Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

Non possiamo essere tutti i migliori del mondo

Intervista a Edoardo Nesi che racconta i tempi e le pause di un'Italia profondamente cambiata
nesi
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Edoardo Nesi, imprenditore, politico e scrittore Premio Strega nel 2011 con Storia della mia gente dedicato al mondo dell’industria tessile pratese, ci racconta come l’Italia degli anni ’70 riviva nelle pagine di Estate Infinita, il libro che ha appena pubblicato per Bompiani e da cui partiamo per capire i tempi, le pause e le riprese di un Paese profondamente cambiato.

Estate infinita è già un richiamo al tempo. Dove si è fermata l’Italia degli anni ’70 che lei racconta?

In questo libro non ho voluto creare un contatto col presente perché non intendo dire che non torneremo più a quel tempo, anche se lo penso, o che era un tempo raccomandabile sotto ogni punto di vista. Non vorrei far vivere come epilogo la storia di quella Italia. Sarebbe stato un errore se avessi posto il libro su quel piano e poi, in fondo, non avevo voglia di raccontare questo maledetto presente. Lascio a ognuno il proprio modo di vivere e di interpretare. Estate infinita traccia il momento della libertà d’impresa, la sensazione di vivere in un mondo che premiava il merito e la voglia di fare da parte di tutti, senza limiti.

Uno dei suoi personaggi parla di “un capannone da far invidia ai milanesi”. A chi guardano oggi gli imprenditori italiani per ispirarsi a un modello almeno apparentemente vincente?

In quegli anni c’era la convinzione che a Milano le cose si facessero con la stessa voglia che altrove ma con una maggiore velocità che alla fine voleva dire miglior risultato. Parlo di velocità intesa come frenesia e puntualità. Oggi non so a chi si possa guardare, i modelli sono saltati e tocca guardare più a se stessi.
La moda purtroppo si è livellata, gli scandali di Zara e H&M ci rimandano di loro un’idea di modelli assolutamente perdenti ma per fortuna si sta muovendo un filone di profonda consapevolezza. Per me sarebbe stato impensabile fare moda sapendo che le persone l’avrebbero buttata dopo appena sei mesi. Di fondo abbiamo perso anche il concetto di coerenza.
Col tempo cambiano anche le parole che usiamo nel parlare di lavoro. La parola fabbrica ha ancora un valore?

La fabbrica è uno spazio strettamente legato alla magia se pensiamo che una materia, prima bruta, diventa poi un oggetto. Nella fabbrica l’arte diventa realtà, è il meccanismo antichissimo e glorioso – tutto italiano – capace di trasformare l’inanimato in anima e di per se’ è straordinario perché richiede l’impegno di tante persone. Il rischio è che finiremo per perderlo se nella vita vanno avanti solo i più bravi – di per se’ è un principio giusto – ma in questo modo la società non fa quel salto in avanti che aveva trasformato gli anni ‘70. Quarant’anni fa andavano avanti anche quelli che oggi definiamo mediocri ma che erano i più volenterosi. I Farinetti o i Della Valle sono bravi, molto bravi, ma alla fine non sono esempi replicabili.
Dieci anni fa mi capitò di intervistare Luciano Benetton per il Corriere della sera, era interessato a conoscere Prato ma si presentava con una modalità simile a quella che trovai anche in Stefanel: si comportavano da dominus e tutti gli altri per loro erano sudditi. La mia idea, invece, è sempre stata quella di un’impresa diffusa, mai dominante.
Quando nella nostra azienda di famiglia i consulenti della Bocconi venivano a dirci cosa fare per poterci ingrandire, invitandoci a togliere di mezzo i little man – cioè i rappresentanti – non appena tornavo in azienda ne vedevo l’errore. Il bello della manifattura pratese, e non solo pratese, era la capacità delle piccole aziende di garantire una qualità altissima e di essere sempre un vantaggio, mai una perdita. Ancora oggi si tende a ricercare il manager migliore ma chi sono alla fine questi manager che non sanno nulla delle realtà che gestiscono? Molto spesso il lavoro si faceva con le intuizioni di tutti, anche degli operai. O capisci che il sistema è frazionato e che se lo sai guidare bene si realizza da solo oppure sei fuori.

Anche gli uomini instancabili degli anni ’70, quei mariti e padri che spendevano giorno e notte in azienda, sembrano essersi fermati. Chi sono oggi?

Credo che gli imprenditori oggi settantenni si sentano sperduti. Chi li ha sostituiti, solitamente i figli, se ora hanno 40 anni vivono nel ricordo del genitore al lavoro ma se cercano di replicare quel modello non ci riescono più, è impossibile. Oggi è tutto più difficile perché ci chiedono di essere sempre i migliori del mondo quando invece dovremmo solo ricominciare ad essere tutti più normali.

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Autore
Giornalista con il debole per le relazioni e le persone. Laureata in giurisprudenza, è responsabile della comunicazione in una grande azienda del settore ambiente dove da anni sviluppa anche progetti di green marketing ed educazione sostenibile. Lunghe collaborazioni, dal 2005, con Il Sole 24 Ore, Corriere Vinicolo e Artù dove tratta da sempre i temi del settore food&wine sia sotto il profilo economico che di prodotto. Sommelier FISAR.
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