Manager con valigia, come molti manager italiani

Manager con la valigia: finita l’era pizza e mandolino

Come sono percepiti i nostri manager all’estero, tra luoghi comuni e capacità effettive

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Italians do it better è un concetto che certifica l’eccellenza italiana per antonomasia. Ma in altri ambiti, in particolare quello lavorativo, come siamo percepiti? A volte un po’ sopra le righe, confusionari e anche un po’ cialtroni. Spesso all’estero l’”italiano” è associato a una figura quasi pittoresca, una sorta di maschera da commedia dell’arte tutta pizza e mandolino. Ma siamo nel terreno dei luoghi comuni, perché nella realtà, e in particolare nel mondo del lavoro, l’italiano è davvero percepito come un valore aggiunto, quello che ha “quel qualcosa in più” che lo contraddistingue. Anche se, per un background formativo spesso insufficiente, gli ostacoli non mancano.

I lavori più richiesti per i manager italiani all’estero

L’opportunità di carriera, un ambiente più stimolante e il desiderio di cambiare la propria vita in meglio sono tra i motivi principali che spingono i manager di casa nostra a fare le valigie per destinazioni più promettenti sia dal punto di vista professionale che personale.

Secondo le elaborazioni effettuate da Manageritalia Milano (federazione nazionale che rappresenta oltre 35.000 manager) sugli ultimi dati ufficiali Inps, risulta che dal 2008 al 2016 sono nettamente aumentati (del 24%) i dirigenti privati che scelgono di lavorare all’estero in pianta stabile. Ben 1.491 uomini e 88 donne, infatti, sono i manager italiani espatriati in altri Paesi. In realtà sono molti di più, perché la ricerca non considera i manager assunti direttamente nei paesi di residenza con contratto locale, sommando i quali la stima raggiunge cifra di 20.000 “expat”.

Ma chi sono questi novelli Colombo e Marco Polo? Non solo ingegneri, designer o manager del settore della moda e del lusso, come si è soliti pensare, ma anche appartenenti a settori meno “tradizionali”, nei quali i manager italiani spiccano per professionalità e competenze anche a livello internazionale, grazie allo stile tricolore che contraddistingue l’approccio al lavoro e ai problemi.

Alcune società top di Executive Search hanno analizzato le richieste provenienti dai principali Paesi stranieri e le figure professionali per le quali sono maggiormente apprezzati e riconosciuti i manager italiani. In pole position troviamo l’HR Director per la sapiente combinazione del background tecnico e delle soft skills: spesso, infatti, chi fa questo mestiere nel nostro Paese inizia la propria carriera occupandosi di relazioni sindacali, e impara da subito le arti della trattativa e della negoziazione. Flessibile per antonomasia, l’italiano ha il senso dell’organizzazione (la sua, beninteso) ed è in grado di creare una certa empatia, leggere le persone e negoziare. Per questo è tendenzialmente più efficace, per esempio, rispetto a un collega di origine tedesca, molto più adatto a posizioni in cui si richiedono buone doti di project management.

Anche il Sales & Marketing Director nostrano è molto ricercato grazie all’innata creatività unita a capacità negoziali superiori alla media, che rendono gli italiani in grado di eccellere e vincere. È però fondamentale, per chi ricopre questo ruolo in Italia e vuole avere successo all’estero, aver avuto esperienze di formazione in società internazionali, che gli abbiano permesso di confrontarsi con strutture organizzative complesse.

Ulteriore figura molto richiesta è quella del Responsabile di Business Unit. In questo caso le capacità di problem solving, l’attitudine commerciale, la flessibilità e resilienza rendono il manager italiano il candidato ideale, soprattutto rispetto ai competitor nordici, spesso poco flessibili e un po’ troppo accademici. Abbiamo infatti una sorta di intelligenza emotiva superiore agli altri popoli, specie a quelli del Nord Europa che ci permette di entrare in empatia più velocemente con le persone e stimolare maggiormente il lavoro di squadra.

Ma una delle vere parole magiche dei nostri connazionali all’estero è adattabilità: l’italiano spesso riesce a leggere le situazioni anche laddove la sua non è la cultura dominante; è malleabile e in grado di muoversi tra situazione completamente eterogenee. Ma non solo: sa esternare i sentimenti e sa dare e ricevere affetto, oltre a essere eclettico e aperto al dialogo.

