Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

Legge 194 e conflitto di diritti: quando il medico fa obiezione

Il Consiglio d’Europa per la seconda volta richiama l’Italia: gli obiettori di coscienza sono troppi e rischiano di minare il diritto all’aborto. Le reazioni delle associazioni di categoria
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«Buongiorno, chiamo dalla Sicilia, ho solo tre giorni ancora per abortire… Aiutatemi…». Il “calvario nel calvario” di Rita (nome di fantasia) è lungo 500 km, quelli che separano la Sicilia da Ostia. Le spese di viaggio, che non si sarebbe potuta permettere, gliele paga l’associazione Vita di Donna Onlus. Le telefonate che riceve la sua presidente, Elisabetta Canitano, ginecologa dell’Asl Roma D, sono piene di storie così. Il suo telefonino è bollente, suona almeno due volte mentre la intervistiamo. Richieste di aborto, ma anche di consulenza e assistenza su altre problematiche legate alla salute della donna.

E’ sempre più forte ed evidente il conflitto tra il diritto del medico all’obiezione di coscienza e il diritto della donna all’interruzione volontaria di gravidanza (Ivg): un conflitto che diventa interno alla coscienza del medico stesso, e oscilla fra diritti individuali e doveri professionali. Quello tra obiettare o non obiettare è uno dei tanti bivi che si trova davanti chi ha prestato il nobile giuramento di Ippocrate. Una scelta delicata, che – per quanto si tenti di relegare alla sfera scientifica – porta con sé inevitabilmente risvolti morali, sociali, religiosi.

“In Italia è troppo difficile abortire e i non obiettori sono discriminati”

Recentemente sul tema si è pronunciato il Comitato Europeo sui Diritti Sociali del Consiglio d’Europa che – accogliendo un ricorso della Cgil – ha bacchettato l’Italia per la violazione dell’articolo 11 della Carta sociale Europea sul diritto alla protezione della salute. In particolare, il Consiglio ha ammesso che nel nostro paese esiste una discriminazione nei confronti di medici e infermieri non obiettori, e che il diritto delle donne all’aborto in una struttura pubblica è ostacolato dall’eccessivo numero di obiettori di coscienza. Uno squilibrio che determina l’aumento del ricorso ai privati, all’emigrazione e agli interventi clandestini. Interventi, questi ultimi, che dal 15 gennaio scorso – per effetto di un discusso decreto legislativo – sono puniti ancor più severamente: se prima la sanzione ammontava a 51 euro, adesso si può arrivare fino a 5-10mila euro.

Ma non è la prima volta che l’Italia viene richiamata dall’Europa sul diritto all’aborto. Già nel 2014 il Consiglio aveva accolto un ricorso presentato dall’organizzazione internazionale non governativa International Planned Parenthood Federation European Network (IPPF E N) e dalla Libera Associazione Italiana Ginecologi per l’applicazione della legge 194/78 (LAIGA), rimproverando il nostro paese, e in particolare la regione Marche, per l’incapacità di garantire alle donne il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza.

Ma come funziona l’obiezione di coscienza in ambito medico? In base all’articolo 9 della legge n.194/78, il personale sanitario deve presentare al coordinatore sanitario dell’Asl di appartenenza (la figura del medico provinciale cui si fa riferimento nel testo non esiste più) la dichiarazione di obiezione di coscienza entro un mese dal conseguimento dell’abilitazione o dell’assunzione presso l’ente sanitario. Questo lo esonera da tutte le procedure e attività volte a determinare l’interruzione di gravidanza, ma non dall’assistenza antecedente e conseguente all’intervento. E fermo restando l’obbligo di intervenire in caso di imminente pericolo di vita della paziente.

Il 70% dei medici italiani sono obiettori di coscienza

In base agli ultimi dati ufficiali del Ministero della Salute (2013), il 70% dei medici italiani sono obiettori di coscienza, con punte del 90% in regioni come Molise e Basilicata e nella provincia di Bolzano. “Dati vecchi”: questa l’argomentazione difensiva del ministro della Salute, Beatrice Lorenzin. Il quale ha sottolineato che – come riporta la Relazione annuale sull’attuazione della legge 194, diffusa a fine novembre 2015 – i numeri provvisori del 2014 registrano un calo degli aborti (-5,1%), per la prima volta sotto la soglia dei 100mila. Calo evidentemente ritenuto sufficiente dal Ministro per far rientrare l’allarme.

Di tutt’altro avviso è la ginecologa Silvana Agatone, presidente di Laiga, associazione nata nel 2008 per volontà di un gruppo di medici non obiettori, in prima linea per difendere il diritto delle donne all’interruzione volontaria di gravidanza. «In realtà a diminuire sono semplicemente gli aborti fatti alla luce del sole: è chiaro che sia così, se diminuiscono gli operatori. Ma noi che lavoriamo “in trincea” ci rendiamo conto che la domanda non è diminuita. E al Ministro diciamo che la sua mappa dà una lettura grossolana della situazione, perché appunto manca lo studio della domanda. Lo sa il Ministro delle file dalle 4 del mattino per prendere il posto?».

Ogni struttura ospedaliera, per legge, deve poter garantire lo svolgimento dell’intervento. Ma è davvero così? «Oggi solo il 60% degli ospedali italiani applicano l’interruzione di gravidanza – spiega la Agatone – ma non è precisato quanti ospedali praticano sia quella entro i 90 giorni che quella dopo i 90 giorni per malformazioni del feto o problemi di salute della donna. E, credetemi, sono pochissimi». Questo perché se l’aborto entro i 90 giorni è fatto in day hospital e quindi si può ricorrere a un “medico a gettone”, per quello successivo ai tre mesi è necessario il ricovero, e per coprire i turni occorre che il non obiettore sia interno al team ospedaliero. «Il paradosso è che i centri di diagnosi prenatale prima diagnosticano il problema e poi fanno obiezione e se ne lavano le mani», afferma Giovanna Scassellati, responsabile del “Day Hospital-Day Surgery 194” dell’Ospedale San Camillo di Roma.

