Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

Meritocrazia, come scegliere un imprenditore

L'incapacità del nostro Paese di amplificare attitudini e potenzialità. La nuova filosofia di pensiero dell'imprenditoria italiana
Meritocrazia, come scegliere un imprenditore
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La meritocrazia usata come unico metodo per scegliere gli imprenditori potrebbe rialzare la testa dell’economia italiana verso nuovi orizzonti di mercato. La storia dell’imprenditoria del Paese è composta principalmente di poche famiglie, le quali continuano a tramandare ai loro figli la dinastia blasonata di imprenditori. Le nuove intelligenze di imprenditori sono ostacolate a entrare nella ristretta cerchia, diventata un salotto per pochi intimi. L’ascensore sociale – problema non imputabile solo all’imprenditoria – è fermo da più di cinquant’anni causando gravi danni ai diversi asset economici italiani. L’immobilismo non è certamente una risorsa da spendere a tutto campo nell’economia; servono persone dinamiche e appassionate, con uno spiccato intuito per prevenire disastri economici, invece di inseguirli maldestramente come è accaduto con la crisi internazionale del 2008.

Il cambio di mentalità verso un nuovo approccio decisamente innovativo può stravolgere il pensiero economico degli imprenditori solo mediante un generale rinnovamento. Le rivoluzioni economiche portano a conquistare i migliori benefici solo se c’è una buona dose di creatività, con la quale è possibile immaginare scenari sociali completamente diversi: c’è sicuramente molto spazio per altre interessanti soluzioni business.
Se aspiriamo ad avere quella giusta competizione, come è normale che accada nel settore economico, deve farsi strada la meritocrazia, introducendo valore aggiunto sulle decisioni squisitamente economiche; muoversi costantemente diventa un’azione strategica, al fine di dare risposte concrete alle esigenze della nuova società. Questo innovativo approccio economico, prima ancora che culturale, deve essere caldamente promosso e valorizzato nel XXI secolo dove la globalizzazione sta conquistando asset strategici di mercato: il merito può essere un elemento da spendere con astuzia e intelligenza. Il leader deve avere la capacità di guadagnare la stima e la fiducia con la propria intelligenza, senza dover necessariamente frequentare i salotti giusti e le persone di una ristretta cerchia.

Nel XXI secolo stiamo vivendo un periodo florido perché decisamente post-ideologico nel quale la politica non può albergare in modo prepotente ed eccessivo nelle stanze degli imprenditori. Non c’è altro tempo da perdere. Servono giovani imprenditori preparati con innovazioni da proporre: è il momento opportuno per mettere in campo una drastica rivoluzione.
La crescente sfida economica chiama a raccolta tutti gli economisti perché è urgente mettere al centro anche la dignità e il valore della persona, evitando esasperati profitti derivanti da indisturbate speculazioni, come già accaduto nel recente passato. La rivoluzione economica deve conferire una maggiore dignità a un Paese per adeguare comportamenti e regole destinate al bene della collettività. Il nuovo imprenditore deve tenere bene presente queste esigenze per evitare la scellerata rincorsa al rigore, servito soltanto per sistemare i dissesti finanziari, tralasciando provvedimenti ad hoc a beneficio della ripresa economica.

«Una particolare attenzione alle risorse umane, una decisa intraprendenza e una forte propensione al cambiamento sono i requisiti necessari di cui deve essere in possesso un valido imprenditore», commenta Fabio De Felice, professore presso il Dipartimento di Ingegneria Civile e Meccanica dell’Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale, dove è titolare dei corsi di Project Management e di Impianti Industriali. La determinazione nel prendere decisioni e operare scelte conseguenti proviene da una buona preparazione economica, senza la quale un imprenditore non riesce a competere sul mercato internazionale. La storia dell’imprenditoria italiana è eccessivamente concentrata solo su poche famiglie che riescono a influenzare il mercato. Questa anomalia penalizza fortemente la meritocrazia ed è una correzione da apportare nel breve periodo. Non c’è alcun dubbio che una nuova filosofia economica possa interpretare in modo adeguato i bisogni della società in costante evoluzione; gli aggiornamenti dei vari processi produttivi sono all’ordine del giorno.

