Quindicinale, Numero 56 - 15 novembre 2017

Linguaggi troppo chiusi in azienda

La comunicazione interna incide pesantemente su quella esterna, anche quando non ce ne accorgiamo
linguaggi troppo chiusi in azienda
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Negli anni in cui sono stato Presidente della sezione italiana di Amnesty International ho avuto la bella opportunità di girare per tutto il nostro Paese. Partecipavo a iniziative pubbliche realizzate dai gruppi di volontari, a margine delle quali, com’è naturale, ci si prendeva del tempo per discutere su come andavano le cose nell’organizzazione.

Quando gli attivisti si lamentavano di una decisione della dirigenza nazionale, con tono affettuoso utilizzavano l’espressione voi di Roma. Facevano ciò, a prescindere dal fatto che nell’allora Consiglio Nazionale, se ricordo bene, le persone che anche solo abitavano nella capitale fossero due o tre su trenta.

La prima volta che sentii quel modo di dire mi chiesi: e i gruppi di attivisti di Roma (ce n’erano tre o quattro) cosa dicono? Come definiscono il vertice dell’organizzazione? La risposta l’ebbi alla prima occasione in cui m’incontrai con loro. Dicevano voi della cupola, che a me faceva pensare prima di tutto al Pantheon. Quel che non ho mai scoperto, invece, è con quale espressione veniva definita la dirigenza nazionale quando ne parlavano insieme gruppi di Roma e fuori Roma.

I terribili acronimi

Oggi, quando entro in un’azienda, registro una serie di parole che per me, almeno inizialmente, hanno un significato oscuro, mentre per chi mi sta parlando evocano concetti centrali nella propria attività. Di queste parole una buona metà è costituita da acronimi. Qualche tempo fa ho lavorato per una cooperativa che si occupa di assistenza domiciliare. Il loro raggio d’azione era un paese lombardo e, sebbene non fosse troppo piccolo, questi cooperatori mi sembravano decisamente ossessionati dal ‘viaggiare informati’. Dopo un paio d’ore di colloquio capii che con i loro “dobbiamo chiedere al CIS” o “occorre vedere cosa prevede il CIS” non si riferivano alle informazioni sulla viabilità stradale messe in onda dalla RAI – che peraltro si scrive CCISS, ma valle a sentire queste doppie nel parlato –  bensì al Consorzio Intercomunale dei Servizi Sociali. Ammettiamolo, gli acronimi sono tremendi: la loro interpretazione può mettere alla prova i dirigenti più esperti, figuriamoci un consulente esterno.

Confesso che mi è capitato di avere un problema interpretativo sullo stesso concetto di lavoro. «Oggi avete lavorato?», sentivo chiedere al telefono ai suoi genitori da una ragazza conosciuta da poco, che poi è diventata mia moglie. Io immaginavo i miei due futuri suoceri, titolari di un negozio in quel di Biella che, dopo aver preso il caffè del mattino, si chiedevano: «Allora, andiamo o no a tirare su questa benedetta saracinesca?». Mi ci è voluto un po’ di tempo per capire che “lavorare” significava, nella loro conversazione, “avere clienti”, “vendere”.

Chi sta dentro e chi sta fuori

Il linguaggio crea confini. Quello aziendale non fa eccezione, anzi: segna chi sta dentro e chi sta fuori in modo ancora più marcato che in altri contesti. Chi riconosce modi di dire, chi non sbaglia gli acronimi, chi sa quali parole usare – e anche quelle da non pronunciare mai – fa parte di una squadra. Gli altri ne sono fuori.

È un bene o un male? Secondo me è più la seconda. In alcuni contesti lavorativi si usa il linguaggio come un vero e proprio dialetto. Il che ha dei vantaggi: può creare identità, può rinforzare la condivisione, tiene vivi certi valori. Aiuta a ricordare la propria storia, in nome della quale trovare le energie per continuare a cogliere le nuove sfide (e l’esempio più illuminante arriva dai fumetti, precisamente da Matusalemix, il decano del villaggio di Asterix che, ogni qualvolta si accinge a combattere contro i Romani, grida «Rifaremo Gergovia!», vale a dire la battaglia del 52 a. C in cui Vercingetorige diede scacco a Giulio Cesare).

