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Quindicinale, Numero 59 – 17 gennaio 2018

Melegatti, dolci amari

I dipendenti hanno pagato le conseguenze di scelte azzardate della società. Nonostante gli stipendi congelati e le retribuzioni su acconti, hanno continuato a "regalare" tempo e anima all’azienda
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Stipendi congelati, acconti sulle retribuzioni e incertezza sul futuro. Nulla è stato lororegalato”, in termini lavorativi, anzi. Hanno affrontato e stanno affrontando mille sacrifici. Eppure i lavoratori della Melegatti, sia quelli fissi (circa 70) sia quelli stagionali (circa 200, alcuni dei quali lo sono da anni) continuano a lavorare per la loro azienda con tenacia e coraggio. Sono loro che hanno fatto alla Melegatti un dono importantissimo: il loro tempo e sudore, pur in mezzo alle difficoltà, pur di permettere all’azienda di risollevarsi dalla crisi.

Intanto, ancora non ci sono certezze su chi effettivamente guiderà l’impresa verso un effettivo rilancio. L’accordo quadro tra gli attuali soci e il fondo d’investimento per il subentro, al momento della messa on line di questo articolo non risulta ancora essere definito, anche se – secondo indiscrezioni – dovrebbe essere siglato proprio in queste ore. I sindacati e il Tribunale di Verona vigilano in modo costante. Ma come ci è finito in crisi un marchio solido e storico come Melegatti?

Melegatti e l’invenzione del pandoro

14 ottobre 1894: Domenico Melegatti riceve il Certificato di Privativa Industriale dal Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio del Regno d’Italia per aver inventato il nome, la forma e la ricetta del pandoro. Nasce così, nel laboratorio della pasticceria di famiglia di corso Porta Borsari, la storia di Melegatti, il marchio veronese legato all’invenzione del pandoro.

Dopo la morte di Melegatti, avvenuta nel 1914, il patrimonio passò alle due famiglie eredi, i Ronca e i Turco. Le due famiglie nel corso del tempo sembrano contrapporsi, ma nonostante questo l’azienda cresce sana e con equilibrio. Il marchio diventa sempre più forte: a Verona è ben radicato ma ben presto si espande a tal punto da rendere il pandoro Melegatti un punto fermo nel Natale degli italiani. L’ormai nota azienda – che nel frattempo trova sede definitiva a San Giovanni Lupatoto, vicino a Verona – diventa un vero e proprio simbolo per il territorio veronese e per chi ci lavora all’interno.

Salvatore Ronca, l’imprenditore che sapeva ascoltare

Gli anni passano e diventa presidente Salvatore Ronca, che è stato alla guida della Melegatti fino alla morte sopraggiunta nel 2005. Era un leader Salvatore Ronca, che dai racconti emerge come una persona capace di mantenere l’equilibrio aziendale e di rapportarsi con tutti – soci e dipendenti – in modo chiaro e netto, ponendo un’attenzione quasi paterna ad azienda e lavoratori: un uomo, prima che un imprenditore.

Così lo ricorda Giuseppe Peraro, in Melegatti dal 2002: “Per il periodo in cui sono riuscito ad averlo vicino e per come me ne hanno parlato, posso dire che era riconosciuto da tutti come leader. Beneamato da tutti, spronava i suoi operai e impiegati. Guardava sempre al bene dell’azienda ed era sempre molto corretto nel rapporto con i dipendenti: riusciva a tirar fuori il meglio da tutti quanti. Si faceva ascoltare ma sapeva ascoltare”.

Doti non da poco. E infatti Salvatore Ronca è riuscito a realizzare quella che il noto economista e saggista Marco Magnani, nell’introduzione al suo libro Terra e buoi dei paesi tuoi (UTET, 2016), definisce azienda “radicata”, capace di creare un legame forte con il suo territorio (inteso nel senso più ampio del termine: ambiente, dipendenti, fornitori, persone). “E il territorio – scrive Magnani nel suo testo – riconosce, rispetta e premia le imprese radicate e i loro leader”. Così è stato.

