Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

L’industria del bianco in Italia perde pezzi

Diventa sempre più urgente per le nostre imprese recuperare efficienza produttiva
L'industria del bianco in Italia perde pezzi
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L’Italia “fabbrica d’Europa” degli elettrodomestici è ormai un vecchio clichè. Sono i numeri a fotografare cosa rimane del secondo settore in Italia per occupati dopo l’auto. Dagli stabilimenti del Belpaese nel 2002 uscivano 30 milioni di pezzi all’anno, scesi nel 2014 a 11,65 milioni, con una riduzione del 2 per cento rispetto all’anno precedente, secondo i dati del Ceced Italia che riunisce l’associazione dei produttori. Il giro d’affari complessivo del settore è di 15 miliardi di euro, di cui poco meno di 10 miliardi vengono dalle esportazioni. Le tendenze del mercato nel 2014 per i grandi elettrodomestici, nell’indagine sulle scelte dei consumatori di Gfk per l’Italia segnalano una crescita complessiva di volume del 3.5 per cento, un saldo negativo dello 0,3 per cento per le lavabiancheria, un boom delle asciugatrici con il 38 per cento, in crescita anche i piani cottura del 6,1 (l’export nei primi mesi del 2015 cresce del 15 per cento), i forni (4,1 per cento), le lavastoviglie (6,7 per cento), cucine (1,9), stabili i frigoriferi (0,8). Stabile nel complesso il volume del mercato dei piccoli elettrodomestici (0,4 per cento in più nel 2014 rispetto all’anno precedente), con ottime performance delle macchine da caffè espresso (16,2 per cento) e della pulizia a vapore (5 per cento).

Le tendenze positive si confermano anche nel 2015. Secondo il rapporto Gfk Temax Italia relativo al secondo trimestre del 2015, per i grandi elettrodomestici il livello di vendite complessivo ha raggiunto gli 822 milioni di euro, in crescita del tre per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, mentre per i piccoli elettrodomestici ha raggiunto i 225 milioni di euro, in crescita del 5,7 per cento l’anno precedente.

Dalle vendite, ai consumatori, le conseguenze della crisi ricadono sui produttori. Candy delocalizza, dall’ex quartier generale Indesit a Fabriano nei giorni scorsi è stato tolto il logo del gruppo, sostituito definitivamente da Whirlpool. Il colosso cinese Haier chiude lo stabilimento di Campodoro (Pd), il vertice di Ceced Italia, l’associazione che raccoglie oltre cento produttori di elettrodomestici si sfalda, con la probabile uscita di Electrolux, Bsh e Whirlpool di cui è espressione il presidente Franco Secchi, secondo quando riportato da una rivista di settore. È terremoto nel settore del bianco, ormai travolto da anni di crisi continuata e le previsioni per il futuro non sono certo rosee. La multinazionale cinese Haier Appliances Spa che a Campodoro dal 2001 produceva frigoriferi da esportare nell’intera Europa, ha chiesto la cassa integrazione straordinaria per crisi, per cessazione attività, che riguarda 102 dipendenti. A casa Candy sono 373 i dipendenti in esubero, i livelli di lavatrici prodotte in Lombardia passeranno nel prossimo anno a 330 mila, dalle 380 mila dell’anno scorso. I sindacati hanno denunciato che la produzione sarà delocalizzata in Cina e Russia.

In questo panorama desolante, emerge però una visione alternativa. Secondo uno studio della Fondazione Ergo-Mtm Italia, il settore del bianco italiano nell’arco di tre anni potrebbe recuperare il 30 per cento di efficienza produttiva, fattore chiave per tornare ad essere competitivo nelle produzioni di alta gamma, offrendo ridotti costi logistici (che incidono per circa il 10 per cento sul prezzo finale di un elettrodomestico), grazie alla vicinanza ai mercati di destinazione. La ricerca ha messo a confronto l’Italia con alcuni Paesi europei quali Germania, Spagna e Repubblica Ceca basandosi su rilevazioni effettuate nel pieno della crisi, tra il 2010-2012 in tredici stabilimenti per un totale di circa 11.000 lavoratori coinvolti.
Lo studio vuole proporre “una via alternativa all’abbandono del campo Italia”, si legge nella presentazione. L’Italia è al primo posto in Europa per numero di addetti impiegati (pari al 20 per cento del mercato Europa), quasi pari alla Germania (19,4 per cento) mentre in Spagna è soltanto di un terzo (7,2 per cento). Il Belpaese ha un elevato numero di imprese, pari a 500, il doppio di Germania e Spagna, si avvicina soltanto alla Repubblica Ceca con 600 imprese. Italia e Germania insieme detengono la metà del mercato europeo.

