Quindicinale, Numero 53 - 15 settembre 2017

La zattera 4.0 per l’Italia

Onorevole Calenda, vada a vedere cosa succede a Bolzano dove non esiste burocrazia
Onorevole Calenda greca, vada a scuola in quel di Pouzen
Shares

L’antitodo alla criptonite verde (quel micidiale mix di tasse su lavoro e burocrazia) che impedisce alle startup italiane Internet of Things di volare ha tre nomi: Bozen (in Tedesco), balsan (in Ladino), Pouzen (in dialetto sudtirolese).

Questo minimo segreto industriale non me l’hanno insegnato gli amici del Bar del Giambellino, ma l’ingegner Andrea Rinaldo, Ceo di Xmetrics, una delle startup più brillanti del nostro mercato IoT, che ha ideato un kit per memorizzare le bracciate dei nuotatori olimpici, trasformandole in dati preziosi da vendere alle associazioni sportive e ai comitati di rilievo internazionale. Secondo Rinaldo: «In Italia è davvero un’impresa fare impresa, a meno di non portare l’ufficio e tutto il personale nella magnifica città di Bolzano (ma Trento va bene lo stesso), che fa parte di una Regione a statuto speciale. Qui i soldi ci sono e la burocrazia è assente. Xmetrics ha assunto dodici persone, di cui sette ingegneri e analisti di dati, ma la nostra sede non è a Bolzano, purtroppo. Se fossimo lì, oltre all’aria che sa di neve, si avrebbero generosi finanziamenti e i collaboratori avrebbero costo zero, poiché questo costo-investimento verrebbe finanziato dalla PA locale. I soldi per lavorare in Italia non ci sono e l’accesso al credito nazionale ed europeo è una porta stretta, un percorso complicato, costoso, scoraggiante, frustrante per noi giovani imprenditori IoT».

Dal mercato delle giovani startup IoT si leva un’altra voce, quella di Carlo Brianza, ex ingegnere della Nokia, che si è reinventato come imprenditore IoT dopo il crollo del gigante finlandese e prima di finire nel parcheggio degli esodati aperto dalla micidiale Fornero Law. «Con la mia aziendina, La Comanda, che produce oggetti connessi – compreso l’ormai famoso pulsante Click’n Pizza, per fare ordini automatici di menu di pizze personalizzate – ho assunto due persone. Per crescere, avrei bisogno di assumerne altre due già domani ma non possiamo permettercelo. Gli oneri previdenziali che paghiamo sono equivalenti allo stipendio netto che i miei collaboratori percepiscono. Socio al 50% è lo Stato», commenta Brianza.

Ma dove prendono le startup i primi soldi per fare un decoroso piano di roll out? «In Italia i soldi alle startup arrivano con il contagocce – prosegue Brianza – da parte degli investitori privati (Business Angel) oppure istituzionali (Venture Capital, fondi e via dicendo). Investire soldi di altri significa puntare a rendimenti certi e, per questa ragione, sarebbe necessario l’intervento del Ministero dello Sviluppo Economico, come accade in Germania e in UK». A questo proposito, commenta Rinaldo: «Nel 2015 Xmetrics è andata a credito d’IVA per 120.000 euro, che lo Stato restituisce l’anno dopo ma ci si deve arrivare vivo all’anno dopo: tirando il collo, sera dopo sera. Allora chiedo ai politici che hanno in mano la leva delle leggi: perché quella cifra non me la riaccreditare subito, dandomi ossigeno per correre avanti, assumere, investire in ricerca e sviluppo?».

Secondo Alessandro Longo, direttore della rivista online Agenda Digitale: «Il piano del Governo ha buone ambizioni, ma per ora è tutto sulla carta, e oggi siamo ad una svolta, quella della prova economica. Così, la domanda che tutti ci facciamo, non senza un brivido nella schiena, è: la nostre PMI – piccole e culturalmente arretrate – riusciranno a salire sulla zattera dell’economia 4.0, che potrebbe essere l’ultima salvezza prima di un irrecuperabile declino industriale del nostro Paese?».
Intanto, i politici Stanno a guardare? (Come le stelle sopra le cupe miniere di Newcastle descritte nel romanzo Archibald Joseph Cronin del 1935).