Mirandola: “Gli ordinativi ad agosto c’erano”

Dopo la morte di Salvatore Ronca, l’equilibrio della Melegatti sembra venire meno. “Negli anni le diatribe tra le famiglie hanno portato via diverse energie che avrebbero potuto essere spese in maniera diversa”, spiega Daniele Mirandola (segreteria territoriale, Uila Uil Verona e Trento). Le opinioni divergenti avrebbero riguardato le strategie aziendali e le decisioni sul futuro dell’azienda. Dopo varie vicissitudini, subentra come presidente dell’azienda Emanuela Perazzoli, vedova di Salvatore Ronca. A questo punto l’asse di equilibrio tra soci si sposta e la famiglia Turco passa in minoranza.

Tutto cambia. Sindacati ed ex dipendenti sembrano essere concordi su un punto: scelte definite “azzardate” nella strategia aziendale e forse un’eccessiva rigidità sembrano essere la causa che sta a monte della crisi che oggi la Melegatti sta attraversando. “Una serie di scelte che nel tempo si sono materializzate poi in una situazione di questo tipo”, continua Mirandola. “Lo dimostra il fatto che gli ordinativi ad agosto c’erano: il mercato chiedeva il pandoro Melegatti. Non si è riusciti a partire per una mancanza di liquidità. Noi siamo dell’idea che, probabilmente, se fossero stati fatti ragionamenti più approfonditi su certi aspetti, magari la situazione non sarebbe arrivata fino a questo punto. Probabilmente non c’era una struttura così consapevole che potesse mandare avanti un’azienda di questo tipo”.

La storia della Nuova Marelli: impianti del valore di 10 milioni di euro

Ma facciamo un passo indietro e torniamo tra la fine del 2011 e l’inizio del 2012, quando la Melegatti acquisisce la storica Marelli Dolciaria (che diventerà la Nuova Marelli) di Mariano Comense. L’obiettivo? Puntare a diversificare la produzione con prodotti non legati alle ricorrenze (per esempio, le merendine) e a renderla continuativa per tutto l’anno. Fino a quel momento la Melegatti si occupava solo di prodotti da ricorrenza, cioè pandori e colombe.

“Questo tipo di produzione, che occupa le persone alcuni mesi all’anno, non ha un margine così elevato che consenta a un’azienda di fare ricchezza – spiega Daniele Mirandola – anche perché i pandori costano meno di un chilo di pane e produrli costa sicuramente di più. La grande distribuzione vende questi prodotti a prezzi molto bassi e quindi non creano margine”. Per contrastare questa difficoltà, altre note aziende che si occupano di produrre prodotti da ricorrenza hanno pensato già dagli anni Duemila di differenziare la produzione dolciaria, in modo da consentire agli stabilimenti di lavorare dodici mesi all’anno. Questa scelta – di per sé corretta – Melegatti l’ha presa dopo, in ritardo rispetto ai concorrenti.

Nel 2012, quindi, l’acquisizione della Marelli. Dopo una serie di spese per sistemare e iniziare la produzione, nel tempo l’azienda verifica che la posizione non è propriamente idonea e così sposta la produzione a San Martino Buon Albergo, nell’est veronese, dove affitta un capannone e installa delle linee nuove molto performanti che avrebbero consentito una produzione molto ampia: si parla di una capacità produttiva ben superiore a quella di Mariano Comense. Ci sarebbe stata una commessa da parte di un grosso gruppo (circola il nome della Ferrero, sebbene non ci sia mai stata l’ufficialità) che avrebbe sostenuto parte della capacità produttiva dei croissant.

L’accordo va in fumo. Si vocifera che le cause potrebbero essere da cercare in alcuni ritardi e mancate risposte sui tempi della startup e anche nel modo di finanziamento dell’impianto, ma non ci sono conferme ufficiali. Invece rimane l’ingente costo per la realizzazione dell’impianto produttivo, pari a circa 10 milioni di euro, che – come spiegano sia l’ex direttore commerciale, Gianluca Cazzulo, sia Mirandola – “era stato pagato con il denaro circolante dell’azienda”. Un “errore grossolano”, a parere di Cazzulo, dovuto al “non aver fatto un piano finanziario a sostegno del nuovo impianto”.

L’ex dirigente in sostanza non contesta la realizzazione dell’impianto, ma il modo in cui è stato finanziato.  Come conseguenza, spiega Mirandola, l’azienda “si è trovata a corto di liquidi per comprare le materie prime per la produzione di Natale e per pagare i dipendenti”.

