Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

Maestri di strada per insegnare a riscrivere la vita

A Napoli, diciott'anni fa, nasceva una scuola della seconda possibilità. Abbiamo chiesto a Cesare Moreno, uno dei suoi fondatori, di raccontarcela
progetto chance
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C’è un posto in Italia dove “scuola della strada” non è solo un modo di dire. Esiste davvero. Ma non chiedetevi quale sia il suo indirizzo: nessuno saprà indicarvelo perché non c’è. La scuola della strada si trova a San Giovanni a Teduccio, a Ponticelli, a Barra. È in ogni ferita aperta dei figli più sfortunati di Napoli, che da ormai quasi vent’anni i “maestri di strada” tentano di ricucire.

Tutto è partito nel 1998 dal Progetto Chance, idea di tre insegnanti napoletani, Marco Rossi Doria, Angela Villani e Cesare Moreno, finanziata da fondi ministeriali. Consisteva in un percorso di recupero del fallimento scolastico attuato nei quartieri difficili del capoluogo partenopeo e destinato ad allievi delle scuole medie segnalati dai servizi sociali come drop out, cioè vittime della dispersione scolastica. La speciale scuola riuscì a donare una “seconda chance” a più di 700 ragazzi. Da quel progetto è nata l’associazione Maestri di Strada, composta da un gruppo di professionisti che si impegnano a riavvicinare all’istruzione, e soprattutto a un modello di vita sano, i ragazzi che sono stati respinti o si sono autoesclusi dal sistema scolastico. Dal 2009, anno della chiusura di Chance, la onlus sopravvive grazie al sostegno dei privati.

Del nucleo originario dell’esperienza educativa resta punto fermo Cesare Moreno, dal 2006 presidente dell’associazione. Lo chiamano il “maestro con i sandali”: li indossò in segno di protesta contro la carenza di risorse per il Progetto Chance e da allora sono diventati il suo tratto distintivo. Fra i riconoscimenti ottenuti, nel 2001 l’ex maestro elementare è stato onorato del titolo di Cavaliere della Repubblica per i meriti nella lotta alla dispersione scolastica. Oggi, a 70 anni, continua a portare avanti la sua idea “diversa” di scuola e a girare l’Italia per formare insegnanti al metodo dei maestri di strada. Noi di Senza Filtro gli abbiamo chiesto di raccontarcelo.

Cesare MorenoQual è la differenza fra la “scuola della strada” e la “scuola dei libri”?
Nella scuola della strada i libri vengono scritti, nella scuola dei libri vengono letti. La scuola della strada produce, la scuola dei libri consuma. La scuola della strada inventa, la scuola dei libri riproduce. La nostra scuola della strada ha fatto della precarietà la sua virtù. Una precarietà economica, normativa, di riconoscimento ferie, di spazi… Una precarietà che ci costringe a reinventarci, a rinascere ogni giorno, consapevoli che quello che funziona oggi non funzionerà domani. “Tu si’ ll’Ammore, ca pure quanno more, canta ‘e canzone nove”, cantava Massimo Ranieri. E noi proprio grazie alla precarietà soffriamo le stesse cose che soffrono i nostri allievi, il che è la base per la comunicazione empatica.

Come entrate in contatto con i ragazzi?
Abbiamo un accordo con le scuole medie e superiori, per cui prima andiamo in classe e facciamo attività didattiche e poi invitiamo i ragazzi a laboratori territoriali (arte, giornalismo, musica, trucco etc). Ogni anno entriamo in contatto con circa 300 ragazzi. Di questi, 50-70 non si tolgono più di torno… Alcuni diventano a loro volta educatori e coinvolgono i propri familiari nel progetto, e questa è la nostra vittoria più grande.

In cosa si distingue l’approccio e la metodologia di un maestro di strada?
Maestri di Strada è una somma di competenze: educatori ed educatori “esperti” (matematico, giornalista, attore, storico..); psicologici che organizzano gruppi di riflessione, i gruppi Balint, per aiutare i ragazzi a rimettersi in piedi dopo la full immersion in ambienti degradati; pedagogisti, e infine “imprenditori” come me che devono reperire i soldi per le attività. Alla base della metodologia professionale di Maestri di Strada ci sono tre aspetti: cura delle relazioni, ricerca scientifica e creatività professionale. Molti ci dicono che non vanno a scuola perché non serve e non perché non sono capaci. E in effetti se la scuola serve solo a riprodurre i ruoli sociali allora è fallita in partenza. Il nostro segreto è guardare i ragazzi negli occhi senza il filtro del registro, dell’analisi sociologica, del quartiere da cui provengono o delle cronache dei giornali, trattarli alla pari, trovare il lato umano in ognuno di loro.

Il 13 luglio la “Buona Scuola” ha compiuto un anno. Lei cosa salva e cosa condanna della Riforma?
La cosa migliore della Buona Scuola, che poi in realtà esisteva già, è l’alternanza scuola/lavoro che, se fatta bene, può rappresentare una svolta epocale. Il bonus formazione è un insulto all’intelligenza e il bonus agli insegnanti più meritevoli è una provocazione perniciosa e dannosa, perché la scuola è opera di un gruppo, così invece non si fa che aumentare la rivalità. Il difetto di tutta la scuola occidentale è che è una scuola in cui non esistono strutture per tentare di riflettere su ciò che si fa ma solo per mettere voti, monitorare, dare ordini e disposizioni, emettere circolari su circolari… E una scuola che non riflette non ha nulla da insegnare a nessuno.

Cosa si aspettano i maestri di strada dalla scuola che verrà?
La nostra scommessa è riuscire a fare in modo che la scuola riconosca i percorsi “alternativi”. Una piccola rivoluzione è rappresentata oggi da “Scuola Viva”, un progetto della Regione Campania (bando in corso con scadenza il 29 luglio, ndr) che per la prima volta dà dei soldi affinché la formazione informale venga collegata a quella formale, con l’apertura delle scuole anche nei mesi di luglio, agosto e settembre, per combattere la dispersione scolastica e promuovere l’inclusione sociale. Per Maestri di Strada la novità che desidererei, dopo sette anni di lavoro con soldi privati, è che le istituzioni ci aiutassero offrendoci spazi e possibilità per essere ancor più da supporto a tutti quei ragazzi che hanno conti in sospeso con il mondo.

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Autore
Classe 1988, giornalista professionista campana. Si è laureata in Scienze della Comunicazione e ha frequentato una scuola di specializzazione in Giornalismo. Ha collaborato con testate quali “La Repubblica” e attualmente lavora come free lance, confezionando articoli, photo gallery e video news. Si occupa anche di Copywriting. Ama raccontare le storie, interpellando chi ha meno voce ma tanto da dire. I suoi campi d’azione sono trasversali: cronaca e attualità, lavoro e sociale, cultura e sport. Quest’ultimo è la sua vera passione, nata da tifosa prima che da cronista. Meglio ancora se combinata con viaggi, amici felini e cucina multietnica.
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