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Quindicinale, Numero 61 – 21 febbraio 2018

Meno aziende, più lavagne

È sempre più difficile tollerare il gergo tecnico, i burocratismi e tutte le ingerenze del linguaggio nella lingua. Una sana semplicità non è mai stata più necessaria
bambino alla lavagna
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Ardesia. Legno. Gesso. L’ho fatto con queste tre materie.

Per la prima volta ho scritto qualcosa per un pubblico. La disciplina era Italiano. Lo scritto, una frase. Il pubblico era alle mie spalle: 18 compagni di classe. La classe era la Seconda B di una scuola elementare di Vicenza. La maestra quel giorno mi chiamò alla lavagna e mi chiese di scrivere. Non ricordo che cosa scrissi.

So che presi il gessetto, e dentro la tela nera incorniciata dal legno disegnai lettere con un senso compiuto. A compiersi non era solo il significato di una frase, ma soprattutto un atto naturale. Da una parte, qualcuno che dava l’esempio: la maestra. Dall’altra, qualcuno che voleva prendere qualcun altro come esempio.

Sopra la lavagna la maestra aveva appeso alla parete le 21 lettere dell’alfabeto. Una guida per noi alunni, una bussola, una stella cometa. Ogni lettera aveva un’immagine da vedere per ricordare. La parola le dava il nome e le faceva da rappresentante. Così, la i era l’imbuto, la e l’elica, la d il dado, la m era la maniglia, la p il pavone.

Oggi invece la i è rappresentata dall’implementazione dei processi, la e dall’efficacia della comunicazione, la d dal sistema dinamico, la m dalla massimizzazione dei risultati e la p dalle problematiche aziendali. Ah, quanti danni può fare il linguaggio alla lingua. La scrittura di oggi, alla scrittura di un tempo.

Dalle prime parole al diluvio

La prima volta lo facciamo: parliamo come mangiamo – e scriviamo come parliamo. Fino a quando viviamo protetti dalla società è una prima volta che non volta mai pagina. Poi, nella società ci liberano. E iniziano i guai.

Frequentiamo i media. Andiamo all’università. Studiamo libri dove c’è di tutto tranne la lingua italiana. Starnutiamo felici per le dritte virali dell’influencer. Ci appendiamo alle labbra saltellanti del guru. Il blogger saltella sui tasti e ci invita a fare di noi un brand. Il costruttore di brand sorvola sulla scrittura per raccontarci che scrivere bene non basta più.

Non basta più? Scrivere bene manca, Cristo. Terribilmente. Manca come il meglio di un uomo manca nelle parole scritte dalle aziende. O nella lettera di una banca scritta e costruita intorno a me, a te, a loro. A tutti. E non scritta solo attorno al mio, al tuo o al loro conto corrente.

Scrivere bene manca come manca il disgusto pieno per una vita fatta con la scrittura incivile dei linguaggi. O come il piacere sorprendente di accorgersi un giorno che dove c’è lingua c’è casa. Allo scrivere bene le aziende non sono mai arrivate.

Ci serve il vecchio alfabeto, non un alfabeto nuovo. Quello della maestra, che ci suggeriva di scegliere solo parole con un’immagine addosso, e non l’alfabeto delle aziende che ci costringe a usare parole rivestite fuori, ma vuote dentro.

Ci serve la vecchia grammatica, non una nuova grammatica. Quella che ci spiega la differenza tra un avverbio e un aggettivo, non quella che calcola la differenza tra un influencer e un testimonial. Ci serve una scrittura che non prenda il volo dei linguaggi, ma che rimanga a terra con la punta della lingua. Ci serve anche questa volta e ci serve come la prima.

Un’altra prima volta

La prima volta che ho scritto per un’azienda era la volta del 1998. In quegli anni le aziende offrivano il lavoro nelle strette colonne dei giornali. Un giorno un annuncio raccontava di un’agenzia di pubblicità che cercava un copywriter o un giornalista professionista. Io non ero né l’uno, né l’altro. Ma scrivevo. Così, scrissi un curriculum. In formato molto europeo. E lo mandai all’agenzia.

L’agenzia mi convocò per un colloquio. Ma mi fece capire che se volevo il posto dovevo darmi da fare. E da fare mi diedi, perché mi diede subito del lavoro. Una brochure. Un compito. Una scadenza. La brochure era di un cliente dell’agenzia. Il compito: scrivere un comunicato stampa. La scadenza? Due giorni. Il tempo necessario per tornare a casa e affrontare i dubbi che mi strattonavano la mente. E aggrapparmi all’unica certezza che mi ricompattava il cuore: non avevo mai scritto un comunicato stampa.

Poteva essere la mia prima volta, quella, ma la prima volta non fu. Se ne accorse anche la titolare dell’agenzia, quando due giorni dopo mi chiamò per dirmi che non avevo scritto un comunicato stampa. Ma che sapevo scrivere. Scrissi infatti un racconto. La sola cosa che fui capace di scrivere. Mi affidai alla prima volta: il racconto è la prima cosa che un bambino scrive.

Tornare alla lavagna

Così, oggi faccio il mestiere che faccio grazie a una storia inventata, non a un comunicato stampa. Grazie alle parole che un bambino scrive sulla lavagna, non alle parole che un adulto scrive in azienda. Se non sai come uscirne, non uscire. Rimani in casa. Se non ti trovi a tuo agio nel guaio dove ti sei messo, torna dove ti sei sentito accolto. Ritorna alla lavagna. Togliti di dosso l’azienda.

Nella lavagna abbiamo imparato i fondamentali della scrittura: la lena del verbo, la deontologia dell’aggettivo, la carnosità del sostantivo. Nelle aziende invece cediamo ai fondamentalismi della parola. Alla scrittura senza filtri. Atteggiamenti che hanno colonizzato la comunicazione. C’è una colonia per ogni linguaggio: burocratico, legale, informatico, di marketing, di recruiting, SEO, bancario, scientifico, accademico. E all’insediamento del linguaggio nella lingua non c’è mai fine. Di un filtro invece c’è bisogno, da installare nelle aziende solo dopo aver fatto un percorso botanico: il seme della maestra, la serra dell’agenzia, la rosa di buoni scrittori.

E così, accade che passi la vita a imparare dai buoni esempi di scrittura: Ernest Hemingway, John Fante, Italo Calvino, Wystan Hugh Auden, Thomas Bernhard, Henry Miller, Gianni Rodari, Wislawa Szymborska, Raymond Carver, Georges Simenon, Jerome David Salinger, Emilio Salgari, Witold Gombrowicz, Iosif Brodskij. Ma poi arriva il giorno che tu sei chiamato a dare il buon esempio. Per liberare la lingua dalle colonie dei linguaggi. Portando la tua lavagna nelle aziende. Come se fosse la prima volta.

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Autore
Lavora con le vocali e le consonanti. Lavora con i verbi, i sostantivi e pochi aggettivi. E poi con articoli, preposizioni e la punteggiatura, l’indispensabile. Lavora con le frasi. Fa il copywriter in Mamy, agenzia di comunicazione a Vicenza. Un copywriter è un semplificatore. Prende la matassa della storia di un'azienda e la stende in un filo diretto che va da quella azienda alle mani del lettore. Perché prima di tutto la scrittura deve avere uno stato civile: deve presentarsi agli occhi delle persone in condizioni di chiarezza. Deve avere un’origine, quella della lingua madre. Deve avere una cittadinanza, quella delle parole vive.
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