Il debito e il blocco della produzione iniziale

Insomma, pare che quella scelta azzardata abbia fatto traboccare una situazione che già si trascinava da un po’ di tempo. Dai dati aziendali disponibili su una visura si nota un calo del fatturato di circa 9 milioni di euro tra il 2014 e il 2016. Il debito sarebbe ingente: circa 30 milioni di euro (non è chiara la cifra precisa), di cui all’incirca 12 con le banche, 10 con i creditori e il rimanente con organi esterni tra organi come l’Inps e retribuzioni. Un debito che non permette di comprare le materie prime e che quindi blocca la produzione proprio sotto le festività natalizie.

La situazione di difficoltà porta dapprima a disagi lavorativi sia per i dipendenti fissi sia per quelli stagionali in entrambi gli stabilimenti, con turni senza preavviso, sospensioni improvvise dell’attività lavorativa e mancate retribuzioni (i dipendenti non hanno ricevuto retribuzione da agosto ai primi di novembre: al momento è tutto congelato per via della procedura in corso al Tribunale di Verona e rimarrà tale fino all’esito dell’ipotesi di ristrutturazione del debito). Poi arriva lo stop della produzione. Nelle varie riunioni fra soci, tra la fine di ottobre e gli inizi di novembre, si cercano le soluzioni. Fra le varie proposte, la famiglia in minoranza (i Turco) si fa avanti e dichiara pubblicamente di avere i capitali per salvare l’azienda, ma l’accordo non va a buon fine.

Il nuovo fondo per far ripartire la produzione

Il 7 novembre scorso è presentata in Tribunale la domanda di ammissione al concordato preventivo, poi autorizzata. A prendere in mano la situazione con la promessa di tentare di salvare l’azienda è il fondo maltese Open Capital Fund di Abalone Asset Management e di Advam Partners Sgr. A rappresentare i nuovi investitori è Luca Quagini, cinquantaduenne nuovo direttore generale, fondatore e Ceo di Sdg Group. A lui spetterebbe l’ordinaria amministrazione dell’azienda, almeno fino all’accordo di ristrutturazione.

La prima parte del piano, autorizzata dal Tribunale di Verona, prevede fino a 6 milioni di euro in funzione delle esigenze produttive. Il finanziamento autorizzato dal Tribunale alla Melegatti ha la previsione di un tasso d’interesse pari all’8% e un termine di restituzione fissato al 31 marzo 2018. È compito della società trasmettere ai commissari alla fine di ogni settimana di produzione un report su costi e ricavi della settimana in questione, comprese le informazioni sull’acquisto delle materie prime e sulle somme ricevute dai finanziatori. L’attenzione del Tribunale è quindi massima.

Tuttavia, secondo fonti riservate, sembrerebbe che per la produzione natalizia sia stato usato poco più del 10% del fondo messo a disposizione (sebbene sia da precisare che al Tribunale è stata assicurata la disponibilità a erogare l’intera somma finanziata sino ai 6 milioni di euro) e che la produzione si sarebbe in parte autofinanziata con le entrate natalizie.

Su questo ultimo punto, anche per dare all’azienda la possibilità di raccontare la situazione dal suo punto di vista, abbiamo provato a contattarla direttamente tramite telefono, mail, Facebook e Linkedin, ma al momento senza avere riscontri. Attendiamo volentieri una rettifica o una conferma da parte della Melegatti per quanto riguarda l’utilizzo del fondo, ma anche – se vorrà – la versione aziendale dei fatti e delle strategie per il futuro. 

Fatto sta che, nonostante il ritardo, gli ordini sono tantissimi, anche grazie alla campagna social partita sul web che invita a comprare il pandoro Melegatti. Altri 10 milioni di euro sono annunciati per la campagna di Pasqua. E poi? Il futuro è ancora molto incerto.

Uila: “Chi non è in stato in grado di gestire si faccia da parte”

L’idea sarebbe che gli investitori entrino in società con un piano a lunga portata di ristrutturazione e che si riprenda a far funzionare anche l’altro stabilimento a San Martino Buon Albergo. È quanto chiede Daniele Mirandola, che in una nota in rappresentanza della sua sigla sindacale sottolinea: “Chi ha sbagliato deve cedere le quote, chi subentra deve dare garanzie. Il sindacato Uila Uil di Verona tiene a precisare che parlare di ‘miracolo Melegatti’ in riferimento all’attuale situazione dell’azienda veronese è del tutto prematuro. Pertanto ci riserviamo di commentare tali traguardi (trionfalistici) solo quando le decisioni da parte dell’attuale amministrazione saranno ufficiali, nel rispetto dell’azienda e degli operai.”

