Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

Lobby e riconoscimento sociale delle professioni

Perché in Italia lo stato sceglie di proteggere alcune professioni e non altre?
Lobby e riconoscimento sociale delle professioni
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Premessa: perché sul mercato del lavoro italiano convivono ancora eccesso di domanda ed eccesso di offerta, pur in presenza di un tasso di disoccupazione superiore al 12% per non dire di quella giovanile? Secondo la rilevazione Excelsior di Unioncamere su circa 340.000 assunzioni previste nel 2014, le aziende prevedevano di incontrare difficoltà nella copertura di circa 46.000 posizioni, pari a circa il 14% del totale. La rilevazione permette di calcolare quali siano le professioni per cui vi sia il più alto numero di posti non coperti a causa della mancanza di offerta (“Ridotto numero di candidati – Poche persone esercitano la professione”). Prevedibilmente, ai primi posti troviamo professioni come “artigiani e operai specializzati” o “p. qualificate nelle attività ricettive o della ristorazione”. Fra le diverse motivazioni credo vi sia anche un diverso grado di riconoscimento sociale delle professioni. Fare l’operaio non è cool, altre professioni lo sono molto di più.

Cosa c’entra con le lobby lo spiego con un esempio autobiografico: faccio da 25 anni il consulente, mi occupo di formazione e sviluppo risorse umane, da sempre con partita IVA. Formalmente sono un libero professionista non protetto da albi o altre forme di barriere all’entrata. Ciò significa che se domani un tassista è stanco del suo lavoro o pensa di poter guadagnare di più, può andare dai miei clienti, che magari incontra come suoi clienti, proporre gli stessi servizi che offro io e se è in grado di dare migliore qualità o prezzi competitivi può portarmi via i clienti. Il contrario invece non è possibile.
Questo micro esempio è emblematico della situazione italiana. Chiunque abbia qualche forma di protezione fa di tutto per ampliarla e rinforzarla. Parliamo di concorrenza, ma sempre “not in my backyard”. Va bene la concorrenza quando sono cliente, non va bene quando tocca i miei interessi.

Qual è la ragione di questa asimmetria? A ben vedere, anche questo ha a che fare con il riconoscimento delle professioni. Per quale ragione alcune professioni sono protette e altre no? Perché il numero di tassisti è limitato e stabilito dal comune e il numero di artisti o di programmatori web no? Ha senso che lo Stato, attraverso questi meccanismi di regolazione, stabilisca che alcune professioni sono più tutelate di altre senza specificarne le ragioni? Un conto sono i requisiti professionali, altro è la protezione dalla concorrenza. Eppure proprio la ricerca di ragioni etiche per difendere la professione sembra essere una delle caratteristiche comuni a tutte le professioni protette: Paolo De Nardis parla di “un’esigenza di legittimazione morale interna ed esterna delle singole professioni”.
Ho scelto l’esempio dei tassisti perché è il primo che viene in mente, anche pensando alle recenti vicende che hanno bloccato Uber. Il discorso però vale allo stesso modo in molti ambiti differenti, dalle professioni al commercio, a settori dove la concorrenza è ancora un’utopia o quasi. Il sito del Ministero per le Politiche Europee riporta 150 professioni protette. La maggior parte sono in ambito sanitario, ma di alcune francamente si fa fatica a comprendere il senso. Quale sia l’utilità sociale di proteggere professioni come la guida turistica o il perito agrario mi sfugge.

Questo è a mio parere uno degli effetti più nefasti delle lobby nel nostro paese: il tentativo di definire delle nicchie in cui chi è dentro si avvantaggia rispetto a chi è fuori e fare di tutto per mantenere forme di protezione arcaiche per difendere questi piccoli privilegi. Fare impresa in questi settori protetti non significa preoccuparsi di servire i clienti o fare meglio dei concorrenti, significa impedire ad altri di entrare.

La recente legge 4/2013 che regola le professioni non protette (circa altre 150 diverse dalle precedenti, parliamo di almeno 2 milioni di persone) rischia di essere a sua volta un meccanismo farraginoso che per alcune funzioni sostituisce all’ordine un’associazione professionale.

Personalmente, abituato da sempre a lavorare in un settore dove non esiste alcuna forma di protezione, considero queste prassi antistoriche. Francamente lobby che agiscono in questo senso mi ricordano un po’ il generale Custer al Little Big Horn: saranno spazzate via dalla tecnologia e dalla storia.

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Autore
Partner di ISMO, società di consulenza e formazione in ambito HR. Da 17 anni viaggia fra Bologna, dove vive, e Milano, dove fisicamente è la sua scrivania. Dal 2008 è diventato pendolare ad alta velocità. Nel tempo libero si dedica alla moglie e alla figlia, a cucinare per loro e per le persone a cui tiene. Cura anche un blog.
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