Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

Il lavoro che inibisce le funzioni sessuali

I fattori di stress non sono sempre quelli tradizionali
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A chi come me si occupa quotidianamente dei problemi riproduttivi e sessuali degli uomini, capita di notare alcune ricorrenze, ampiamente documentate nella letteratura scientifica, che consentono una certa categorizzazione dei disturbi andrologici per concomitanza di patologie (tipico caso il diabete, o l’ipertensione), per uso di farmaci (gli alfa-litici spesso provocano disturbi eiaculatori, i farmaci per la pressione possono provocare problemi di erezione, alcuni antibiotici riducono la fertilità, solo per fare 3 esempi), per provenienza culturale e sociale (la disfunzione erettile è più frequente nelle basse classi sociali e il rischio che si manifesti correla inversamente con il titolo di studio) e per categorie lavorative.

Su queste categorie sono stati fatti decine di studi in questi ultimi venti anni ma è abbastanza sorprendente come ben pochi siano stati gli studi di correlazione tra il tipo di lavoro che un uomo svolge e i suoi effetti a breve e lungo termine sulla sua vita sessuale e riproduttiva.
In questo contesto viene da chiedersi, ad esempio, se, uomini esposti a condizioni lavorative stressanti, possano avere maggiori problemi sessuali di uomini con lavori meno impegnativi. È ben noto come situazioni di stress acuto possano elevare l’attività adrenergica che a sua volta può causare una disfunzione erettile di origine psicologica. Meno noto è se condizioni di stress lavorativo continuativo, come ad esempio può verificarsi in chi è sottoposto ritmi di lavoro estenuanti o lavora in condizioni disagiate, possano determinare le stesse situazioni.

Casi tipici sono quelli degli immigrati stranieri, che vivono soli in Italia, in situazioni spesso precarie, e che tornano raramente a casa. Situazione che riguarda soprattutto chi proviene da paesi come il Pakistan e alcuni paesi del nord e centro Africa, dove il rispetto dei precetti religiosi esclude non solo i rapporti con altre donne ma anche la masturbazione.
Questi uomini, che rientrano a casa per il breve arco di tempo delle ferie, hanno spesso una mission procreativa che crea una aspettativa così carica di stress prestazionale, che sfocia in fallimenti. Tornano in Italia senza capire per quale motivo la moglie non sia gravida, e si rivolgono all’andrologo per avere un rimedio alle loro prestazioni sessuali deludenti. Capita di affrontare situazioni analoghe con i militari reduci da missioni all’estero. Un lungo periodo di permanenza fuori casa, in situazioni spesso rischiose e difficili, comportano un carico di stress che al rientro a casa si fa sentire sulle prestazioni sessuali.

La disfunzione erettile (DE), nota precedentemente al 1993 come impotenza sessuale maschile, è definita da allora come la “incapacità di ottenere e/o mantenere un’erezione del pene sufficiente per un rapporto sessuale soddisfacente”.
Anche se ancora oggi si continua a distinguerla in “organica”, “psicologica” omista”, in realtà quella che era una distinzione ancora molto netta fino agli inizi degli anni ‘80, anni nei quali iniziò ad essere sistematico un approccio diagnostico al problema, è oggi ritenuta meno importante da un punto di vista pratico, essendo quasi sempre le due componenti coesistenti. Se agli inizi del secolo scorso Sigmund Freud riferiva come oltre il 90% dei disturbi dell’erezione nel maschio fossero di origine psicologica, secondo un’analisi dei dati provenienti da 6 studi clinici condotti negli ultimi 10 anni, nel 78%  degli uomini con DE sono stati rilevati fattori organici con o senza fattori psicogeni.

Nella maggioranza dei pazienti con DE è comunque presente una combinazione dei due fattori. Questa distinzione mente/corpo, ormai obsoleta, non tiene conto delle conoscenze di neurobiologia dei disordini psicologici, inoltre ignora il significato fondamentale di psicosomatica.
Le condizioni psicologiche si traducono in produzione di sostanze chimiche da parte del nostro cervello e queste sostanze, che sono in grado di inibire l’erezione, sono materia organica ed ecco che quindi una DE psicologica diventa organica.

