Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

Ma ti pagano? Fra digital e nuove professioni

La rivoluzione digitale ha portato anche la difficoltà di comprendere i nuovi modelli produttivi
Ma ti pagano?
Shares

Qualche settimana fa, Simone Bennati alias Bennaker, uno dei blogger più attivi nel campo del digital, scriveva sul suo profilo Facebook un lunghissimo status.

“Io non ce posso parlà co’ mi’ padre. Posso solo sopportà. Non posso accennare un discorso, magari finalizzato al dargli una buona notizia sul piano professionale, come successo poco fa, che, per quanto buona possa essere, la domanda è sempre: “Ma te pagano?”

Uno sfogo su un rapporto complesso, quello fra padre e figlio, che offre uno spunto interessante per fare una riflessione sul mondo del lavoro nel campo del digital, e delle difficoltà che gli aspiranti professionisti (e anche talvolta i professionisti affermati) fanno a sdoganare un approccio che per ancora troppi è completamente nuovo.
Secondo un pezzo di Luca Tremolada su Il Sole24Ore che riportava dati Ocse, il digitale impatta sul PIL italiano per il 3,72%. La media europea si attesta circa sul 5,5%.
La penetrazione della Rete è ancora molto bassa: la banda larga via rete fissa è disponibile per 22,5 persone su 100, mentre ancora molto scarsa è quella per le connessioni a fibra ottica (circa il 3%).
In tutto questo, l’Italia risulta essere il terzo in termini di diffusione della tecnologia cloud nelle aziende (40,1%). Per dare un’idea, Francia e Germania chiudono la graduatoria con l’11,9% e l’11,3%.

Il futuro, poi, sembra esser sempre più legato al tema dei nuovi device.

Per dare un’idea della portata, si pensi che l’1,65% del PIL italiano (27 miliardi di dollari circa) è legato alla mobile economy: per un popolo che conta 40 milioni di smartphone e 10 milioni di tablet, un risultato che non potrà che crescere.

Insomma, per chi sceglie il digital come proprio settore di riferimento e area di approdo professionale l’Italia è un paese che ha immense possibilità di crescita.
“Internet è il futuro”: sembra una frase fatta. Ma per quanti padri ancora questo è messo in discussione?

Per deduzione, possiamo credere che i genitori ancora poco fiduciosi nei percorsi professionali “digital” dei figli facciano parte di quella fetta di pubblico che ancora non ritiene indispensabile avere una connessione veloce. O che magari, causa infrastrutture obsolete, non hanno proprio possibilità di averla.

La maggioranza, però, potrebbe essere stata in gioventù parte di chi spinse per i grandi cambiamenti che hanno cambiato il nostro paese (dall’aborto al divorzio, dalle rivendicazioni sindacali alle lotte per i diritti dei lavoratori). Come mai, oggi, tutto questo ostracismo verso il “nuovo”?

“Ma ti pagano?” è una domanda che tutti gli addetti ai lavori che bazzicano a tavole rotonde, forum e conferenze sulle ultime tendenze in ambito digital e social si sono sentiti fare, almeno una volta, dai propri padri. E, attenzione: non per contraddire la malsana abitudine di offrire “visibilità” in cambio di lavoro, quanto proprio per una scelta fatta di impegno e improntata alla condivisione, uno dei gesti che sta alla base del web 2.0 e, in generale, di ogni attività correlata al digital.

Così come diventa incomprensibile spiegare a un padre perché investire risorse nello scrivere un libro sul proprio settore di competenza, piegandosi alle logiche imposte da un editore poco incline a rispettare i tempi di pagamento e, talvolta, dando di tasca propria il prezzo del biglietto del treno per andare alla presentazione.

Ogni critica, ogni domanda, e contemporaneamente ogni incomprensione nelle risposte create (anche, forse, chissà) da una reciproca incapacità di condividere (anche qui) il proprio punto di vista, diventa un mattone che va a costruire un muro. Proprio come cantavano i Pink Floyd, anche se in questo caso non è necessario andare a ricercare il senso nella più famosa parte 2 del pezzo “Another brick in the wall”: bisogna fermarsi alla parte 1, quella in cui non si capisce il senso delle scelte di un padre che non lascia niente.. forse, anche quando vorrebbe.

La “frammentazione” componente fondativa del modello

Il digital è basato su un modello meno monolitico e più liquido, parafrasando Bauman, in cui il networking, la capacità di costruire relazione e condividere conoscenze, competenze, e perché no, occasioni di business, diventa basico per il sistema. Una sorta di commodity del professionista, che costituisce elemento differenziante esattamente come gli skill descritti nel curriculum, la capacità di lavorare in team, la correttezza nei confronti dell’azienda.