La torre di Babele

Tra i principali ostacoli al successo del manager italiano, il gradino più alto del podio è appannaggio del livello di conoscenza delle lingue. Questo elemento storicamente diminuisce di molto il numero di candidati italiani in grado di competere su posizioni in importanti multinazionali. Mentre ad esempio i vicini Svizzeri parlano tutti 4 lingue sin dalla più tenera età, gli italiani di 40 anni che hanno un’adeguata preparazione linguistica sono ancora troppo pochi, superiori solo agli spagnoli. Questo gap si è in parte colmato nella generazione successiva, ma siamo comunque in ritardo. Tra 5-7 anni il fattore differenziante sarà infatti la conoscenza del cinese, e non solo delle lingue tradizionali.

Questa tendenza ci deve far riflettere anche perché i manager italiani sono sempre più richiesti, non solo in mete tradizionali come Londra o New York, ma anche nelle zone più remote del mondo: India, Filippine, Giappone, Kazakistan, Iran e Azerbaijan solo per citarne alcune. In Paesi come l’Iran, dove l’era post sanzioni ha portato il Paese a una vera e propria rinascita, gli ingegneri e gli architetti di casa nostra sono figure ricercatissime: le grandi opere ingegneristiche (dagli alberghi, alle strade, ai nuovi nodi ferroviari) necessitano di menti brillanti e apertura internazionale.

Nei Paesi asiatici i manager più richiesti sono gli operation manager, abili a gestire la progettazione, programmazione, gestione e controllo di tutti i processi produttivi che portano alla creazione di un determinato bene o servizio. Soprattutto in mercati consumer potenzialmente enormi, dove cioè la domanda interna fa da padrona (India, Cina, Filippine, Indonesia), sono richiesti manager italiani per lo sviluppo di progetti commerciali destinati alla produzione di beni e servizi per il consumo interno.

Spesso si tratta di location poco attraenti, a volte anche politicamente instabili, dove i dirigenti devono essere disponibili ad affrontare progetti senza limiti temporali, abbandonando quindi la logica del breve termine. È fondamentale non comportarsi come una persona di passaggio, ma integrarsi col territorio e adattarsi alle differenti culture e tradizioni. È bene che chi accetta di trasferirsi in questi Paesi per lavoro abbia anche capacità di empatia culturale, voglia di aprirsi a nuove culture, una buona dose di maturità ed equilibrio personale, attitudine al cambiamento, assenza di pregiudizi e tanta voglia di mettersi alla prova.

Ma la miglior sintesi dell’italianità da esportazione è nelle parole di un manager belga, CEO di una Fortune 500, che sostiene da sempre che gli italiani sono molto veloci a capire le situazioni e a uniformarsi all’ambiente in cui si trovano a operare: “Francesi e Italiani cucinano bene, ma in qualsiasi angolo sperduto del mondo troverai sempre il ristorante di un italiano, quasi mai di un francese”.

Allora forse è proprio vero: Italians do it better.

 

Photo by Cameron James [CC BY-NC-ND 2.0] via Flickr

Nato nel 1972 a Cremona. Dopo la laurea in Giurisprudenza presso l’Università di Torino, lavora presso uno studio legale prima di entrare nel settore delle risorse umane. Nel 1999 entra in GATE (United Technologies Group) ed assume l’incarico di Recruiting, Training and Development Manager Italy. Nel 2001 entra nel Gruppo Fiat come HR Manager dei 3 siti nel Nord Italia di Irisbus Italia (IVECO). Viene successivamente promosso ad HR Director per il piu’ grande stabilimento italiano di produzione autobus. A Dicembre 2003 entra nel Gruppo Adecco come HR Director Italy, basato a Milano. Struttura i processi di HR per la unit e successivamente firma il primo accordo sindacale Nazionale del settore nel 2004. Nel 2005 viene promosso a Vice President Group HR, basato a Zurigo nel Corporate Headquarter, con responsabilità per tutta l’area HR dell’Adecco Staffing business. Ad Aprile 2007 assume il ruolo di Chief HR Officer e membro dell’Executive Committee di Adecco Group, responsabile dello sviluppo e implementazione della people strategy per tutti i businesses di Adecco. È anche responsabile della funzione Procurement per tutto il Gruppo. Dal 2011 è board member della Talent Mobility Practice del World Economic Forum. Christian Vasino entra in Pirelli a Gennaio 2014 come Chief HR Officer del Gruppo, lavorando a stretto contatto con il Presidente e Amministratore Delegato, rivitalizzando la People Strategy del Gruppo. Fonda Chaberton Partners nel 2016 e ne guida la crescita, focalizzandosi su selezionate ricerche di Board e CEO. [ Guarda tutti gli articoli ]

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