Senza contare che, nella difficile situazione che attraversa oggi la sanità pubblica, non sempre l’obiezione è una scelta “di coscienza”, come spiega la dottoressa Canitano: «Dati i continui tagli al personale e il blocco del turn over, anche un direttore sanitario che non sia contrario spesso fa obiettare i suoi medici per avere altro personale».

Per Filippo Maria Boscia, presidente nazionale dell’Associazione Medici Cattolici Italiani (AMCI), non esiste affatto uno sbilanciamento fra il diritto all’obiezione di coscienza e quello all’aborto a favore del primo. Anzi: «Il diritto della donna a interrompere la gravidanza esiste e forse è anche sopraesposto. Io non ho mai visto realtà dove la donna che intende abortire non è accolta con rapidità, ho visto piuttosto donne con tumori maligni i cui interventi sono stati rinviati dai 3 ai 5 mesi».

L’età media dei medici non obiettori supera i 50 anni

Ma, oltre al rischio del mancato esercizio del diritto alla salute, il Consiglio d’Europa ha sottolineato anche la discriminazione nei confronti dei non obiettori, che incorrono in “diversi tipi di svantaggi lavorativi diretti e indiretti”. Parliamo ad esempio del carico di lavoro, della distribuzione degli incarichi, delle difficoltà di carriera. «Ci sono colleghi che fanno obiezione perché non ne possono più – racconta il presidente Laiga – e oggi l’età media dei non obiettori è superiore ai 50 anni. Senza contare che nella maggior parte delle scuole di specializzazione non ci sono centri di interruzione gravidanza. Quando andremo tutti in pensione cosa succederà? Se non si prendono provvedimenti, arriveremo a un punto in cui la legge 194/78 rischia di rimanere carta scritta».

In Italia chi non obietta, secondo Elisabetta Canitano, «è vittima della “cultura del biasimo”: c’è l’infermiere che ti dice “Quando avrete finito di ammazzare i bambini sarà sempre tardi” e il direttore sanitario che, quando ti metti il doppio turno, commenta “Se la vedrà con Dio”..». «Ci chiamano assassini, perché purtroppo in Italia abbiamo gli integralisti cattolici che hanno fatto battage sull’obiezione di coscienza», le fa eco la dottoressa Scassellati. E la Agatone aggiunge: «In passato un ex presidente di Regione, Formigoni in Lombardia, ha tentato di introdurre decreti per cambiare la legge 194 e un altro, Starace, ha detto “Le donne del Lazio andranno ad abortire in Toscana”. Eppure lo Stato dovrebbe considerarci suoi “figli prediletti” perché applichiamo la sua Legge».

Ma l’ostruzionismo non si limita alle parole: ferristi che si rifiutano di sterilizzare i ferri per l’intervento, portantini che non trasportano le pazienti, anestesisti che si oppongono alla richiesta del medico di addormentarle. E anche la carriera ne fa spesso le spese. «Chi fa gli aborti viene penalizzato, perché il più delle volte fa solo quello e non vai mai in sala operatoria», spiega la Giovanna Scassellati.

Laiga: riservare la metà dei posti nei concorsi ai non obiettori

Ma cosa si può fare per risolvere il conflitto tra il diritto delle donne e quello dei medici alla libera scelta? Laiga ha alcune proposte: riservare una quota del 50% di posti nei concorsi pubblici ai medici non obiettori; studiare la domanda di Ivg per capire se il numero di non obiettori è sufficiente a soddisfarla; prevedere almeno un ospedale per provincia dove si eseguano Ivg sia entro i 90 giorni che oltre, e delle unità operative negli ospedali solo per queste funzioni; nominare a capo dei centri di diagnostica prenatale ginecologi non obiettori.

Il presidente dei Medici Cattolici non ci sta: «Vogliono obbligare noi operai della salute a non svolgere più un’attività professionale ma da catena di montaggio. Il valore morale della nostra azione deve essere ri-sottolineato. Dovremmo avere il coraggio di sconvolgere l’impianto di una legge che si dimostra inadeguata alle evoluzioni scientifiche, culturali, sociali».

Intanto il concetto di obiezione di coscienza viene talvolta portato all’estremizzazione, ben al di là del Diritto. Si pensi alla campagna di Obiezione di coscienza sulle Spese Abortive (OSA) promossa dell’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, che invita i cittadini a presentare una “dichiarazione di obiezione” al Presidente della Repubblica e a trattenere una cifra dalle tasse, da versare a favore di una realtà operante in difesa della vita nascente. O ancora, ai farmacisti che si rifiutano di vendere la pillola del giorno dopo in assenza di ricetta medica, nonostante questa sia richiesta soltanto per le minorenni. Il tutto a dimostrazione che la questione si spinge ben oltre la sfera medica e si fonda su conflitti molto più estesi e complessi da superare.

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Autore
Classe 1988, giornalista professionista campana. Si è laureata in Scienze della Comunicazione e ha frequentato una scuola di specializzazione in Giornalismo. Ha collaborato con testate quali “La Repubblica” e attualmente lavora come free lance, confezionando articoli, photo gallery e video news. Si occupa anche di Copywriting. Ama raccontare le storie, interpellando chi ha meno voce ma tanto da dire. I suoi campi d’azione sono trasversali: cronaca e attualità, lavoro e sociale, cultura e sport. Quest’ultimo è la sua vera passione, nata da tifosa prima che da cronista. Meglio ancora se combinata con viaggi, amici felini e cucina multietnica.
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