“Come Uila, auspichiamo il meglio per la ripresa di Melegatti Spa e continuiamo a lavorare per il futuro del lavoro e dei lavoratori della storica azienda veronese, ma riteniamo che parlare di progetti futuri in questo momento, sia assolutamente fuori luogo, dal momento che l’accordo quadro tra attuali soci e il fondo di investimento, per un definitivo subentro e rilancio dell’azienda, non ci risulta ancora definito. Vogliamo sottolineare inoltre che, secondo noi, chi in questi anni non è stato in grado di gestire un’azienda storica come Melegatti debba cedere le quote e farsi da parte immediatamente. Vigileremo affinché qualsiasi fondo d’investimento o terza parte che voglia subentrare all’attuale proprietà garantisca il mantenimento e soprattutto lo sviluppo della produzione a Verona negli attuali stabilimenti.”

130 giorni di tempo per presentare l’ipotesi di ristrutturazione del debito

A partire dall’ammissione al concordato preventivo ci sono 130 giorni di tempo (con la possibilità di una proroga di 60 giorni) per presentare l’ipotesi di ristrutturazione del debito, che prevede un piano di rientro per i singoli creditori. Tale piano dovrà essere accettato da almeno il 60% dei titolari del debito. Se così non fosse, per la Melegatti ci sarebbero ben poche possibilità.

Ma anche se i creditori accettassero, la strada resta in salita per poter ritornare a pieno regime sul mercato. La campagna social #NoiSiamoMelegatti ha dato ottimi frutti per iniziare a rilanciare l’azienda, ma va da sé che non basti per uscire dalla crisi, e che definirla “miracolo di Natale” è quantomeno azzardato. Non ci vuole un miracolo: ci vogliono determinazione e soprattutto un piano ben preciso e concreto per risalire. Il fondo di certo non può essere considerato un “regalo” all’azienda; è invece frutto di una scelta razionale che deve trovare corrispondenza concreta nella realtà, perché solo con un impegno ferreo e investimenti giusti i dipendenti potranno tornare a vivere la loro azienda, chiunque ne siano gli investitori.

I presidi e i cortei dei dipendenti, motore dell’azienda

Già, i dipendenti, il vero motore dell’azienda. Sono loro che di fatto hanno permesso la ripresa della produzione, a partire dal lavoro dei mesi scorsi a San Giovanni Lupatoto e al recente stabilimento della Nuova Marelli. Sia i lavoratori fissi sia quelli stagionali hanno dato prova di un attaccamento profondo all’azienda: prima i disagi con gli orari e i turni, poi il blocco degli stipendi a causa della crisi. L’azienda, non avendo liquidità, non riusciva a pagare i fornitori né tanto meno i dipendenti. Ecco allora che i lavoratori di Melegatti si sono trovati senza stipendio per oltre tre mesi, con la produzione sospesa e con tante domande senza risposta.

Da lì, in accordo con i sindacati, la scelta di organizzare un presidio permanente davanti all’azienda per rivendicare il loro salario ma soprattutto per “dimostrare che volevano continuare a lavorare per Melegatti”, dice Mirandola. Da lì anche i cortei davanti alla prefettura, con striscioni e richieste in coro delle dimissioni della presidente Perazzoli e di Umberto Lercari, amministratore delegato, che parrebbe aver rassegnato le sue dimissioni proprio nei giorni del deposito di ammissione al concordato preventivo. Anche su questo punto, tuttavia, accogliamo volentieri eventuali chiarimenti.

“Questa azienda è andata avanti solo grazie alla capacità e alla determinazione dei dipendenti che ci lavorano dentro e che sono persone straordinarie e capaci”, ripete Gianluca Cazzulo quando viene interpellato sulla questione crisi. Fondamentale il ruolo dei sindacati, che si sono impegnati per creare un tavolo istituzionale che coinvolgesse anche sindaci e prefettura. E finalmente l’annuncio del fondo: i lavoratori hanno ripreso la produzione. Anche il “miracolo” dei prodotti realizzati a tempi di record è dovuto all’impegno e al sacrificio dei dipendenti, che pur ricevendo acconti settimanali (il 25% in funzione dei giorni lavorativi) per il mese di novembre, e pur con le retribuzioni precedenti congelate a causa della procedura in corso, hanno lavorato sodo nel tentativo di aiutare l’azienda a risollevarsi.

