Quindicinale, Numero 53 - 15 settembre 2017

L’abito usato non fa il monaco

Poche luci e molte ombre di un mercato della solidarietà di cui è bene non fidarsi sempre
foto ANSA
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La fine dell’anno si avvicina, statisticamente è il periodo in cui le donazioni di indumenti usati raggiungono il picco, vuoi perché ci si sente più buoni vuoi perché bisogna fare spazio ai nuovi luccicanti acquisti (alla smania natalizia si aggiungono poi i saldi di gennaio). Ma anche durante tutto il resto dell’anno le occasioni per fare solidarietà e svuotare gli armadi non mancano: dalle terribili vicende del terremoto di Amatrice e dintorni (a tal proposito non sono mancati appelli ufficiali delle autorità a non inviare coperte e vestiti, in quanto non necessari e non richiesti) agli accorati appelli di questa o quella organizzazione umanitaria – o sedicenti tali- per far fronte ai “bisogni” di questo o quel paese della “periferia del villaggio globale”. Comunque lo si voglia interpretare, anche lo scintillante universo della moda dà il suo bel da fare al mondo degli sprechi. In Europa si stima che vengano consumati ogni anno 10 kg. pro-capite di abbigliamento e accessori connessi, 7 dei quali fortunatamente intercettati prima che siano ridotti in spazzatura.

Buona parte degli abiti ormai caduti in disuso non sono più destinati al macero, ma recuperati e riutilizzati. Con l’entrata in vigore del Decreto Ronchi nel 1997, anche i vestiti rientrano fra i rifiuti differenziati e vengono, dunque, venduti a società specializzate che li usano per altri scopi: circa il 10 per cento raggiunge il mercato dell’usato, il 50 per cento, dopo una fase di selezione e trattamento, viene esportato in paesi extra Ue, il 25 per cento viene commercializzato come stracci nel settore industriale, il 10 per cento è trasformato (ad esempio, in tappetini per automobili o imbottiture) e, infine, un 5 per cento finisce negli inceneritori come qualsiasi rifiuto solido urbano. Dunque, una discreta parte dei rifiuti tessili si trasformano da spreco in ricchezza.

Il reato della solidarietà nascosto tra le filiere dei rifiuti

Ma è proprio in questa “ricchezza” che si possono annidare distorsioni e perfino reati. Infatti mentre per il vetro, l’acciaio, la plastica, la carta e altri materie prime, la raccolta differenziata è parte di una filiera ben definita e coinvolge amministrazioni locali, nazionali e consorzi preposti, per il tessile la situazione è più variegata. In questo caso la filiera del riciclo si incrocia fin dall’inizio con quella del riuso, coinvolgendo Comuni, parrocchie, mercatini dell’usato, grandi catene ed organizzazioni solidali. Ma anche gli interessi della criminalità. Non sono poche le notizie di malaffare che coinvolgono questo settore (solo nel 2016 sono saliti all’onore delle cronache le vicende dal cargo con il logo Caritas sequestrato a gennaio dal CFS nel porto di Cagliari, la rimozione di 1.800 cassonetti gialli dell’AMA a Roma nell’ambito dell’inchiesta “mafia capitale”, le 120 tonnellate di abiti usati sequestrati dalla GdF in Friuli Venezia Giulia non meno di due settimane fa), aventi tutte lo stesso comune denominatore: traffico illecito di rifiuti, in barba alla buona fede di migliaia di cittadini che in nome della solidarietà avevano donato indumenti usati.

Com’è noto, il principale polo industriale di riferimento è il distretto tessile di Prato ed è proprio qui che si è verificato lo scandalo forse più eclatante e relativo a milioni di tonnellate di indumenti usati. Mi riferisco alla vicenda Eurotess Srl, che si occupava dello smaltimento dei rifiuti tessili provenienti dalla raccolta di beneficienza. A seguito di indagini della DDA e dei NOE di Firenze, partite già nel 2011, proprio questa estate si è arrivati alla condanna di 8 persone, con pene fino a 6 anni – si legge nella sentenza – «per aver messo in atto un’attività continuata nel tempo di smaltimento illecito di rifiuti tessili aggravata dall’uso di metodi mafiosi». E’ opportuno ricordare che la Provincia di Prato, costituitasi parte civile, ha ottenuto il risarcimento da liquidarsi in sede civile per il danno di immagine.