Presidiare determinati canali, viverli, aggiornarsi su essi e approfondire le proprie conoscenze di questi, fa parte integrante del profilo professionale.
Il “lavoratore digital”, se così vogliamo chiamarlo, per rimanere a galla in un mercato sempre più saturo (anche a causa di aspiranti poco preparati, che sfiduciano i clienti con servizi di poca qualità), è obbligato ad arricchire la propria vita professionale con attività extra intanto per salvaguardare la stessa, e anche per aspirare a crescere.

Il frammentare i propri impegni, di fatto anche dedicando più tempo di quello che la retribuzione giustifica ad attività che possono sembrare poco coerenti con il “lavoro” propriamente detto, è sì una continua scommessa su di sé: ma è anche la garanzia di tenersi sempre in linea con il mercato, uscendo fuori dalle logiche più “accomodanti” che hanno accompagnato molte delle professioni dei nostri padri.

L’incontro che ci sarà

Nessun padre oggi riuscirà a giustificare nel proprio figlio i pomeriggi passati ad aggiornare il proprio blog o il proprio profilo Twitter, senza bollarlo come “passatempo”.

Eppure, se Bennaker non investisse tempo a scrivere il proprio blog, e girasse per i forum e i convegni dedicando tempo al preparare una conferenza per parlare di ciò che fa, oggi non sarebbe Bennaker. Ciò significa che – probabilmente – non sarebbe neanche il professionista esemplare che è.

Forse un domani, quando anche la paura di perdere qualcosa che forse è già stato perso sarà passata, i nostri padri sapranno leggere ciò che facciamo come un qualcosa di serio, fondato, e soprattutto importante. Andando oltre le apparenze di un lavoro che lavoro non sembra, ma che invece è effettivamente un qualcosa di concreto, che potrebbe valer ancora di più di quanto già valga.

Sì: speriamo che quel momento arrivi presto. Significherebbe che anche il nostro Paese saprebbe sfruttare fino in fondo una ricchezza che possiede già ora.
Tutto questo è possibile. Perché, dicevamo, “internet è il futuro”: e nel futuro, si sa, c’è posto per tutti.

Shares

Tags: , , ,



Autore
Lavora per La Stampa web e Testawebedv (ora Bitmama) prima di entrare alla Scuola Holden di Torino dove consegue un Master in Tecniche della Narrazione, e dove rimane a lavorare come Responsabile dell'Area Web e del Social Media Marketing per cinque anni. Oggi è Strategic Planner per DGTMedia. Ha collaborato anche con diverse agenzie fra cui Cesim/A Singularity Team e KeyOne. Ha pubblicato alcuni racconti per Liberaria Editrice e testi sulle tecniche di Digital Content Marketing.
Commenta questo articolo
  • Un problema sicuramente molto sentito, che non si limita al rapporto tra genitori e figli: l’intero mondo 2.0 viene visto da tanti con una certa perplessità, per non dire con vero e proprio sospetto: “venditori di fumo”, “produttori di fuffa”… questi sono alcuni dei giudizi poco lusinghieri che blogger, esperti di social media ecc. si trovano ad affrontare.
    Eppure, il web può dare una marcia in più a qualunque ambito lavorativo, dalla psicologia all’artigianato: credo che solo una sempre maggiore collaborazione tra professionisti on- e offline possa risolvere il conflitto.

    • Ciao @And@disqus_5fIfvRYxrg:disqus,
      sono d’accordo con te: solo una sempre maggiore collaborazione tra professionisti on e offline potrà risolvere il conflitto. Ma permettimi di fare l’avvocato del diavolo e porti una domanda: nell’episodio che mi ha toccato da vicino parliamo di una semplice, ma significativa, incomprensione generazionale tra un padre e suo figlio, ma se provassimo invece a modificare i ruoli? Ovvero, se da una parte mettessimo chi ha i mezzi per dare vita ad un business nell’ambito digitale e dall’altra chi ha le capacità per prendersene cura? I soldi da investire, volendo essere proprio terra terra, sono principalmente in mano a chi ha diversi anni più di me; le capacità, invece, dimorano per lo più nei miei coetanei. Se queste due parti, l’una necessaria all’altra, continueranno a non trovare incontro, cosa potrebbe accadere? “Che fine faremo?”, per dirla in modo filo-drammatico :)

