Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

La reputazione è un giudizio

Dall'equazione sulla meritocrazia al valore attuale della raccomandazione
La reputazione è un giudizio
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Nel 1954 Sir Michael Young, laburista inglese, coniò l’espressione ‘meritocrazia’ con l’esplicito intento di azzerare i privilegi della nascita, tradizionalmente britannici, ricorrendo all’equazione: I+E=M.
Dove “I” è intelligenza, “E” è “effort (sforzo)” e M è merito: una ipotesi di processo organizzativo coniato, secondo le intenzioni, per indurre gli altri ad essere trasparenti e ad esigere trasparenza dagli altri.
Oggi, non siamo tenuti a leggere Piketty (anche se male di certo non fa) e neppure a seguire i contorcimenti interpretativi dell’esito di Brexit, per sapere che la crescente dinamica della diseguaglianza – insieme al cambiamento climatico cui è strettamente intercorrelata – costituisce la principale deriva che intacca e mina il benessere collettivo: all’avvio, durante e dopo qualsiasi percorso di vita associata, e per di più ovunque nel nostro pianeta.

Con la ricostruzione dell’immediato secondo dopoguerra (in Italia soprattutto con il Piano Marshall e in molti altri paesi Europei con il Welfare), abbiamo vissuto in Occidente un lungo periodo di progresso, pace e sviluppo come mai nei secoli precedenti, dando tuttavia assai più ascolto ai Michael Young, cantori della meritocrazia, che non agli allarmati richiami di Aurelio Peccei e del suo Club di Roma (1968).
Con la fine di quella crescita, fra i decenni di guerra fredda e la caduta del muro di Berlino nel 1989, ci siamo adagiati in preda a una improvvisa ventata di follia collettiva, dimentichi dei (e disinteressati ai) tanti orrendi massacri e disastri umanitari nel resto del mondo, in larga parte provocati o perlomeno indotti da noi stessi.

Per diversi decenni abbiamo cantato ma poco praticato i valori della meritocrazia classificando paesi, istituzioni, imprese e comunità applicando la formula I+E=M, senza però chiederci a quale titolo e in nome di chi decidevamo il valore da attribuire a ciascuno di quei fattori. Nella migliore delle ipotesi ci siamo affidati a variabili qualitative identificate e selezionate dalle coalizioni dominanti, in base ai loro specifici tornaconti. Per esempio nelle imprese, nella pa e nelle istituzioni educative, in omaggio alla progressiva materializzazione dei valori intangibili, che oggi anche contabilmente rappresentano una larga parte del valore prodotto, abbiamo valutato e continuiamo a valutare le perfomance individuali in base a obiettivi non discussi né condivisi prima con gli interessati, con attenzione prevalente alla comparazione con altri in base a criteri improbabili e comunque soggettivi di rappresentatività, senza tenere conto dei punti di partenza. Nella migliore delle ipotesi, tutto questo in omaggio alla crescita parallela della materializzazione dei valori intangibili.
Ma oggi: in questa stagione del caos, della confusione, della rissa, dell’odio e persino forse della catastrofe, che senso ha parlare ancora di meritocrazia?
Può darsi che, perlomeno in Italia, il suo solo senso stia nel tentativo di alcuni liberali di far lievitare un minimo di consapevolezza sociale nei nostri residuati e residuali processi educativi e della decisione pubblica, di principi come la somma di intelligenza e impegno per raggiungere il merito, piuttosto che quello di ‘capitalismo di relazione’ (personalmente, da studioso delle relazioni, aborro questo termine, ma non disconosco di certo la sostanza del fenomeno che descrive).
Come mi scrive una persona che stimo il concetto di meritocrazia oggi in Italia non è la misura della trasparenza ma solo l’alibi per confermare i sistemi di raccomandazione, collusione e corruzione a cui siamo tutti troppo abituati.
L’altra sera, in una notte milanese di fulmini e pioggia a dirotto, in automobile con due scienziati e due studenti adulti e ho chiesto loro: datemi una vostra definizione di ‘meritocrazia. Davvero sorprendente come l’ambiente accademico attribuisca al termine un sostanziale valore positivo ed è normale che anche gli studenti siano orientati dai loro docenti.

Incuriosito, il giorno dopo ho posto la stessa domanda ad alcuni giovani colleghi consulenti di direzione e anche in questo caso ho riscontrato, sia pure con qualche scetticismo in più, una interpretazione positiva. I miei interlocutori, focalizzati sull’hic et nunc indotto anche dalla digitalizzazione e dall’always-on, si considerano vaccinati rispetto alle prevedibili conseguenze sociali e globali dell’integrazione disuguaglianza crescente.
Un’ultima annotazione: già si farebbe un bel passo avanti se riuscissimo a convincere i nostri interlocutori a pensarci bene prima di segnalare (i.e. raccomandare) qualcuno ad altri, poiché così facendo mettono in gioco la qualità della propria reputazione. E oggi la reputazione è la massima ambizione delle persone e conviene tenere conto che, a differenza dell’immagine che è solo percezione e quindi malleabile dalla comunicazione, la reputazione è un giudizio: quello che gli altri dicono di me quando non ci sono.

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Autore
Senior counsel di Methodos, docente alla LUMSA, autore di libri, saggi e interventi sulla rappresentanza degli interessi presso il processo decisionale pubblico. Methodos è stata costituita nel 1978 come società di formazione manageriale, poi è cresciuto nel 1980 per diventare leader nella comunicazione con i dipendenti e da lì, dal 1990, ha esteso le sue attività al cambiamento e supporto per la gestione della conoscenza alle organizzazioni.
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