Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

La legge della paura

In che modo le scelte di lavoro possono diventare sottili ricatti
La paura
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(In collaborazione con Marika Nesi)

Lavoro, adattabilità ai cambiamenti e paura. Il lavoro troppo spesso frena per paura. E la paura, che non è mai una voce di bilancio, detta legge in molte scelte, che tuttavia spesso si rivelano sbagliate. Ma qual è il rapporto fra adattabilità ai cambiamenti, paura e mondo del lavoro?

Quando si parla di lavoro, la paura è in gran parte giustificata: essa non è soltanto legata alla non voglia di adattarsi, ma anche alla scarsità di lavoro, e quindi alla paura di non poterlo trovare o di poterlo perdere molto facilmente. Inoltre, la paura è legata alle grandi difficoltà che ci sono in questo momento; la scarsità di lavoro, il fatto che sempre di più il famoso “posto fisso” — come lo si chiamava un tempo — appare come una chimera, il doversi costantemente adattare, mettendo in discussione le proprie competenze e il proprio sapere: sono tutte questioni che destabilizzano a livello identitario. Ecco perché la paura è sempre più grande e sempre più giustificata dalle condizioni oggettive di difficoltà esistenti.

Un cambiamento di paradigma

Oggi assistiamo a un fenomeno che, in termini epistemologici, si chiama “cambiamento di paradigma”: il passaggio da un modello “paternalista”, nel quale l’autorità religiosa, morale  politica poteva costantemente interferire con la libertà individuale, in nome del Bene e per evitare il Male, al modello “individualista”, secondo cui è l’individuo, meglio di chiunque altro, a determinare la propria concezione di Bene e dunque ciò che vuole o non vuole fare.

Questo cambiamento di paradigma ha comportato, a sua volta, una doppia implicazione. Nel periodo del “boom lavorativo”,  negli anni Ottanta e Novanta, si è assistito a una sorta di mitizzazione del lavoro che è stato visto come qualcosa di capace di realizzare l’individuo pienamente. Si è assistito, quindi, a un’invasione della sfera lavorativa nell’ambito della sfera privata. Il lavoro veniva presentato come quel qualcosa che avrebbe potuto mostrare a tutti ciò di cui si era all’altezza, anche arrivando a un sacrificio di ogni altra dimensione: ci si buttava a capofitto, ci si considerava responsabili del proprio destino. Ci si considerava quasi investiti di un ruolo, di una missione.

La (s)consacrazione del lavoro

In seguito, alla fine degli anni Duemila e con la crisi del 2008, si è assistito a un cambiamento ulteriore. Da un lato ci si è resi conto che in realtà il lavoro non permette di realizzarsi completamente, perché tutta una serie di dimensioni della vita ne restano tagliate fuori. Più ci si butta a capofitto nel lavoro, più si perde di vista l’essenziale perché tutto diventa strumentale alla realizzazione professionale, con una colpevolizzazione crescente nel momento in cui si viene confrontati a posizioni di errore, di distacco e così via. Dall’altro lato, proprio con la crisi sono venute meno le premesse originarie: adesso è molto difficile presentare il lavoro come la chiave di volta dell’esistenza, perché il lavoro è poco.

Di conseguenza, si colpevolizzano ancora di più le persone, si tende a far credere che è colpa loro se non trovano un lavoro o se lo perdono: perché non sono stati sufficientemente in grado di adeguarsi, perché non sono stati all’altezza delle aspettative. E, tuttavia, la scarsità del lavoro è indipendente dalle competenze oggettive ed esistenti che spesso non è possibile utilizzare o mettere a servizio della propria professione.

Il coach del nostro tempo

Inoltre, la leadership prima e il coaching dopo hanno avuto un ruolo determinante nel discorso legato al rapporto fra lavoro e paura. A cavallo fra gli anni Novanta e Duemila, il coaching era considerato un modo per sbloccarsi e per sbloccare quei meccanismi che non permettevano all’individuo di osare, di andare al di là di se stessi, di mostrarsi sufficientemente fiduciosi e quindi capaci di affrontare qualunque tipo di situazione.

Oggi, approfittando della situazione di crisi, il coaching viene considerato come l’unica soluzione capace di trovare un lavoro o di salvaguardarlo, anche se in realtà esso non fa che aumentare il senso di colpa, perché tutto ricade sull’incapacità individuale. Il problema di questi meccanismi — che dovrebbero spronare e aiutare — è quello di non prendere in considerazione i limiti oggettivi del reale: non è necessariamente colpa del lavoratore se sul posto di lavoro le situazioni non si sbloccano, se non si riesce a essere promossi, se altre persone passano avanti. O se si perde il lavoro.