Nell’analisi emerge che il costo orario del lavoro, nel settore del bianco in Italia è di 20 euro, inferiore ai 23 della Spagna, 34 della Germania, non competitivo con quello di 9 euro della Repubblica Ceca. La ricerca mette a confronto anche il costo per ora lavorata produttiva, per misurare l’efficienza produttiva nei diversi paesi. Qui vengono fuori le sorprese. “L’Italia (38 euro/ora) perde il suo vantaggio competitivo verso la Spagna (35 euro/ora) a causa del gap di efficienza, sia per performance lavorativa sia per numero di ore nette produttive (lavorano di più). La Repubblica Ceca (16 euro/ora), anche considerando il livello di efficienza inferiore rispetto a noi, ha un costo per ora lavorativa produttiva pari a circa la metà sia dell’Italia che della Spagna”, si legge nel comunicato della Fondazione. Il paese con il migliore risultato in termini di efficienza è la Spagna (68,5 per cento), seguito dalla Repubblica Ceca (58,7 per cento), Germania (56,4 per cento), fanalino di coda l’Italia (54,5 per cento).

“Il costo del lavoro rappresenta una percentuale marginale nella composizione del costo di un elettrodomestico; mentre il modo di lavorare influenza l’80 per cento dei costi complessivi. È qui che si vince la partita”, si legge nelle conclusioni della ricerca. Per colmare lo svantaggio competitivo lo studio raccomanda di agire in modo integrato tra i diversi settori aziendali nello sviluppo di nuovi prodotti, nell’adottare un sistema produttivo volto al miglioramento continuo, un coinvolgimento di fornitori e distributori nell’intero flusso produttivo, stabilendo un collegamento diretto tra i valori di bilancio ed indicatori che possano dare una misura certa di ogni processo operativo. Il recupero di efficienza produttiva è il fattore chiave per un rilancio del settore del bianco nello scacchiere competitivo europeo: “Lo stabilimento di elettrodomestici italiano potrebbe passare da un livello di efficienza pari a 54,5% al 70,5%. L’Italia, così facendo, in tre anni riuscirebbe a recuperare la Spagna (34,5 euro/ora) in termini di costo per ora lavorata produttiva (29,3 euro/ora)”, specifica la nota di Ergo-Mtm.

La tendenza nel breve periodo non permetterà di riavvicinarsi ai livelli pre-crisi, ma consentirà ai grandi gruppi soltanto di al mutamento strutturale nel settore del bianco, che ha spostato altrove la produzione. La forte riduzione nel numero di pezzi prodotti si ripercuote direttamente sull’occupazione. Come segnala l’Isfol, nell’analisi dei fabbisogni occupazionali delle imprese del settore delle apparecchiature elettriche “i livelli produttivi osservati prima della crisi non saranno recuperati nel 2016, segno che parte delle perdite sperimentate sono permanenti”, inoltre “la domanda di lavoro nel medio periodo è prevista restare sostanzialmente stagnante, dato che la molto lenta ripresa dell’attività produttiva dovrebbe essere prevalentemente soddisfatta da un aumento della produttività”, dato che “il settore appare così in ridimensionamento strutturale e le perdite rispetto alla situazione pre crisi saranno ancora ampie e pari a quasi 43 mila posti di lavoro”.

Là dove una volta c’erano le produzioni della famiglia Merloni, sia per l’Antonio Merloni che per Indesit, si lascia spazio a nuovi competitor, come dimostra ad esempio la forte crescita di Beko, il marchio internazionale di elettrodomestici del gruppo turco Arcelik, sponsor del Barcellona Calcio. Beko è il al secondo posto in Europa per gli elettromeccanici a libero posizionamento con circa l’8 per cento del mercato, scivola al terzo considerando gli apparecchi da incasso. Il volume di affari è di circa 4 miliardi e mezzo di euro con un milione e mezzo di pezzi prodotti all’anno, una crescita a due cifre, il fatturato che si basa al 60 per cento sull’export, primo in Inghilterra e Polonia, terzo in Francia e Romania. In Italia il marchio ha un fatturato di circa 100 milioni di euro l’anno.

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Autore
Classe 1976, è una giornalista freelance che vive e lavora nelle Marche dove approfondisce temi di attualità imprenditoriale legati alle dinamiche economiche e ambientali del territorio di riferimento. Collabora con Corriere Adriatico e Cronache Maceratesi. Il suo motto è "memento audere semper".
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