L’ombra della cassa integrazione

Nonostante i molti ordini, i lavoratori hanno dovuto fare i conti non solo con l’incertezza futura ma anche con quella presente: per alcuni giorni ha infatti aleggiato l’ombra della cassa integrazione proposta dall’azienda e definita un passaggio necessario. Non ci sono stati i sindacati, soprattutto per i modi con cui è stata suggerita – e cioè senza informazione alcuna data all’esterno.

Daniele Mirandola e Maurizio Tolotto (Fai Cisl Veneto) hanno immediatamente espresso le loro perplessità. Tolotto si è subito attivato per organizzare un incontro con i lavoratori: “Noi chiediamo solo che ci sia chiarezza e trasparenza nella condivisone dei passaggi e degli impegni presi (fra i quali, per esempio, il pagamento anticipato di novembre e dicembre, N.d.R.). La chiarezza è legittima, un atto dovuto”, per tutti i lavoratori “che vogliono lavorare, vogliono essere ancora Melegatti”, come dimostra il motto della campagna social partita dagli stessi dipendenti.

Alla fine – almeno per il momento – la cassa integrazione è stata ritirata dall’azienda, dopo l’indicazione dei commissari del Tribunale. In seguito alla riunione tra azienda, sindacati e commissari del Tribunale, che vigilano e verificano affinché siano mantenuti gli impegni presi e tutto proceda nel pieno interesse dei lavoratori, è emerso infatti che “la cassa integrazione non serve. L’importante è che il Fondo rispetti gli impegni già presi con il Tribunale e con i dipendenti”, spiega Tolotto.

Dipendenti al lavoro, dunque, per produrre, prima della campagna di Pasqua, altri 5.000 pandori da vendere allo spaccio di San Giovanni Lupatoto. “Ora attendiamo quanto prima che sia predisposto il piano industriale per la campagna di Pasqua – sottolinea Tolotto – a conferma del fondo di mettere a disposizione 10 milioni di euro, che sono stati messi sul tavolo come presupposto affinché la campagna stessa si compia”. Ma durante i giorni di incertezza, il pensiero dei lavoratori era uno solo: “Dobbiamo preparare la Pasqua, controllare i macchinari, lavorare nei vari campi. Non possiamo permetterci la cassa integrazione”, ci hanno detto alcuni di loro.

Insomma, i dipendenti Melegatti hanno dimostrato e continuano a dimostrare un profondo attaccamento all’azienda, nonostante l’incertezza, nonostante i sacrifici, nonostante non abbiano idea di come si possa evolvere la situazione aziendale. Loro alla Melegatti ci credono. Ci credono a tal punto da accettare ritmi serrati, acconti sulle retribuzioni, incertezza sul futuro, tra fatica e sacrifici.

Ecco, allora, che ai lavoratori nulla è stato regalato. Anzi. Hanno regalato tempo, impegno, sudore a un’azienda che ora deve dimostrare di impegnarsi con serietà e concretezza affinché la Melegatti possa ripartire e i dipendenti possano ritrovare la serenità di lavorare per un marchio che ancora oggi, dopo 123 anni, è forte e amato dagli italiani. Si tratta, ci sembra, di un atto dovuto.

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Autore
Giornalista pubblicista, laureata in Lettere moderne all’Università degli Studi di Milano, collabora con vari settimanali e quotidiani per lo più sulla zona di Milano e provincia. Collabora, inoltre, con una testata on line dedicata all’arte ('Quotidiano arte') e con il magazine dedicato all'innovazione, 'StartupItalia'. Si occupa principalmente di cronaca giudiziaria, cultura e tematiche legate al mondo del lavoro e dell'innovazione sotto vari aspetti, ma le piace curiosare in più campi. Appassionata di web, sta approfondendo il web journalism e le basi dell’informatica. Gestisce un personale sito d’informazione, incentrato sulle notizie principali della Provincia di Milano, ‘Giornale castanese’. È fermamente convinta che il giornalismo abbia bisogno di un forte rinnovamento.
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