Ci sono poi situazioni ben chiarite su rischi specifici. È il caso ad esempio dei lavoratori esposti al contatto con sostanze chimiche come pesticidi,
erbicidi, idrocarburi, pitture acriliche, solventi organici, materiali plastici, piombo e anche l’esposizione ai gas di scarico delle autovetture, nei quali è stata osservata una maggiore prevalenza di problemi di fertilità ma anche di DE. Anche se la maggior parte degli studi condotti sono osservazionali e non soddisfano gli standard della medicina basata sulle evidenze, la mancanza di studi prospettici non cancella questa associazione tra i problemi andrologici e l’esposizione alle sostanze.

Un altro esempio riguarda gli uomini esposti al calore diretto, come coloro che lavorano a stretto contatto con i forni o nell’industria dell’acciaio, a più alto rischio di sviluppare sterilità ma anche disfunzioni sessuali, rispetto alla popolazione normale. Come gli autisti di taxi o camion la cui zona pelvica è esposta per molte ore al calore generato dal motore. La spermatogenesi è estremamente sensibile al calore (basta un episodio febbrile per arrestarla temporaneamente) come pure la sensibilità di trasmissione neuronale. Un terzo esempio di un potenziale fattore di rischio occupazionale per la DE è il settore delle costruzioni. Questo tipo di lavoro espone i suoi operai a sostanze chimiche biologicamente pericolose per inalazione o contatto con la pelle. Inoltre, i lavoratori coinvolti nella perforazione per lunghe ore durante il giorno possono essere esposti al trauma pelvico minore che può rivelarsi dannoso per i normali meccanismi di erettivi.

Sembra intrigante pensare che i fattori di rischio legati alla DE non siano solo quelli noti, come alcune malattie (diabete, ipertensione, cardiopatie), o stili di vita (fumo, sedentarietà, obesità) ma si possa fare prevenzione anche intervenendo su condizioni lavorative che espongono a rischi significativi di effetti negativi sulla sfera genitale maschile attraverso l’esposizione chimica, fisica e meccanica.
L’uso delle protezioni previste dalle leggi di tutela lavorativa, e il consiglio di inserire nei controlli routinari anche quelli andrologici (bastano una visita specialistica e uno spermiogramma per monitorare il rischio) ridurrebbe il rischio e corrisponderebbe a una linea emergente di pensiero che considera l’infertilità maschile e la disfunzione erettile problemi di salute pubblica associati a vari potenziali fattori di rischio.

 

[Credits Photo: www.lundici.it]

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Autore
Nato a Livorno il 17 aprile 1959, vive a Lucca. Laureato in Medicina e Chirurgia nel 1986, presso l’Università degli Studi di Pisa, dove si è specializzato in Andrologia con il massimo dei voti e la lode nel 1990, perfezionandosi in sessuologia clinica nel 1993. Esercita la professione di andrologo come titolare di incarico di specialistica andrologica dell’Ospedale di Prato dove si occupa della diagnosi e della cura delle patologie maschili e come libero professionista a Lucca e Pistoia. Membro della Società Italiana di Andrologia e della European Society of Sexual Medicine (ESSM) . Associate Editor del Giornale Italiano di Andrologia (organo ufficiale della Società Italiana di Andrologia) dal 1993 al 2002, Co-Editor in Chief del Giornale Italiano di Medicina Sessuale e Riproduttiva (organo ufficiale della Società Italiana di Andrologia) dal 2005 al 2008. Autore di oltre 270 pubblicazioni a stampa su riviste italiane e internazionali. Editor o coeditor di nove libri di atti congressuali, Co-autore di otto testi per il corso di laurea in medicina e chirurgia e per scuole di specializzazione in urologia e andrologia, collaboratore della rivista magazine "Salute” del giornale Repubblica dal 2001 al 2008
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