Quindicinale n.49, 17 maggio 2017

La crisi in una parola

Dal significato romanzato alla tangibile riprova: casi italiani e stranieri che hanno cambiato prospettiva
La crisi in una parola
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Nei discorsi motivazionali spesso viene affermato che la parola crisi nella scrittura cinese sia composta da due ideogrammi: uno rappresenta il pericolo, l’altro rappresenta l’opportunità. Questo utilizzo del termine sembra aver guadagnato la sua importanza con il discorso tenuto da John F. Kennedy a Indianapolis il 12 aprile 1959.

Basta farsi un giro in rete, però, per scoprire che in realtà l’affermazione è mutuata dalla errata convinzione diffusa negli Stati Uniti. In sostanza è un concetto romanzato, frutto di una traduzione erronea, come riportato nell’articolo scritto da Victor H. Mair, autorevole esperto della lingua cinese.

Cosa significa veramente la parola crisi?

Il primo risultato che si trova cercando la parola crisi nel web è: “Pertubazione o improvvisa modificazione nella vita di un individuo o di una collettività, con effetti più o meno gravi e duraturi.”

Il secondo risultato non è molto distante dal primo: “Una crisi (dal greco, decisione) è un cambiamento traumatico o stressante per un individuo, oppure una situazione sociale instabile e pericolosa.”

Come si può leggere però in un approfondimento di Stefania Ragaù, “il termine crisi, di derivazione greca (κρίσις), originariamente indicava la separazione, provenendo infatti dal verbo greco κρίνω: separare. Il verbo era utilizzato in riferimento alla trebbiatura, cioè all’attività conclusiva nella raccolta del grano, consistente nella separazione della granella del frumento dalla paglia e dalla pula. Da qui derivò tanto il primo significato di separare, quanto quello traslato di scegliere”.

Possiamo quindi rinunciare al concetto cinese romanzato di crisi senza perderne il valore motivazionale dato dal potere della possibilità di scelta che la parola stessa evoca?

La crisi-scelta è sempre un’opportunità?

Una delle affermazioni che più ricorre nelle nostre conversazioni e nelle diverse situazioni della vita quotidiana è: “viviamo in un periodo di crisi.” Di fronte a questa affermazione molte persone si sentono impotenti e amplificano le loro ansie.

Seguendo la celebre visione di Albert Einstein, però, la crisi porta progressi perché è nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Nel pensiero del fisico tedesco è, infatti, proprio nei momenti critici “che emerge il meglio di ognuno, perché senza crisi tutti i venti sono solo lievi brezze.”

Nella vita professionale di tutti i giorni quanto è vero tutto questo? La crescita professionale deriva sempre dal caos, intendendo per caos il significato derivante etimologicamente dalla parola chaine in ‘aprirsi, spalancarsi’ del mondo, prima del suo costituirsi in forme stabili e definite?

Continuando a parafrasare Einstein, nel termine crisi c’è innanzitutto un momento di cambiamento (“se pensi di fare le stesse cose e ottenere risultati differenti, sei superato, obsoleto, vecchio, inutile”). Dietro al cambiare, mettere in discussione, rivedere, c’è quindi l’idea del far proprie nuove competenze, elemento fondamentale per crescere personalmente e professionalmente.

Trovarsi dinnanzi a periodi critici è parte naturale del percorso della nostra esistenza e del ciclo della vita professionale, nella quale subentrano costantemente eventi interni ed esterni che necessitano di nuovi equilibri: l’inserimento in un nuovo contesto lavorativo, il passaggio da un tipo di lavoro a un altro, nuovi colleghi, nuovi capi, nuove esigenze personali che attivano nuove spinte motivazionali (ad esempio il matrimonio, la genitorialità), la perdita del lavoro.

Quello che ognuno di questi aspetti di novità può determinare va da una condizione di angoscia ad un vero e proprio cambiamento evolutivo e, quindi, ad una crescita.

Che nella crisi ci sia quindi l’elemento positivo di opportunità sembra essere fuori discussione. Come sembra essere chiaro che per cogliere l’opportunità nella crisi sia fondamentale la consapevole scelta di agire e pensare positivamente, senza farsi scoraggiare dal cambiamento ed evitando di rassegnarsi alla situazione facendo prevalere le giustificazioni e gli elementi negativi.

Come sostenuto da Massimo Gramellini, per fare un passo avanti bisogna perdere l’equilibrio per un attimo; è fondamentale, quindi, accettare momentaneamente il caos per prendere il buono del cambiamento.

L’opportunità: il cambio di prospettiva 

La vita è una questione di prospettiva e fortunatamente siamo noi a ad avere la scelta della posizione da cui “fotografare” i nostri eventi. Come per la fotografia, in ogni accadimento il cambio di prospettiva può modificare in tanti modi diversi una stessa immagine e siamo noi “fotografi” a guidare noi stessi e gli altri nella visualizzazione.

Quante volte le circostanze negative riviste al contrario, a distanza di tempo, sono stati in realtà un “colpo di fortuna”? Cosa sarebbe potuto accadere se avessimo forzato una situazione e/o non avessimo accettato la momentanea sofferenza?

Quanti accadimenti che abbiamo valutato come difficili e negativi, esaminandoli con il senno di poi, si sono rivelati a distanza di qualche tempo utili, se non addirittura fondamentali?

Il collega che non collabora e nel nostro lavoro ci ostacola costantemente, il passaggio di livello che meritiamo ma che l’azienda non ci riconosce, la nostra candidatura che non viene portata avanti per la posizione dei sogni, il licenziamento, l’ingiusto feedback negativo ricevuto dal capo, il progetto che non decolla, l’aumento di stipendio che non arriva. Siamo proprio sicuri che non sia uscito nulla di buono da situazioni come queste?