Mentre il Governo tedesco e quello della Gran Bretagna pre-Brexit hanno già messo in moto finanziamenti sostanziosi per l’obiettivo 4.0 del 2020. I fondi sbloccati dall’Europa per l’Italia: 862 milioni regionali e 338,5 nazionale (periodo 2014-2020) di cui 97 per Governance e capacità istituzionale, 151,9 per le Città Metropolitane, 91 per il piano Legalità. Crescita Digitale conta su 700 milioni (tra Scuola, Infrastruttura e Reti, Cultura e sviluppo).
Il nostro ministro per lo Sviluppo Economico Carlo Calenda (sui social media, nick name Calenda Greca, per la lentezza al suo esordio nella singolar tenzone contro il “burosauro” nazionale) ha inserito nella legge di Bilancio il cosiddetto Piano Nazionale Industria 4.0. Dopo il termine Bozen, nella nuova grammatica dell’economia IoT, irrompe un’altra espressione alla moda: Digital Density. È un po’ come la densità demografica, il numero delle persone che popolano una tal zona, che differisce assai tra Shanghai e le radure di Avezzano, dove pur nascono patate di eccellenza. E come reagisce l’Italia sotto la lente di questo nuovo indicatore? Male, anzi malissimo. Il Desi (Digital Economy and Society Index) ci colloca al 25° posto tra 29 paesi, siamo quindi quart’ultimi, On. Calenda Greca. A difesa dell’ultimo esecutivo interviene, invece, Alessandro Perego, direttore scientifico degli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano: «Vediamo gravi ritardi da recuperare, perché la situazione del nostro mercato non si può ribaltare in poco tempo, dopo anni di investimenti assenti. Ci sono per fortuna vari elementi che fanno prevedere una svolta nel 2017». Il piano di crescita digitale del Governo (complessivamente 4,6 miliardi) prevede voci rilevanti: WiFi in tutti gli Uffici Pubblici: 1,4 miliardi; Sanità Digitale su cui, sul fronte privato, sono impegnate parecchie multinazionali tedesche e americane: 740 milioni. Razionalizzazione del piano informatico pubblico: 650 milioni.

Come si dice in gergo, tutto questo dovrà “scaricare a terra” quella necessaria energia per dare all’Italia un’ultima chance, quella zattera IoT (basterà?) di cui parlavamo sopra. Perdendo quest’ultima occasione saremo ancora più privi di competività e il sistema-Paese si ritroverà svuotato, calato in un nuovo Medio Evo i cui segnali già oggi non sono difficili da trovare. Eccone alcuni: prendete il treno Milano – Torino e provate a lavorare connessi alla Rete: impazzirete. Andate in Puglia a parlare coi giovani studenti, che pagano per ricevere la banda larga e vengono serviti con linee da terzo mondo.
Un’ultima osservazione: se l’economia 4.0 significa l’avvento di grandi piattaforme straniere tipo Foodora (tedesca) e Deliveroo (inglese), che moltiplicano le consegne dei ristoranti take-away mandando per strada nuove “api operaie” pagate pochissimi euro l’ora, ripensiamo il tutto. Il sogno della digitalizzazione, nelle sue varie promesse, prevedeva libertà, ricchezza, sogni per tutti. Non una forma di nuova schiavitù montata sulle due ruote.

 

(Photo credits: www.imgmarine.com)

Shares

Tags: , , ,



Autore
Gabriele Di Matteo, giornalista professionista, anchorman, video influencer, ha raccontato negli ultimi 20 anni la rivoluzione digitale, che ha cambiato radicalmente il modo di lavorare. Lo ha fatto sulla carta stampata: La Repubblica Affari&Finanza, Il Sole 24 Ore della Domenica. In televisione: Raitre, Rainews24, Telelombardia, 7GOLD. Sul Web: il Blog personale dimatteogabriele.com i social media, il canale Youtube "TECH AND THE CITY", il Format Web "100 Gadget selezionati da GDM" per ItaliaOnline. Nel mondo reale tiene Lectures e Seminar presso aziende e/o facoltà. Tra le sue passioni: bicicletta, cinema, Cina, NYC.
Commenta questo articolo