Quello che viene sistematicamente ripetuto è che, se si perde il lavoro o se qualcuno ci sorpassa, è colpa nostra perché non siamo stati sufficientemente capaci di impegnarci, di evolvere o di rottamare aspetti del nostro carattere che non erano adeguati alla situazione. In realtà, le difficoltà di fronte alle quali ci si trova sono difficoltà oggettive: i posti di lavoro sono pochi e, peraltro, richiedono un impegno talmente grande da far scivolare spesso l’individuo in posizioni di burning out, sempre più frequenti nei luoghi di lavoro.

La ricerca della gloria immediata

Esiste, quindi un rapporto fra la paura, legata al modello individualista, e la gloria immediata che il modello del coaching propone, perché di fatto si ha paura sempre e sistematicamente di non essere all’altezza. Ed è questa paura che viene strumentalizzata. Ecco perché oggi sarebbe necessario riuscire a ridare una giusta collocazione al tema del lavoro. Il lavoro è un lavoro e noi abbiamo bisogno del lavoro per arrivare alla fine del mese, per il nostro sostentamento, talvolta per realizzare aspettative e desideri; ma il lavoro non è tutto.

Uno dei problemi di oggi consiste nell’immaginare che senza lavoro non si valga nulla, mentre in realtà i valori che ognuno di noi possiede, come la dignità, sono indipendenti da quello che si riesce o meno ad ottenere professionalmente. Serve poi considerare anche le altre sfaccettature della vita, come le relazioni private, l’amicizia o il rapporto con i figli, che nutrono e danno senso. Penso, quindi, che si dovrebbe riconsiderare l’esistenza umana nella sua globalità e rimettere il lavoro al posto giusto.

Il lavoro è di certo importante, ma non è l’unico elemento importante della nostra vita.

Lavoro e cibo

A volte mi capita di fare un parallelo fra lavoro e cibo. Oggi si parla tantissimo di cibo, e quando si parla di cibo gli si dà un valore che va al di là del suo valore in sé: il cibo dovrebbe tornare a essere solo cibo, e cioè ciò che ci permette di restare in vita. Abbiamo bisogno di nutrirci per vivere; a volte il cibo ci dà anche un piacere, il piacere del nutrirsi, ma l’individuo non vive per nutrirsi, come spesso quasi si ha la sensazione che accada. Nel caso del lavoro è lo stesso.

Il lavoro dovrebbe tornare a essere solamente lavoro, e cioè non si vive per lavorare, si lavora per vivere. Dare una giusta collocazione al lavoro significa anche fare sì che gli altri aspetti della vita siano presi in considerazione anche all’interno dell’ambiente di lavoro. Molte volte, in alcune aziende, pubbliche e private, sembra che la dedizione al lavoro debba essere totale e che, se manca il sacrificio di sé, non si meriti quel posto. Sono proprio questi i presupposti da cui scatta la paura di non essere all’altezza.

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Autore
Michela Marzano (Roma 1970), dopo aver studiato alla Scuola Normale Superiore di Pisa e avervi conseguito un dottorato di ricerca in filosofia, è diventata professore ordinario e Direttore del Dipartimento di Scienze Sociali (SHS – Sorbona) all’Università Paris Descartes. Autrice di numerosi saggi e articoli di filosofia morale e politica, ha curato il Dictionnaire du corps (2007) e il Dictionnaire de la violence (2011). Fra i suoi libri, alcuni dei quali tradotti in diversi paesi: Penser le corps (2002), La fidélité ou l’amour à vif (2005), Je consens, donc je suis… (2006), La mort spectacle (2007), L’éthique appliquée (2008), Visage de la peur (2009) e Le contrat de défiance (2010). Con Mondadori ha pubblicato Estensione del dominio della manipolazione (2009), Sii bella e stai zitta (2010), Volevo essere una farfalla (2011), La fine del desiderio (2012) e Avere fiducia (2012). Dirige una collana di saggi filosofici per le Edizioni PUF e collabora con la «Repubblica».
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  • Giorgia Franceschini

    Personalmente non concordo sul ruolo del coaching. Certo, sono di parte, perché sono una coach, ma dato che sono anche una consulente di outplacement penso di poter parlare a ragion veduta. Non so con quali coach sia entrata in contatto, ma temo che non abbiano fatto un buon lavoro. Iniziamo col dire che quasi sempre mi trovo a confrontarmi con persone che pensano di poter cambiare gli altri perché hanno relazioni che non funzionano (ad esempio con i propri capi) o che pensano di poter raggiungere qualsiasi obiettivo solo con la tenacia e la forza di volontà. Queste due caratteristiche sono fondamentali, ma ancor di più lo è riconoscere ed accettare i propri limiti: ognuno di noi è responsabile solo per se stesso! Questo non vuol dire che dobbiamo essere fatalisti, ma che possiamo lavorare su noi stessi per dare il meglio che possiamo. Io ho il mio 100% di responsabilità e gli altri hanno il loro 100% di responsabilità. Se qualche coach invita all’onnipotenza, mi dissocio.

    • Marco Neri

      d’accordo con te Giorgia ed inoltre la PNL non propone la “gloria immediata” se viene seguito il suo modello.