Ma le controindicazioni sono fortissime. Un linguaggio chiuso lascia fuori anche chi dovrebbe essere tirato dentro. Dubito che un cliente apprezzi un modo di parlare che non comprende: vogliamo mica credere che pensi: «Cavolo, quanto è in gamba ‘sto qua, dice un sacco di cose che non capisco». E poi, un linguaggio chiuso fa perdere la gente per strada. Chi, in una riunione di lavoro, non coglie alcuni riferimenti o non sa interpretare acronimi usati di frequente, tende a stare zitto: alzare la mano per chiedere: «Cosa diavolo è il CVBNM?(*)», sarebbe come ammettere di non far parte della squadra, significherebbe sancire la propria emarginazione.

Il suggerimento di Lagrange

Qual è l’antidoto? Non certo impoverire il linguaggio. Piuttosto si tratta di chiedersi, di volta in volta, quali modi di dire, sottintesi, doppi significati, siano davvero necessari (e, per quelli identificati, controllare periodicamente se sono chiari a chi di dovere). Uno spunto interessante, inoltre, arriva da un mondo che in quanto a linguaggi chiusi non scherza, quello della scienza. Joseph Louis Lagrange, scienziato italo-francese, vissuto a cavallo tra il XVII e il XIX secolo, diceva che un matematico non aveva interamente compresa la propria opera finché non era in grado di scendere per strada e spiegarla alla prima persona che incontrava. Delle due l’una: o Lagrange ha sempre vissuto e lavorato in un quartiere un po’ particolare, o esagerava. Perché i contenuti della sua opera principale Meccanica analitica si possono capire, e solo con una certa fatica, non prima di essere arrivati al II o al III anno di corso di laurea in Fisica. In ogni caso, il suo suggerimento non è disprezzabile. Verificare, di tanto in tanto, se sappiamo spiegare il nostro lavoro a un parente o un amico di buona volontà mi pare un ottimo sistema, almeno per limitare le insidie dei linguaggi chiusi.

 

(*) il CVBNM non è niente, a parte la sequenza delle ultime cinque lettere della tastiera.

 

(Photo credits: simonafacondo.it)

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Autore
Daniele Scaglione è nato a Torino nel 1967. Laureato in Fisica, si occupa di formazione professionale presso Spell. Ha lavorato come impiegato alla Fiat, come lavandaio, formatore e addetto stampa nella cooperazione (soprattutto in quella sociale), come direttore scientifico di un ex convento del ‘500, come capo della comunicazione e del campaigning in ActionAid. Dal 1997 al 2001 è stato presidente di Amnesty International, Sezione Italiana. Ha scritto: Baghdad, Kabul, Belgrado. La democrazia va alla guerra, AdnKronos Libri, 2003; Diritti in campo. Storie di calcio, libertà e diritti umani, Ega, 2004; Centro permanenza temporanea vista stadio, romanzo, e/o, 2008; Rwanda. Istruzioni per un genocidio, Infinito Edizioni 2010; La bicicletta che salverà il mondo, Infinito Edizioni 2011; Rwanda, la cattiva memoria, Infinito Edizioni 2014, Sopravvivere al conflitto, sul lavoro e nella vita (con Paolo Vergnani), FrancoAngeli, 2015; Le storie che costellano il cielo, Infinito Edizioni 2015.
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  • Stefano Pollini

    Ottimo articolo che condivido appieno. Agiungo che “spiegare il nostro lavoro a un parente o un amico di buona volontà” è ottimo sistema, non solo per limitare le insidie dei linguaggi chiusi, ma anche per aiutarci a definire cosa stiamo facendo. Troppo stesso usiamo parole che diamo per scontate – e più sono semplici e di uso comune – più sono logore e perdono di significato e quindi vanno chiarite e specificate.

  • Laura Cattaneo

    Sono molto d’accordo, Daniele. Semplificare – non impoverire – e abbattere le barriere alla comprensione dovrebbe essere un obiettivo primario del linguaggio aziendale, sia interno che ovviamente esterno. Da traduttrice che lavora molto nel settore MarCom (Mar=marketing, Com=comunicazione) cerco di aiutare i miei clienti a rendersi conto di eventuali ostacoli interni alla comunicazione (per es., a volte un acronimo usato da un ufficio è sconosciuto alle persone che lavorano in altri uffici della stessa azienda) e a superarli nella localizzazione, ma cogliendo la palla alla balzo, anche nella lingua di origine.