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Quindicinale, Numero 63 – 8 aprile 2018

La meditazione e l’arte di arrendersi

Uno sguardo esperto sulla meditazione, pratica antica e spesso fraintesa e "occidentalizzata"
meditazione
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Meditazione: un’espressione che ricorre sempre più di frequente nella vita quotidiana, talvolta anche negli ambienti professionali. In questi ultimi 50 anni si è assistito a una crescita esponenziale di questa pratica in numerosi contesti: psicologico, medico, scolastico, ludico, aziendale. Con essa sono aumentate le ricerche sulle aree cerebrali che coinvolge e sui benefici psicofisici, ma anche relazionali, scolastici e professionali che ne possono derivare.

Che cos’è la meditazione?

Da disciplina relegata al mondo orientale, poi giunta in occidente e praticata in difformi contesti new age, oggi la meditazione sta assumendo sempre più l’aspetto di una disciplina con un solido fondamento scientifico. Tuttavia non si deve dimenticare che nasce come pratica spirituale per la conoscenza, la consapevolezza, la comprensione di sé, dell’altro e del mondo.

In questo lungo processo storico, culturale e sociale, la meditazione ha subito una forma di occidentalizzazione (o, secondo alcuni, di “americanizzazione”) che ha portato a modificare alcuni suoi elementi pratici al fine di renderli più aderenti alle abitudini di vita e di lavoro occidentali. Ne sono un esempio le meditazioni dinamiche, in movimento, che si distinguono da quelle statiche e rispondono meglio all’iperattivismo contemporaneo.

È molto difficile definire la meditazione proprio perché è una condizione che sfugge a tutte le definizioni: per sua stessa natura è indefinibile. Nel momento in cui la si definisce a parole – e le parole delimitano, incasellano, opponendosi al flusso della vita – essa si trasforma, diventa qualcosa d’altro; non è più meditazione. La meditazione si pratica, si vive, si respira. Si agisce, pur senza fare alcunché. È una condizione paradossale che la mente non può capire: può solo arrendersi ad essa.

Per approssimazioni successive, possiamo affermare che la meditazione è uno stato di osservazione, consapevolezza, unità interiore. Non è una condizione da raggiungere, ma esiste già: è solo da riconoscere. Significa essere del tutto presenti, qui, ora, in una forma di rilassamento attento e vigile. Non richiede di compiere alcunché di speciale, o di andare chissà dove. È una disposizione interiore che pone l’accento non sul cosa, ma sul come.

In questa condizione nulla turba o infastidisce. Non è perdita di sensibilità agli stimoli, assenza di pensieri o emozioni, bensì un’osservazione serena del loro fluire. La mente per sua stessa natura produce pensieri ed emozioni: non bisogna etichettarli come giusti o sbagliati, buoni o cattivi, ma limitarsi a lasciarli fluire per tornare al fisiologico stato di vuoto che caratterizza la nostra natura.

La meditazione non è destinata a restare confinata in una stanza, un eremo, un monastero. In quanto dimensione interiore, è votata a essere ricreata costantemente in noi nella vita di ogni giorno. La vera essenza della meditazione si esplica proprio nella quotidianità. Con la pratica meditativa, infatti, si maturano capacità di stabilità interiore, empatia, intelligenza emotiva, attenzione al dettaglio.

L’approccio alla meditazione

Perché alcune persone decidono di andare da uno psicologo, da un medico, da un coach, da un sacerdote? Che cosa differenzia queste richieste? Quali sono le domande di base?

In genere ci si rivolge a un professionista quando si vive una condizione di disagio, fastidio o dolore. Più raramente ci si impegna in un cambiamento attivo in condizioni di benessere per un ulteriore miglioramento.

In genere quello che anima la richiesta di chi si avvicina alla meditazione è il senso di vuoto, nella vita o nel lavoro. Magari le altre strade, forse più tradizionali, sono già state battute, o probabilmente ci si rende conto che le risposte spirituali già note non sono in grado di fornire ciò di cui si avverte il bisogno.

La ricerca di senso è ciò che, in modo più o meno consapevole, anima ciascun essere umano. Trascorriamo la prima parte della vita a chiederci chi siamo, che cosa vogliamo essere, dove desideriamo andare, per poi affacciarci a una fase esistenziale successiva in cui sentiamo che la vita ci chiede qualcosa che va realizzato. Il fine presunto è quello di compiere una sorta di destino esistenziale che consenta di sentirsi compiuti, di apportare un cambiamento costruttivo alla comunità.

Il coraggio di arrendersi

Talvolta, tra i 40 e i 50 anni, nonostante una vita invidiabile e piena di successi, sembra che manchi sempre qualcosa. Come un’inquietudine di fondo. Oppure, al contrario: se nonostante gli sforzi i successi non ci sono, si prova insoddisfazione e sconforto. La meditazione, in questo frangente, non fornisce risposte, o quantomeno non quelle a cui siamo abituati solitamente: niente strategie, niente obiettivi né soluzioni miracolose.

Al contrario offre un’opportunità preziosa, semplice e complessa al tempo stesso: arrendersi. Una proposta paradossale, di certo non in linea con le convinzioni occidentali: chi si arrende è un perdente. Al contrario, guardando l’etimologia del termine, nella sua accezione originaria arrendersi si riferiva alla capacità di flettersi, di piegarsi dolcemente senza rompersi. Da qui la metafora della canna al vento, che lo asseconda mantenendo la sua integrità.

In questa definizione si può comprendere come arrendersi sia un’arte per individui dotati di coraggio. Nel momento in cui si sente di stare per affogare viene spontaneo moltiplicare gli sforzi, ma il risultato è faticare sempre più, fino a non avere più le forze di sostenersi: a quel punto avviene la resa. Ed ecco che qualcosa cambia, proprio quando si smette consapevolmente di agire. L’acqua ci sostiene, grazie alla sua stessa forza e al fatto che abbiamo deciso di affidarci ad essa.

Riconoscere e accettare i cambiamenti

Questa è l’essenza della pratica meditativa: proprio mentre non facciamo alcunché, quando abdichiamo al nostro bisogno di decidere e controllare tutto, qualcosa cambia. Dentro, e di riflesso anche fuori.

Quando siamo stanchi della nostra vita e del nostro lavoro, quando siamo disposti a lasciare andare ogni cosa per metterci in osservazione e ascolto, cambia sempre qualcosa. È una condizione paradossale, al limite dell’inconcepibile, eppure è quello che accade: solo la pratica costante lo può dimostrare, giorno per giorno.

I cambiamenti accadono sempre e comunque, desiderati o meno. Ciò che può fare la differenza – e lo si trova nella condizione meditativa – è la consapevolezza con cui questo accade. Quando siamo consapevoli tutto fluisce più serenamente, tutto appare più chiaro e naturale, in modo che lo riceviamo con minore dolore e maggiore felicità.

 

Photo by Jared Rice on Unsplash

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Autore
E’ Psicologa & Coach di orientamento olistico. Presidente di ArmoniaBenessere®, Associazione e Metodo di lavoro che opera per il ben-essere globale della persona, nella sua vita privata e professionale, della società, dell’ambiente. Autrice di numerosi libri sul rapporto tra lavoro e persona; l'ultimo, in fase di pubblicazione, è "99 Esercizi per il Benessere e la Felicità nella Vita e nel Lavoro".
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