Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

Lobbying in Cina? È tutta una questione di Partito

Un esempio dalla Lobby farmaceutica
Lobby farmaceutica cinese
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Parlare di lobby con riferimento al contesto cinese non è comune, anzi tutt’altro.
È uno di quegli argomenti borderline di fronte ai quali viene addirittura da chiedersi fra sé e sé: ma possiamo davvero parlare di lobbying in Cina, senza andare fuori tema?.
Difficile e complesso dare una risposta, del resto non stiamo parlando degli States in cui le lobby sono parte integrante (benché spesso deleteria) di un sistema democratico, né -soprattutto- stiamo parlando di un sistema democratico. Eppure un termine cinese per lobby esiste eccome (游说团体 yóu shuì tuán tǐ) chiaro segno di un fenomeno, che in modo più o meno marcato ritroviamo anche in Cina (tutto sta nel capire come in quali dinamiche), pur discostandosi dall’accezione statunitense del fenomeno.
D’altra parte, in un Paese in cui l’unico vero timoniere e motore trainante, decisamente poco incline alla tolleranza verso pressioni politiche esterne, è rappresentato dal Partito comunista, dai suoi rappresentati e aderenti, che il fare lobbying si atteggiasse in modo diverso era cosa facilmente intuibile.

La logica del sistema prevede che tutto sia stabilito e deciso all’interno del Partito che agisce, ormai da oltre un trentennio, secondo schemi lungimiranti di crescita economica, procedendo a spron battuto senza lasciare spazio, rectius parola, a chi non sieda al tavolo decisionale dove la parola lobby, fin troppo liberista, è solo d’intralcio e può voler dire mettere in discussione l’egemonia del Partito.
Dando uno sguardo alle notizie che riguardano soprattutto lo sviluppo economico cinese, si pensi al settore della farmaceutica, ci si accorge tuttavia di come il governo cinese sia oggi, rispetto al passato, assoggetto complessivamente a maggiori pressioni ‘esterne’, non esercitate a livello centrale ed in modo uniforme in tutti i settori dell’economia, ma generalmente a livello locale e nei settori definiti dal Partito come prioritari, in funzione alle politiche di sviluppo economico. Un disegno complesso che fa del lobbying in Cina un fenomeno che tende più spesso ad assumere i contorni quasi di un lobbying immorale, rendendo il confine con la corruzione molto labile e sfumato. L’accesso al potere centrale è per pochi e dove finisce la corruzione, iniziano le lobby intestine, quelle interne al Partito. Il settore farmaceutica è senz’altro uno dei settori di massima priorità per la Cina, già da qualche anno, in cui lobbying e corruzione sono saldamente presenti.

Si consideri che le revenues complessive nell’intero settore dell’healthcare, a cui il settore farmaceutico appartiene, provengono dalla vendita di medicinali, che rappresentano al contempo circa il 40% delle revenues degli ospedali pubblici. Nulla di troppo strano, a meno che non lo si legga alla luce anzitutto del fatto che in Cina gli ospedali pubblici sono società statali (o a partecipazione statale maggioritaria) a scopo di lucro, che sopravvivono principalmente grazie all’interazione di due fattori: il mark-up sulla vendita dei farmaci e la pratica delle over-prescriptions (prescrizioni mediche non necessarie), ma anche alla luce del fatto che fin dagli inizi del nuovo millennio in Cina i prezzi dei farmaci erano controllati dallo Stato con conseguenti limitazioni sui margini di profitto delle aziende farmaceutiche stesse. La corruzione è dilagata. Le case farmaceutiche fino ad oggi corrompevano senza ritegno gli ospedali pubblici, riconoscendo percentuali di gray incomes sulle vendite massive di farmaci.
Le stesse dinamiche che lo scorso anno hanno portato una corte cinese alla condanna della Glaxo Smith Kline, azienda farmaceutica britannica, al pagamento di una sanzione pecuniaria di quasi 500 milioni di dollari US per corruzione, in concomitanza con l’accusa di corruzione anche in Libano, Giordania, Iraq e Polonia.

Negli ultimi anni le lobby cinesi del settore farmaceutico hanno fatto pressione per ottenere dal Partito nuove norme che consentissero l’istituzione del cd. drug-pricing quality-oriented mechanism, ovvero di un sistema che non prevede alcuna ingerenza del governo nella determinazione dei prezzi dei medicinali, al fine di rendere il mercato maggiormente concorrenziale, incoraggiando la produzione domestica di prodotti farmaceutici di alta qualità, mantenendo alti i livelli di profitto ed incrementando al contempo gli investimenti in R&D. Ed è di pochi giorni fa la notizia del cambio di rotta cinese che ha tutta l’aria di essere una vera e propria riforma sui prezzi dei farmaci (entrata in vigore lo scorso 1° giugno) e ancor più importante un tassello del più ampio progetto cinese di lotta alla corruzione.

Maggiori i profitti leciti provenienti dal mercato, minori (si spera) i tentativi di corruzione delle strutture pubbliche. Che ci sia stata una seria presa di coscienza da parte del Partito? Può darsi. In effetti, la Cina negli ultimi periodi si è mostrata sicuramente molto più attiva, che in passato, nella lotta alla corruzione. Le azioni di lobbying in Cina seguono, però, logiche diverse non consentite a chiunque. Il settore della distribuzione farmaceutica in Cina è un settore non più nel monopolio statale già da una decina di anni, fatto sta che i primi dieci distributori farmaceutici cinesi continuano ad essere gruppi statali già preesistenti sul mercato all’apertura del settore ad investimenti privati. Questo dettaglio ci suggerisce una chiave di lettura diversa e, forse, più virtuosa del fenomeno lobbying in Cina e se dovessimo rispondere adesso all’interrogativo iniziale forse risponderemmo con meno esitazione, perché in Cina le lobby ci sono, ma ci sono nei limiti in cui a fare lobbying siano aziende statali; nei limiti ovvero in cui la classe delle lobby sia interna al Partito ed operi sul mercato come sentinella in modo che il potere centrale, attraverso le sue emanazioni sul mercato, possa recepire i bisogni che il mercato richiede ed intervenire a confinare le minacce a cui il mercato è esposto.

In questo modo neppure la lobby sembra sfuggire alla singolarità del sistema cinese: un sistema lobbistico con caratteristiche cinesi. Citando il motto di una delle più importanti lobby statunitensi, la Patten, è proprio il caso di dire “se non hai una prenotazione al tavolo (dei potenti), probabilmente ti ritroverai a far parte del menu”.

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Autore
Scopre la Cina e se ne innamora follemente nel 2005 al punto da decidere di specializzarsi sul mercato della più grande potenza asiatica. Concluso il suo percorso accademico, con una tesi in diritto commerciale cinese che ben presto diventa la sua prima monografia, ottiene un Ph.D. in diritto della Repubblica Popolare Cinese. E’ stata relatrice in conferenze nazionali ed internazionali su temi relativi agli investimenti da e verso il Paese del Dragone. Vive e lavora come avvocato d’affari tra Italia e Cina ed insegna Chinese Commercial Law e lessico giuridico cinese presso l’Istituto Confucio e, nell’ambito del corso di laurea in International Relations, presso l’Università di Macerata. Parla cinese mandarino e si occupa della traduzione delle principali leggi in materia commerciale.
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