Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

Le PMI fanno gola alla finanza estera

Gli investitori stranieri tengono d'occhio le aziende che sanno diversificare
Le PMI fanno gola alla finanza estera
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Vendere il proprio prodotto all’estero non è soltanto un modo per un’azienda di aumentare il proprio fatturato. Essere conosciuti sui mercati di altri Paesi è ormai un requisito indispensabile per un’impresa che voglia trovare le risorse necessarie per crescere e svilupparsi accedendo al mercato dei capitali o suscitando l’interesse di fondi di investimento.
Stando agli ultimi dati dell’Ice, l’agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane, sembra che i piccoli e medi imprenditori italiani, questo, abbiano iniziato a capirlo.

Nel 2014, infatti, il numero di imprese esportatrici è stato pari a oltre 212 mila, lo 0,4% in più rispetto all’anno precedente, mentre il giro d’affari si è attestato a 388 miliardi di euro, il 2% in più del 2013.
Dati importanti perché, come evidenzia Stefano Gorissen, economista di Sace, la società del Gruppo Cassa depositi e prestiti che assiste le imprese attive all’estero, «in un’economia sempre più globalizzata solo le aziende con fonti di domanda variegate e crescenti nel tempo sono attraenti agli occhi del mercato e degli investitori». Ma per diversificare la domanda «l’azienda può soltanto iniziare a vendere il proprio prodotto sul mercato estero». Anche perché, ricorda l’economista, «a partire dal 2009, la domanda interna è crollata e di conseguenza gli imprenditori hanno capito che per sostenere la crisi dovevano iniziare a guardarsi intorno».
E poiché la domanda interna continua ad andare a rilento mentre sale l’economia globale, spinta dai mercati emergenti, Sace prevede che le esportazioni italiane di beni cresceranno nel 2015 del 3,9%, un tasso doppio rispetto a quello dell’anno precedente, e il ritmo di crescita aumenterà ulteriormente nel triennio 2016-2018, fino ad attestarsi al 5%.

Dati incoraggianti ma ancora lontani dai livelli pre-crisi. E il motivo di questa disparità, oltre a una lenta ripresa dei mercati globali, è che ancora oggi sono tante le criticità che scoraggiano molte imprese dall’intraprendere questo percorso.
Dal 2008 a oggi, i mercati sono profondamente cambiati. «Prima della crisi erano i distributori stessi a importare, a chiedere prodotti dall’Italia – evidenzia Valerio Beleggia, product manager di Brosway, azienda nel settore della gioielleria – adesso invece c’è meno domanda, il mercato è più competitivo e di conseguenza a fronte di costi di gestione ed esportazioni più alti, i prezzi tendono ad abbassarsi».

Inoltre l’approccio al nuovo mercato deve essere differenziato in base al Paese in cui si intende approdare. «Per prima cosa – aggiunge Corinna Sollini, dell’ufficio commerciale estero di Loriblu, azienda calzaturiera delle Marche – è fondamentale conoscere la situazione economica del Paese, il Pil e le stime di crescita, ma anche tutti gli aspetti legislativi che regolano l’import e l’export in quella nazione». In alcuni Paesi come il Brasile, ricorda Sollini, «i costi di importazione doganale sono molto alti e di conseguenza per loro acquistare un nostro prodotto significherebbe doverlo rivendere a prezzi decisamente troppo alti».

Reperire questo tipo di informazioni «necessarie per organizzare un piano di internazionalizzazione efficace», è secondo Gorissen la cosa più difficile. In particolare se si tratta di conoscere «su quali partner fare affidamento una volta all’estero, dai distributori ad altre aziende per eventuali joint venture a banche» e appunto quelle «sui vincoli burocratici, sui rischi del Paese e sulle prospettive».

Il compito di Sace, ricorda l’economista, è in questo senso quello di affiancare le aziende fornendo informazioni sui settori e sui mercati più promettenti per il made in Italy. Di recente il gruppo ha lanciato l’export map, una cartina delle opportunità per le esportazioni italiane nel mondo, mentre a livello pratico garantisce finanziamenti erogati all’impresa dalle banche partner e redige accordi come quello firmato lo scorso settembre assieme a 11 pmi italiane, la keniota Kerio Valley Development Authority e la Moi University di Eldoret per lo sviluppo di un progetto zootecnico in Kenya del valore di 25 milioni di euro.

La totale apertura delle Pmi italiane ai mercati stranieri è ancora un obiettivo lontano, ma, conclude Gorissen «le aziende hanno voglia di estero, non c’è mai stata tanta partecipazione come ora». Segno che qualcosa, nel sottobosco imprenditoriale, si è svegliato. E punta a conquistare il mercato globale.

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Giornalista professionista, dalle Marche a Milano per caso, passando per Londra, Roma e Bruxelles. Si occupa di economia, finanza e mercato legale e in passato ao trattato anche temi riguardanti l'Europa e i giovani. Tramite il suo lavoro cerca di spiegare quali sono e come agiscono le dinamiche economico-finanziarie che costruiscono il quotidiano e che influenzano le scelte di vita.
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