«La risoluzione al “problema” sarebbe semplice se solo si lavorasse – sostiene Fabio De Felice – managerialmente (sia a livello normativo, offrendo opportune piattaforme per chi vuole fare impresa e crescere, sia a livello universitario e formativo in genere) sulle nuove generazioni che non devono accontentarsi dello status quo, ma immaginare di poter essere capaci di creare impresa e creare quindi valore. Sarebbe sufficiente dare la possibilità a coloro che hanno i requisiti necessari». La buona armonia economica suggerisce una varietà dei soggetti nel settore imprenditoriale. La nuova intelligenza proveniente dai giovani preparati può arrecare quella giusta linfa vitale all’economia italiana. Questa situazione si riscontra in diversi asset economici a danno della ricchezza di uno Stato, senza considerare la grande porzione delle intelligenze sacrificate in modo totalmente sbagliato.

«Ritengo che il nostro Paese – incalza Fabio De Felice – non offra le condizioni favorevoli perché coloro i quali hanno potenzialità e volontà possano innervarsi nel sistema imprenditoriale. La sensazione di non riuscire a cambiare le dinamiche non è tanto legata alle scarse capacità di nuovi potenziali manager o imprenditori, ma alla incapacità del nostro Paese di amplificare attitudini e potenzialità degli stessi. Una sorta di resistenza al cambiamento ingiustificata ed autolesionista fondata su ostacoli di ogni tipo, dal fisco alla burocrazia imperante».

Per risolvere parzialmente questo problema italiano si potrebbe proporre una significativa soluzione choc. Gli imprenditori dovrebbero cambiare, ogni dieci anni, la propria area di impresa nella quale operano, per consentire un ricambio generazionale e conseguentemente di sistema. Questa è solo una provocazione che vuole offrire un parametro di riflessione accurato per ragionare sulle diverse occasioni da valorizzare, senza gettare miseramente le opportunità da intraprendere. «Non considero questa affermazione una provocazione – dichiara Fabio De Felice – ma un must dell’imprenditore moderno. Ho sempre pensato che il “cambiamento” sia alla base del successo delle imprese. Non darei un tempo entro il quale realizzare il cambiamento, ma spingerei sempre più perché questa attitudine, questa tensione, divenisse connaturata ai nuovi imprenditori o grandi manager. Di certo una tale azione ed un tale “gene” opportunamente introdotto nel nostro sistema, porterebbe un fortissimo rinnovamento ed una grandissima fiducia negli investitori che punterebbero non più soltanto sul “prodotto/servizio”, ma sulle capacità di fare impresa del nostro territorio del nostro sistema e dei nostri imprenditori. Di certo sarebbe un lunghissimo lavoro carsico che tuttavia, una volta emerso, produrrebbe cambiamenti non quantificabili».

L’economia italiana è ingessata in modo preoccupante sulle nicchie di mercato costituite dai famosi circuiti ben rappresentati dalle varie tipologie di card dove l’imprenditore si garantisce una clientela costante. Questo sistema squisitamente italiano, composto di piccole rendite di posizione, può ostacolare l’imprenditoria aggressiva, quindi la concorrenza che dovrebbe padroneggiare il mercato senza aspettare di subire le sue conseguenze negative. «Per il sistema Paese Italia – conclude Fabio De Felice – ritengo esiziale continuare a permanere e difendere il microcosmo che le imprese sono riuscite a creare. Di certo le imprese di cui sopra, hanno dato un fortissimo contributo nel fare dell’Italia il secondo Paese industrializzato d’Europa, ma senza un’attenta politica industriale tutti gli sforzi fatti dai nostri predecessori risulteranno vani; da qui a pochi anni saremo preda di imprenditori stranieri che hanno paradigmi culturali, assenza di sovrastrutture e modalità comportamentali completamente diverse da quelle nostre, aggrappate a retaggi e convinzioni oramai non più soltanto anacronistiche, ma addirittura controproducenti».

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Autore
Giornalista professionista, ha collaborato con diversi giornali nazionali tra i quali Paese Sera, Qui Roma, supplemento di cronaca romana de La Stampa; Plein Air, mensile di turismo; I Viaggi, supplemento de La Repubblica; Traveller, mensile della Condé Nast; Tuttolibri, supplemento de La Stampa; Famiglia Cristiana, Jesus. Crede nel turismo e nella cultura dei luoghi per riscoprire l'identità di una popolazione. È coautore de La fuga di Hamir, storia di un rifugiato politico, Libellula Edizioni 2012 e autore di Scrivere da giornalista, Libellula Edizioni 2012 e Sulla strada dell'enoturismo, Alter ego edizioni 2015. È interessato alle questioni sociali ed economiche rivolgendo una costante attenzione alla scommessa del XXI secolo: un maggiore incontro tra i popoli per una consapevole condivisione del pianeta. Che può tramutarsi in una grande ricchezza culturale ed economica.
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