i contesti lavorativi, anche quelli più ostili, perché l’uomo è prima di tutto un animale sociale. Gli effetti sulle prestazioni lavorative sono per lo più positivi (e c’era da immaginarselo, visto che alcuni datori di lavoro le incoraggiano, perché il datore di lavoro in genere non è un benefattore): i legami fra i membri di un team lo rendono più forte e più efficiente, ci si aiuta, si lavora di più e con più entusiasmo e i risultati si vedono. Non mancano però alcuni risvolti negativi, che si possono verificare a causa di gelosie o incomprensioni che hanno conseguenze molto più devastanti di quelle che si possono verificare fra “semplici colleghi”. L’amico o l’amica che si sente tradito, che ritiene di aver subito un torto o un’ingiustizia, spesso rompe i ponti in modo drastico, si irrigidisce totalmente e allora il lavoro ne risente ed obbliga il responsabile a prendere decisioni dolorose come allontanamenti e spostamenti.

Il Capo-Amico

Se i rapporti di amicizia sul lavoro non sono rose e fiori, molto più problematico è l’eventuale rapporto di amicizia fra capo e collaboratori. È un’ipotesi molto più rara ma non del tutto infrequente. Innanzitutto si può verificare nel caso di promozione ad un ruolo di responsabilità di quello che fino a ieri era il nostro collega ed amico. Come dobbiamo comportarci con lui dopo la promozione e come si muoverà lui nei nostri confronti?  Tralasciamo volutamente i casi “patologici” di neopromossi che il giorno dopo rifiutano il caffè che gli vuoi offrire e rincarano la dose con frasi del tipo “Sai, è meglio se d’ora in poi ci diamo del Lei” (ne ho conosciuti almeno un paio, ai quali non è mancato un sincero “vaffa” beneaugurante per il nuovo ruolo).

I nuovi ruoli determinano comunque la necessità di trovare nuovi equilibri, perché il neo capo non può rischiare accuse di favoritismi nei confronti dell’amico in un momento in cui il suo operato sarà sicuramente sotto la lente di ingrandimento dei superiori, né questi vorrà essere considerato il raccomandato di turno. Se c’era vera amicizia basterà fare un po’ di attenzione al numero dei caffè o dei pasti consumati insieme per placare le malelingue e non rinunciare così ad un rapporto importante.

Più raro è il caso della amicizia che nasce fra capo e collaboratore che si incontrano a ruoli per così dire già definiti. Raro perché molto dipende dallo stile di leadership adottato dal capo. Abbiamo sentito parlare spesso dei vari stili di leadership – “Leader autoritari”, “Leader partecipativi”, “Leader coach”, “Leader affiliativi” – ed è evidente pensare che, se il mio capo ha uno stile autoritario, sarà praticamente impossibile che si possa sviluppare un’amicizia. Se, viceversa, il capo ha uno stile affiliativo, ciò può favorire non solo le relazioni fra i membri del team ma anche quelle fra capo e collaboratori fino a sviluppare, in qualche caso, legami di stima ed affetto.

Quali possono essere gli effetti di un’amicizia che sorge fra un capo ed un suo collaboratore? Considerato che stima e disponibilità reciproca sono alcuni degli elementi tipici dell’amicizia, c’è da chiedersi perché queste dovrebbero interferire con l’attività lavorativa. Infatti non interferiscono proprio, anzi si possono rivelare potenti mezzi per amplificare le potenzialità sia personali che del team. Ovviamente entrambi, ma soprattutto il capo, devono essere molto bravi a “gestire” il rapporto, evitare le maldicenze e le critiche e farsi forti dei risultati del gruppo, che grazie all’armonia e all’entusiasmo saranno sicuramenti di livello eccellente.

Il punto cruciale che può far saltare gli equilibri del team è ancora una volta il dubbio, che si può insinuare nella testa di qualcuno, che ci siano preferiti e preferite del capo, per cui è essenziale dare a tutti i componenti della squadra non necessariamente lo stesso, ma il giusto risalto e la giusta importanza, perché tutti contribuiscono al risultato con le loro competenze.

La leadership del capo non viene necessariamente messa in crisi dai rapporti amichevoli con i propri collaboratori, anzi spesso permette al team di raggiungere risultati inaspettati. Se poi questo rapporto, necessariamente filtrato da limiti di convenienza e di opportunità, possa effettivamente definirsi amicizia, beh, questo è difficile da dire e ognuno di noi resta probabilmente con la sua personale risposta.

Tags: , , ,



Autore
Laureato in giurisprudenza e avvocato, preferisce l’azienda alla professione e ha maturato una solida esperienza come legale d’impresa, prima alla Sammontana e poi alla Pramac. Proprio alla Pramac inizia un percorso professionale internazionale ed amplia le proprie responsabilità, assumendo anche la direzione delle risorse umane e della organizzazione a livello di gruppo e maturando la decisione di dedicarsi principalmente alla gestione del personale. Dal 2008 è Direttore Risorse Umane e Organizzazione di Trigano S.p.A., azienda leader nella produzione di motorcaravan. Sportivo appassionato, ex pallavolista, è attualmente allenatore della squadra femminile di Prima Divisione della U.S.E. Pallavolo Empoli e tenta, con alterne fortune, di trasferire i principi di gestione del personale di una azienda nella gestione di una squadra e viceversa.
Commenta questo articolo