La responsabilità dei cittadini

Ma i controlli non sempre possono essere demandati alla magistratura. Alla domanda su cosa deve fare un cittadino per far sì che effettivamente i vestiti usati vengano utilizzati in modo corretto, la risposta di Francesco Marsico, Responsabile area nazionale Caritas Italia è stata molto istruttiva: “La premessa più importante è capire che la gran parte dei vestiti usati non finisce direttamente ad una persona in uno stato di bisogno. I vestiti usati vengono perlopiù utilizzati – diciamo così – come fossero un bene dismesso che viene poi trattato e che quindi genera valore non in quanto vestito, ma in quanto tessuto o altro. Il cittadino deve anzitutto informarsi e capire questa differenza, quindi non deve immaginare – anche un po’ ingenuamente – che quel vestito servirà per aiutare un bambino, una famiglia o una persona, ma pensare bensì di sostenere un’associazione. D’altra parte, però, le associazioni devono essere trasparenti!”.

Per questo si sente sempre più la necessità di maggiore chiarezza e migliore comunicazione sulle tappe di questa filiera. In Italia i chilogrammi dichiarati di raccolta indumenti sono 124 milioni; a livello nazionale si stima però che potrebbero essere quasi il doppio, perché c’è tutta una parte di indumenti raccolti che non viene dichiarata per varie ragioni. Non aiuta a far chiarezza il fatto che fosse nato nel 2008 un consorzio specifico a livello nazionale (il  CONAU) ma sembra essere non più attivo (il sito internet è fermo al 2013 ed al suo interno i dati e le statistiche più recenti sono del 2006 – sigh!).

La responsabilità dei Comuni

Ecco quindi che la prima responsabilità viene a ricadere sui Comuni, con l’obbligo di verificare che l’operatore a cui il servizio viene effettivamente appaltato abbia tutte le caratteristiche di legalità, trasparenza, rendicontabilità e tracciabilità previste dalla normativa, oltre che una reale finalità sociale. Quindi l’amministrazione pubblica ha il dovere di selezionare l’operatore con estrema attenzione; al contempo l’operatore ha il dovere di posizionare contenitori che riportino tutte le indicazioni: oltre che della filiera, anche dell’ente stesso.

Ma non è semplice controllare tutto e tutti, per di più non di rado questi contenitori vengono saccheggiati, vandalizzati o trasformati in discariche improprie, senza dimenticare il fatto che qualche malcapitato sia perfino deceduto nel maldestro tentativo di rovistare tra gli indumenti, rimanendo intrappolato nel diabolico design di alcuni cassonetti. Anche per questo alcuni Comuni hanno deciso di toglierli dalle strade e inserire la raccolta degli indumenti usati nel calendario del porta a porta (ove disponibile) o presso le isole ecologiche.

Il passo da leone del marketing nel fashion

Oltre al conferimento per mezzo delle raccolte differenziate o alla donazione diretta agli enti meritevoli (come le parrocchie o i comitati di quartiere) esiste anche una nuova strada, benché mirata al marketing. Sono sempre più le grandi catene commerciali del settore abbigliamento che anche in Italia si sono lanciate nel ritiro degli indumenti e accessori usati: da OVS a Intimissimi sino a H&M, solo per citarne alcune, sono partite campagne di raccolta verso i clienti offrendo in cambio buoni spesa omaggio da utilizzare ovviamente per nuovi acquisti in negozio. A livello internazionale questa filiera è coordinata dal colosso multinazionale I:CO che annovera tra i suoi partner marchi come Lewis, Puma, The North Face, oltre a quelli già indicati.

