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Quindicinale, Numero 63 – 8 aprile 2018

Non solo Pil. Gli Stati a lezione di mindfulness

Il benessere guida la politica economica: svolta o illusione?
parlamentari europei con mano alzata: non di solo Pil vive l'uomo
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“La misura sbagliata delle nostre vite”: era il 2008 quando la commissione Stiglitz-Sen-Fitoussi (tre economisti, di cui due premi Nobel) mise per la prima volta in discussione l’adeguatezza del Pil, al secolo Prodotto Interno Lordo, per misurare il rendimento economico e il progresso sociale di un Paese.

Negli ultimi dieci anni si è andata affermando la consapevolezza che oltre al Pil c’è di più: da quella intuizione si è sviluppata una disciplina, la happiness economics, che studia le condizioni di base che contribuiscono a qualificare una “buona vita”. Secondo questo filone, il concetto di benessere materiale deve essere archiviato e sostituito da una idea multidisciplinare di “star bene”: ogni generazione dovrebbe assumere l’impegno di consegnare a quella successiva una quantità di capitale (da intendersi in senso lato: economico, ma ancor di più umano, sociale e ambientale) almeno equivalente, se non superiore, a quella precedente.

Dall’efficacia con cui si concretizza questo passaggio di testimone deriverebbero la crescita e lo sviluppo nel lungo periodo di una economia e di una società.

L’Italia oltre il Pil: il capitale di benessere

In questo campo siamo stati, per una volta, pionieri. E non potrebbe essere altrimenti per un Paese che ha esportato in tutto il mondo l’immagine dell’arte, della storia, della cultura, del design, delle eccellenze, del buon cibo.

Con l’approvazione del Documento di Economia e Finanza (Def) dello scorso anno, l’Italia è stata il primo Paese al mondo ad attribuire alla qualità della vita delle persone un ruolo fondamentale nell’attuazione delle politiche pubbliche, agganciando gli indicatori di benessere equo e sostenibile alla programmazione economica e agli obiettivi di bilancio. Più nel dettaglio, nella sperimentazione del 2017 il governo aveva preso impegno a diminuire le disuguaglianze nelle condizioni economiche delle famiglie, a rendere più inclusivo il mercato del lavoro e a ridurre le emissioni inquinanti nell’ambiente.

Un segnale importante, almeno in termini di orientamento e di attenzione al miglioramento delle condizioni di vita dei cittadini. Intenzioni encomiabili, a patto che il tutto non si esaurisca in un manifesto tanto ambizioso nella forma quanto vuoto nei contenuti. Come fanno pensare le criticità sollevate dai tecnici: secondo l’Istituto Nazionale di Statistica, che produce l’informazione alla base di queste valutazioni, gli indicatori relativi alle diverse dimensioni del benessere non sono disponibili con la medesima tempestività di quelli economico-finanziari, e soprattutto mancano strumenti di previsione adeguati a misurare l’impatto degli interventi nei diversi ambiti.

Stare peggio per provare a stare meglio

Le conseguenze della recessione e una abitudine a performance economiche tipicamente scadenti hanno fatto sì che nel nostro Paese maturasse una sensibilità sul tema più pronunciata rispetto alle altre grandi economie europee, al punto da farne un benchmark di riferimento per l’agenda politica. Come la saggezza popolare suggerisce, i soldi da soli non fanno la felicità: si è riconosciuto che la salvaguardia dell’ambiente e la sostenibilità dello sviluppo, l’equità sociale, la qualità del lavoro, la parità di genere, la salute e il livello di istruzione della popolazione concorrono in maniera decisiva al benessere della società.

Il nuovo anno potrebbe addirittura portare in dote un ulteriore ampliamento degli ambiti di cui tenere conto nei processi decisionali pubblici. Stando ai lavori della Commissione che in queste settimane ha licenziato una proposta da sottoporre al Parlamento, il numero di obiettivi da inserire nei documenti di programmazione economica potrebbe passare dai 4 introdotti lo scorso anno ai 12 del 2018.

È sufficiente scorrere l’elenco per capire quanto incisivo sia il cambio di passo rispetto all’impostazione del passato: il reddito medio, la disuguaglianza delle condizioni economiche, la povertà, la speranza di vita alla nascita, l’eccesso di peso, l’uscita precoce dal sistema di istruzione e formazione, la mancata partecipazione al mercato del lavoro, il rapporto tra tasso di occupazione delle donne con figli e quelle senza figli, la criminalità, l’efficienza della giustizia civile, le emissioni di CO2 e di altri gas alteranti, l’abusivismo edilizio.

In Italia si vive così bene?

Negli ultimi anni si sono susseguiti svariati tentativi di analisi finalizzati a misurare la qualità della vita nei diversi Paesi, a partire da autorevoli organizzazioni internazionali (Nazioni Unite, OCSE, Commissione Europea). L’ultimo dossier disponibile, redatto da Eurostat, include un mix di misurazioni quantitative e valutazioni qualitative: condizioni di vita materiali, attività lavorativa principale, salute, istruzione, relazioni sociali e tempo libero, sicurezza economica e personale, governance e diritti di base, ambiente, soddisfazione per la vita.

Il quadro tratteggiato per l’Italia è quello dello studente che non si impegna: un Paese con enormi potenzialità inespresse, che si trova a rincorrere faticosamente i primi della classe (punteggi sotto la media per tutte le dimensioni, a eccezione del benessere fisico e di alcune statistiche relative alle relazioni sociali e al tempo libero), con un fortissimo deficit di tipo generazionale (gli under 35 lamentano un livello di gradimento della propria condizione che risulta più elevato solo in confronto a Grecia, Bulgaria e Ungheria).

D’altro canto, il lavoro dell’Ocse (Better Life Initiative e Measuring Well-Being and Progress) restituisce valutazioni di grande interesse dal punto di vista territoriale, a confermare che il nostro Paese è un puzzle complicatissimo: da una parte, le Regioni settentrionali mostrano performance paragonabili a quelle delle aree europee più avanzate (e in particolare quelle tedesche: Baviera, Westfalia, Baden-Württemberg), mentre quelle del Sud stazionano in coda a tutte le graduatorie, anche peggio dei tanto vituperati Paesi dell’Est. Tutto questo va a impattare sul grado di felicità percepito: su una scala da 0 a 10, le persone residenti nelle Regioni settentrionali e del Centro dichiarano un giudizio di soddisfazione per la propria vita pari rispettivamente a 7,2 e 7, mentre al Sud la valutazione delle condizioni di base resta sufficiente ma pur sempre meno lusinghiera (6,8).

Se queste sono le premesse, è sacrosanto adottare nuovi criteri. Sarà una svolta autentica o solo una affascinante illusione?

 

Photo by European Parliament [CC BY-NC-ND 2.0] via Flickr

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Autore
Economista, lavora dal 2010 in REF Ricerche dove si occupa di analisi microeconomica dei mercati e di consumi delle famiglie. Laureato in Economia presso l'Università degli studi di Torino, ha conseguito il Master in Marketing e Comunicazione digitale della 24ore Business School. Giornalista pubblicista, scrive per Il Sole24ore ed è autore della rubrica Itinerari per la rivista InStore. E' direttore scientifico dei Dialoghi Eula, festival sulla buona politica che ha ideato nel 2014. Tecno-dipendente e libro-dipendente.
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