Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

La nostra politica industriale fa male alla competitività

Francesco Giavazzi: a trainare l'Italia sono le imprese medio-grandi e non i gruppi industriali delle lobby
La nostra politica industriale fa male alla competitività
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Liberista ortodosso, seguace della scuola di Chicago e di Milton Friedman, docente di politica economica alla Bocconi, saggista, editorialista del Corriere della Sera, consulente ai tempi del governo Monti per un’analisi della Spending Review, Francesco Giavazzi è convinto che la competitività sia l’unica medicina per curare le economie moderne e per toglierle dalle grinfie dello Stato.
Se fosse per lui il Ministero dell’Industria avrebbe chiuso da tempo i battenti in quanto inutile o peggio dannoso. Nemico acerrimo delle corporazioni è convinto che fino ad ora nessun governo abbia avuto la forza o il coraggio di combattere le lobby che si nascondono ad esempio dietro gli ordini professionali.

Lo abbiamo sentito per chiedergli in primo luogo in che posizione si colloca l’Italia nelle classifiche sulla competitività internazionale.
“Direi innanzitutto che a mio parere le medie non hanno senso. Per dare una risposta alla sua domanda è necessario guardare ai settori dell’economia e distinguere tra quelli esposti alle esportazioni e alla concorrenza internazionale e quelli che coprono esclusivamente il mercato interno. I primi sono certamente più dinamici, i secondi più protetti e più conservativi”.

Mi pare di capire che secondo lei la vera anima della competitività italiana va ricercata nel settore meno protetto, quello più esposto alla concorrenza internazionale.
“Proprio così. Le imprese di questo settore hanno capito da tempo che con l’introduzione dell’euro non potevano più contare sulla svalutazione della moneta e quindi hanno puntato tutto sulla produttività. Si tratta di quelle imprese che sono la vera ossatura dell’industria italiana, tutte quelle imprese che hanno dato un vero impulso all’export pur in un momento di crisi”.

Mi può fare qualche esempio per capire di quale tipologia di imprese stiamo parlando?
“A Milano Saes Getters, leader nella tecnologia dei cristalli ottici e dei sistemi che operano sotto vuoto o in atmosfere di gas puro. Ad Alessandria Alberto Taccchella è tra i primi al mondo nelle macchine rettificatrici ad alta precisione. Qualche altro esempio? Penso a Gentium di Laura Ferro, quotata al Nasdaq, che sviluppa farmaci per oncologia e malattie rare o al Cotonificio Albini, che dalle valli bergamasche serve le maggiori catene americane (Banana Republic, Crew, Brooks Brothers)”.

Ci sta dicendo che la timida ripresa dell’economia italiana registrata da tutti gli indicatori è dovuta a imprese medio grandi e non ai gruppi industriali?
“Direi di sì. Sono imprese di questo tipo che hanno tenuto botta alla crisi. La recente ripresa dell’economia italiana è cominciata proprio con le esportazioni verso gli Stati Uniti che hanno fatto da traino per tutta l’economia mettendo in moto investimenti”.

I governi come si sono comportati rispetto al tema della competitività?
“Io credo che il cambiamento di marcia ci sia stato con il governo guidato da Matteo Renzi, che da subito ha posto molta attenzione alle imprese più competitive. L’introduzione del Jobs Act inoltre è stato positivo”.

Tuttavia, in un editoriale sul Corriere della Sera, lei e l’economista Alberto Alesina avete firmato un articolo di prima pagina che criticava duramente la legge sulla concorrenza voluta dal governo Renzi: “Il governo non sembra capire l’importanza della concorrenza. O meglio, forse la capisce ma non sa dire di no alle lobby che di concorrenza non vogliono sentir parlare”. “Ricordate quando c’era il monopolio delle linee aeree nazionali? I voli all’interno dell’Europa (per non parlare di quelli extraeuropei) erano di fatto riservati ai ricchi. Oggi, dopo la liberalizzazione, i nostri figli visitano l’Europa (e il mondo) a prezzi con cui noi da Milano visitavamo al massimo la Lombardia”. Sono critiche severe.
“Sì, la legge sulla concorrenza è stata una delusione. Ancora una volta i politici hanno avuto paura di mettersi contro le lobby dei notai, degli avvocati, dei tassisti. La vicenda Uber è significativa. Lei pensi che in India stanno discutendo se consentire la nascita di due società Uber, qui siamo ancora alla difesa della lobby dei tassisti”.

Che fare per rendere tutta l’economia italiana più competitiva?
“Semplice, quasi banale. Bisogna facilitare la concorrenza, ad esempio liberalizzando i servizi e non accettare le logiche delle lobby. E non illudersi che le politiche industriali dei governi possano fare granché. A mio parere fanno soltanto danni. La vera politica industriale è la politica della concorrenza. Ad esempio, è stato sbagliato favorire la guerra a Italo, nel settore dei trasporti sarebbe stato vitale per i cittadini favorire la concorrenza. Invece anche Renzi si è fatto attrarre dall’illusione che il governo possa intervenire nell’economia per facilitarne la crescita. Perché la Fiat in passato ha rischiato di fallire? Perché si era seduta sugli allori, illudendosi di poter sfruttare il semi monopolio di cui ha goduto per anni. Quando si è aperta al mercato i risultati si sono visti”.

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Autore
Bruno Perini è nato a Milano il 21 novembre del 1950. E’ diventato professionista nel 1987. Giornalista economico finanziario e politico giudiziario, ha lavorato per circa trent’anni al quotidiano il manifesto. Per due anni ha lavorato al settimanale della Rcs Il Mondo. Ha collaborato con Prima Comunicazione, con il Sole 24 ore, con Radio 24 come conduttore della rassegna stampa, con il Corriere della Sera, con l’agenzia Asca.‏
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