      • Una bella domanda!
        Secondo me, il problema è convincere chi ha i mezzi ad investirli; per questo ritengo fondamentale lo sforzo di tutti i professionisti 2.0 per promuovere le proprie attività, anche facendo conoscere le ancora poche ma esistenti esperienze di successo.
        Questo, però, sul medio-lungo termine.
        Una soluzione più rapida potrebbe essere il crowdfunding: si tratta tuttavia di una strada non priva di incognite e variabili difficili da controllare, che consiglierei solo a chi è davvero convinto della bontà del proprio progetto e può contare su una base di sostenitori piuttosto ampia.
        Insomma, da una parte si cerca di lavorare sull’ostacolo, dall’altra lo si aggira :)

        • Concordo con sul primo punto, quello sullo sforzo, anche se devo dire che di professionisti capaci anche di autopromuoversi ne conosco parecchi e, purtroppo, sono proprio quelli che più spesso sento lamentare una certa difficoltà nel far capire le cose a clienti o investitori in genere.

          Per quanto riguarda il crowdfunding, invece, permettimi di essere lapidario: in Italia non può funzionare e te lo spiego con un esempio. Qualche giorno fa ho pubblicato uno status su Facebook nel quale spigavo come fare una roba su Twitter. Una roba che non tutti sanno fare e che però può tornare molto molto utile. Ebbene: ho ricevuto apprezzamenti e ringraziamenti a destra a e a manca, ma non ce n’è stato uno, dico uno, che abbia condiviso la mia spiegazione. Hanno tutti preso, ringraziato e portato a casa.

          Ora, visto che la condivisione del sapere, la quale costa un click, non è nel nostro DNA (e con “nostro” intendo di noi italiani), come si può sperare che qualcuno, per quanto geniale può essere l’idea proposta, metta mano alle proprie tasche per finanziarla? Anche in modo del tutto simbolico, intendo. “Non ci viene di farlo”, il che è molto diverso dal non poterlo fare. Indi per cui, crowdfunding? Sì, ma non qui :)

          • Certamente la prima strada che ho menzionato è quella più ardua, proprio per questo parlavo – ahinoi – di medio-lungo termine.
            Per quanto riguarda il crowdfunding, riconosco le difficoltà e gli atteggiamenti che denunci: forse è una soluzione più adatta a realtà “blasonate” come i Dipartimenti delle Università (anche se pure il lavoro di ricercatore è spesso svalutato…).
            Forse, solo la costituzione di vere e proprie associazioni di categoria (sindacati autogestito?) potrebbe offrire più “peso” e una rete di sostegno ai lavoratori del web.

          • Bravo: ci vogliono ancora “gli amici degli amici” a sponsorizzarti, altrimenti ho l’impressione che non ti si fili nessuno 😀

          • Così è: ma se le altre strade sono piene di buche, infangate (per non dire peggio :D) o interrotte, ci si deve arrangiare da sé 😐

          • Sara Della Torre Valsassina

            Quanto è vero!!!

  • Sara Della Torre Valsassina

    Ci ho messo un po’ a ritrovare il post di questo blog su “Adotta1blogger”, ma, come promesso, finalmente da pc riesco a scrivere il mio pensiero.

    Il tuo articolo mi ha dato modo di riflettere su quanto nella mia vita sia stata fortunata: mio padre, a differenza del tuo, mi ha spinto con tutto sé stesso ad intraprendere un lavoro nel digitale, con i rischi (e le delusioni) che questo comporta. Anzi, se non fosse stato per lui probabilmente non avrei mai aperto, insieme a mia sorella, la nostra piccola azienda che si occupa di grafica, web design e fotografia. Spero con tutto il cuore e la solidarietà di chi nella vita ha scelto di rischiare, che un domani tuo padre comprenda i tuoi sforzi, la tua fatica e la tua passione. Un saluto 😉

    • Ciao Sara,
      non posso che concordare con te: la comprensione di un padre è sicuramente un fattore importante. Nonostante lo scetticismo, però, è mio dovere mettere in evidenza il fatto che, in passato, mio padre mi ha aiutato concretamente nel raggiungimento di molti mei obiettivi, anche in campo digital. Parliamo di parecchi anni fa, ma forse il non riuscire ad ottenere i risultati allora sperati lo ha reso diffidente nei confronti di questo mondo. O magari nei miei confronti, chi lo sa? Comunque sia, spero di potergli dare un giorno la soddisfazione che in cuor suo sicuramente si aspetta e che essa arrivi in una forma che appaga entrambi, tanto me, quanto lui.

      Grazie per il tuo commento e un saluto a te! 😉

  • Pingback: bla bla blogger 23 ottobre 2015 - Social-Evolution di Paola Chiesa()