Infine sono nati anche molti negozi dell’usato che fino a poco tempo fa venivano snobbati e ora sono sovraffollati.  La grande novità, però, sono gli eventi, i mercatini dello scambio – baratto – vendita di usato, i swap party che fino a poco tempo fa erano fenomeni di moda solo a Londra o Parigi. C’è una nuova dignità dell’abito usato perché rientra anche in una nuova sensibilità green. Del resto con la raccolta di 1 kg di abiti usati si riducono: l’emissione di 3,6 kg di CO2; il consumo di 6.000 litri di acqua; l’uso di 0,3 kg di fertilizzanti; l’utilizzo di 0,2 kg di pesticidi (da una ricerca dell’Università di Copenaghen del 2008).  Ma non c’è solo la questione della sostenibilità ambientale. L’usato incide anche sul portafogli. Non sarà un caso che il fondatore di Ikea, Ingvar Kamprad, acquisterebbe abiti di seconda mano per risparmiare. Per quanto mi riguarda, penso di indossare solo cose acquistate ai mercatini delle pulci. Significa che voglio dare il buon esempio, è nella natura di Smaland (ndr, regione agricola del sud della Svezia dove è nato) essere parsimoniosi”, ha dichiarato a marzo il magnate davanti alle telecamere dell’emittente scandinava TV4 (per la cronaca il signor Ikea ha un patrimonio di oltre 65 miliardi di euro ed è stato classificato da Forbes la quarta persona più ricca del pianeta).

Nell’ottica dell’economia circolare, di cui anche la filiera del tessuto usato fa parte, bisogna andare a vedere da vicino la destinazione finale di questa materia e si scopre un interessante rovescio della medaglia. Ho già detto che circa il 50% degli abiti usati finisce esportato nei paesi extra europei, di cui la parte da leone la fa l’Africa. Eccoci quindi giungere a Gikomba, sobborgo a nord di Nairobi. Come ci ricorda l’articolo di Notiziarioestero.com, “il suo mercato è tra i più famosi del Kenya e del continente. A Gikomba puoi trovare qualunque cosa. Sui banchi dei commercianti c’è di tutto: da pile enormi di cuscini a giocattoli di plastica, posate e saponi, cianfrusaglie per ogni gusto. Ma i banchi più numerosi sono quelli di abiti usati. Mucchi selvaggi di magliette dai mille colori, giacconi invernali che poco c’entrano con il clima equatoriale, vestiti e scarpe in pelle. Le autorità kenyane stimano che ci siano 65.000 commercianti di abiti in questo mercato dal sapore vintage. Le importazioni di abiti usati sono aumentate molto negli ultimi due decenni. Nel 2015, per esempio, il Kenya ha importato secondo dati dell’Onu 18.000 tonnellate di vestiti usati dalla sola Gran Bretagna. Ora però il commercio di abiti usati è a rischio, i governi della Comunità dell’Africa Orientale (EAC) vogliono vietarlo. Entro il 2019 l’import di abiti di seconda mano sarà messo fuori legge. Il divieto nasce dalla considerazione che bloccando gli acquisti di abiti usati- che arrivano da persone dei Paesi ricchi- sarà incoraggiata l’industria tessile locale. Lo scorso 10 marzo, il presidente kenyano Uhuru Kenyatta ha illustrato pubblicamente la proposta. Che ovviamente non è stata gradita né dai mercanti locali né da quelli internazionali. Ma se fosse, non si chiuderebbe il cerchio”.

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Autore
Consulente, giornalista e autore. Classe 1967 con laurea in scienze politiche e master in sistemi di gestione ambientale. Ha lavorato in Italia e all’estero seguendo progetti di sviluppo sostenibile e green economy per conto di aziende, enti, organismi no profit. Nel corso degli anni si è specializzato nel settore della comunicazione istituzionale e d’impresa con il focus rivolto ai conflitti sociali e ambientali, tipici della sindrome da contestazione. Autore di numerosi programmi radio televisivi, siti internet e pubblicazioni, ama stare tuttavia dietro i riflettori e, soprattutto, prendere la vita con calma, specialmente quando è l’ora di mangiare.
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