Zona Franca

Bandiera dell'europa crepata, simbolo di uscita dall'Euro

Lasciate ogni speranza, o voi che uscite

Che cosa succederebbe se l'Italia abbandonasse l'Europa? Analizziamo alcuni effetti di una possibile uscita dall'Euro del nostro Paese.

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Ora tutti giurano che l’Euro non si tocca. Il ministro degli Interni Matteo Salvini garantisce che quel video del 2016 nel quale chiedeva esplicitamente l’uscita dall’Euro è acqua passata. Assicura che la prima versione del programma di governo svelata dall’Huffington Post, che conteneva un piano B per l’uscita dall’Euro, non esiste più. Beppe Grillo, che durante la trattativa per la formazione del governo Lega-M5S annunciava un referendum sull’Euro, ora tace.

Tutto tranquillo, quindi?

I grandi investitori internazionali tranquilli non lo sono per nulla: temono che prima o poi i sovranisti di casa nostra mettano sul tavolo il piano B come strumento di pressione per ottenere finanziamenti da Bruxelles. Insomma la paura non è ancora passata, e dunque il quesito rimane: che cosa accadrebbe se l’Italia uscisse dall’Euro? Quali effetti avrebbe sull’occupazione e sul mercato del lavoro? La risposta dei soloni della finanza internazionale è unanime: un effetto devastante, simile a quello della grande crisi del 1929, quando la caduta di Wall Street portò a un crollo degli investimenti e a una disoccupazione dilagante.

Gli effetti dell’uscita dall’Euro

Anche i più ottimisti sanno che il primo macroscopico risultato di un’uscita dall’Euro sarebbe una potente quanto drammatica svalutazione della lira. Anzi un vero e proprio crollo, al quale farebbe seguito uno scenario da paura. Non sono gli amici di Bruxelles a sostenere questa tesi, ma una delle più importanti banche del mondo: l’Ubs, ovvero l’Unione delle Banche Svizzere. In un rapporto di qualche anno fa, che mantiene tutta la sua attualità e che potrebbe essere titolato Lasciate ogni speranza o voi che uscite, gli analisti dell’Ubs sostenevano che a causa di una gigantesca fuga di capitali la lira crollerebbe del 60 per cento. Una percentuale spaventosa se si pensa agli stipendi e alle pensioni, o ancora più drammatica se si immagina che cosa costerebbero i mutui che milioni di italiani hanno contratto con il sistema bancario.

La seconda vittima di questo ritorno al passato sarebbe, secondo gli analisti, lo Stato italiano. Se ci si sofferma sul fabbisogno dello Stato e sui livelli iperbolici del nostro debito, che ha toccato di recente i 2350 miliardi di euro, è facile intravedere la possibile bancarotta delle nostre istituzioni finanziarie. Lo Stato, infatti, si troverebbe improvvisamente davanti a un debito più che raddoppiato in un brevissimo lasso di tempo; non sarebbe in grado di onorare i debiti verso i milioni di sottoscrittori di titoli pubblici, provocando così ondate di sfiducia e di panico dagli esiti incalcolabili. Molto peggio della Grecia. A quel punto il necessario blocco di capitali sarebbe inutile: sarebbe come arginare un fiume in piena con un’asticella.

I primi effetti shock dell’uscita dall’Euro sarebbero dunque un’inflazione devastante e un’esplosione dei tassi di interesse. La fuga dai nostri titoli di Stato con la conseguente bancarotta del debito pubblico spingerebbe i tassi d’interessi, secondo le stime più ottimiste dell’Ubs, nella stratosfera. Si calcolano ben sette punti in più rispetto ai livelli attuali. Ma non basta: l’altro grande terremoto sarebbe costituito dall’inflazione. Non c’è bisogno di essere un economista per sapere che la nostra bilancia commerciale è strutturalmente in passivo; l’economia italiana è dipendente dall’estero per le fonti energetiche come gas, petrolio e altre materie prime essenziali per il 60%. Qualcuno ricorderà lo shock petrolifero degli anni Settanta, quando l’inflazione toccò punte del 20% a causa proprio dell’aumento improvviso del prezzo del petrolio. Ecco, ci spiegano gli economisti, potrebbe succedere qualcosa di ancora più grave: un barile di petrolio ci costerebbe quattro o cinque volte quello che costa oggi per il semplice motivo che i produttori di petrolio, ad esempio, vorrebbero essere pagati in euro o in dollari, e non in una moneta svalutata del 60%.

Dunque l’inflazione, a livelli mai conosciuti fino a ora, si abbatterebbe su salari e pensioni provocando disastri inauditi sull’economia reale: crollo degli investimenti, crollo dell’occupazione. Altro che i livelli recessivi che già hanno toccato l’Eurozona durante la crisi del 2008. L’impoverimento crescente diventerebbe realtà a causa di un processo assai rapido di disoccupazione di massa. Infine il sistema bancario italiano verrebbe minato alle fondamenta: come avvenne in Argentina, ci sarebbe una corsa frenetica a ritirare i risparmi dalle banche che rischierebbero in poco tempo il collasso. A nulla servirebbe un congelamento del credito, ipotizzato dallo stesso studio della banca svizzera Ubs.

L’abbandono dell’Euro, conclude lo scenario, costerebbe a ogni cittadino italiano inizialmente tra 9.500-11.500 euro all’anno. Passata l’emergenza, il costo rimarrebbe comunque alto, tra 3-4000 euro all’anno, ma del paese resterebbero soltanto le macerie, perché a quel punto l’Italia vivrebbe un isolamento politico e finanziario difficilmente recuperabile.

Bruno Perini è nato a Milano il 21 novembre del 1950. E’ diventato professionista nel 1987. Giornalista economico finanziario e politico giudiziario, ha lavorato per circa trent’anni al quotidiano il manifesto. Per due anni ha lavorato al settimanale della Rcs Il Mondo. Ha collaborato con Prima Comunicazione, con il Sole 24 ore, con Radio 24 come conduttore della rassegna stampa, con il Corriere della Sera, con l’agenzia Asca.‏ [ Guarda tutti gli articoli ]

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