Tanti sono i tipi di crisi e di difficoltà che possono scaturire sul posto di lavoro ma siamo sempre noi a scegliere la prospettiva con cui leggerli. Del resto sono tanti gli esempi che dimostrano che a superare le avversità e a guidare nel successo sono la volontà e la perseveranza. Si pensi a J.K Rowling che prima di vedere pubblicato il suo libro di successo, Harry Potter, è stata rifiutata più e più volte. La Rowling, nonostante le avversità, non solo non ha rinunciato al suo progetto editoriale ma si è aperta l’opportunità di avere una delle carriere più remunerative al mondo.

Ralph Lauren faticava a trovare dei vestiti decenti da indossare i primi giorni in cui iniziò a lavorare come impiegato alla Brooks Brothers e Jan Koum, l’inventore di Whatsapp, mangiava solo grazie ai buoni pasto offerti dallo Stato.

Henry Ford, prima di fondare una delle maggiori società produttrici di automobili (Ford Motor Company), ha dovuto opporsi ad almeno un paio di considerevoli fallimenti come ad esempio la Hemp Body Car, un’automobile mai messa in commercio. La ricetta del pollo di Harland Sanders, Colonnello della nota catena KFC, fu rifiutata più di mille volte dai ristoranti della zona. Come ben mille volte ha fallito Thomas Alva Edison prima di riuscire ad ideare la lampadina. Anche lui, se avesse rinunciato alla sua impresa non sarebbe diventato il maggiore inventore del nostro tempo.

Casi italiani contro la crisi

Tutte queste sono storie vere di successo nate da (o nonostante) crisi di varia natura. Ed è giusto citare esempi che noi italiani possiamo sentire più vicini. Parliamo di Leonardo Del Vecchio, Ceo di Luxottica: oggi è tra gli uomini più ricchi del mondo ma il suo passato è stato contrassegnato da un’infanzia in orfanotrofio. Da operaio in una fabbrica di incisioni metalliche, a proprietario di una piccola bottega di montature per occhiali a Belluno, per arrivare ad essere uno dei più grandi distributori di occhiali al mondo.

La stessa Ferrero testimonia la rinascita dalla crisi: nel 1948, quando la fabbrica si preparava ad affrontare la produzione in vista del Natale, una violenta alluvione invase la fabbrica e tutte le apparecchiature si ritrovarono sommerse dal fango. Tutto sembrò perduto ma i fratelli Ferrero si misero a spalare la melma per quattro giorni e alla fine del mese la fabbrica tornò attiva come prima, anzi, maggiormente contraddistinta dal forte legame con tutte le sue persone d’azienda. Nel novembre del 1994 fu la volta di una nuova grande crisi per Ferrero: l’alluvione. L’azienda subì ingenti danni e la produzione fu costretta a fermarsi per settimane ma, come avvenne già nel 1948, i dipendenti accanto ai manager e alla famiglia Ferrero lavorarono per riportare la “loro” fabbrica di nuovo in attività e la ripresa ebbe del miracoloso: si rispettarono tutti gli impegni presi con i clienti per fine anno. L’evento fu un’occasione per rafforzare ancora una volta il legame tra la famiglia e i suoi collaboratori.

In conclusione l’opportunità positiva sembra essere insita nel cambio di prospettiva a cui la crisi ci costringe per sopravvivervi: visualizzare e focalizzare, dietro agli elementi di caos presenti, i potenziali vantaggi da trarne per il futuro.

Soprattutto oggi che viviamo una situazione in cui essere preparati al cambiamento diventa inevitabile nel lavoro e nella vita personale. E nel lavoro come nella vita vince colui che sa adattarsi ai cambiamenti. Nulla di diverso, quindi, da quanto sostenuto da Johnson nel suo celebre “Chi ha Spostato il Mio Formaggio?: invece di considerare il cambiamento come la fine di qualcosa, dobbiamo imparare a considerarlo in breve tempo l’inizio di qualcos’altro.

E’ importante allora tenere a mente la riflessione che scaturisce da questo saggio: è anacronistico pensare che nella nostra vita ci sia qualche “grosso pezzo di formaggio” destinato a durare per sempre. Ci sarà sempre qualcuno o qualcosa che sposterà o si ruberà il nostro formaggio.

Per focalizzarci sull’opportunità, a noi tutti fotografi e artefici della percezione verso l’interno e l’esterno serve solo la propensione a cambiare diverse prospettive. Dobbiamo imparare ad apprezzare il “sapore” di quei tanti e diversi formaggi che la vita personale e professionale ci mette davanti.

In fin dei conti non possiamo essere sicuri di avere il formaggio migliore se non siamo disposti ad assaporare anche altro.

 

(Photo credits: unsplash.com/Nicole Mason)

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Autore
Romana, dopo la laurea in Scienze dell'Educazione degli Adulti e Formazione Continua, è entrata in ELIS dove ha coordinato il master di Risorse Umane rivolto ai giovani neolaureati. Da qualche anno è consulente in ambito HR nonché docente e formatrice in varie Università e Business School sui temi del Coaching, Personal Branding, Employer Branding e Social Recruiting. La passione per i social network e per la ricerca l'hanno portata nel 2015 ad intraprendere il suo primo progetto editoriale insieme ad altri autori, "The Human Side Of Digital", dove ha trattato l'impatto del digitale nel mondo del lavoro. Ama scrivere e sogna di comprare una casa al mare a Sabaudia.
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