Campagna coltivata a pomodoro

“Passato” prossimo: se la polpa di pomodoro strozza il futuro

Dai campi ai supermercati tra schiene curve, passacarte e gioco d'azzardo. Viaggio nella campagna del pomodoro. Appello a Salvini: "Lascia stare la legge".

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Le storie italiane hanno un copione definito, nei ruoli indefiniti: i cattivi lo sono a metà, i responsabili a stagioni alterne. La somma dei due è un sistema che strozza i piccoli, premia i passacarte e illude i destinatari finali, i consumatori. Vale per l’industria, vale per l’agricoltura.

 

Terra rossa e favonio, aspettando la schizofrenia

È rossa la terra di Puglia, che accumula caldo e sospende i pensieri. Nella mente solo una data, simbolica: il 15 settembre. È il termine in cui, giorno più, giorno meno, i giochi saranno fatti. Per sei mesi niente più favonio nei campi, nessun vento caldo fratello dello scirocco a segnare punti rossi su una terra che ha atteso il sole e ne ha restituito i figli sotto forma dei frutti più equivocati: i pomodori. All’anagrafe frutta con semi, nella vita giornaliera “ortaggio” indispensabile. “Sarà una campagna lunga e con meno prodotto”, raccontano. Ma la schizofrenia da raccolto ha solamente mosso i primi passi.

 

Il sottocosto non è un’operazione di buon cuore

L’estate così sfuma in aria da battaglia, aspettando di ritrovarsi sugli scaffali dei supermercati a inseguire barattoli di latta a 40 centesimi per “succo e polpa solo da pomodori italiani”. “Se uno compra una passata a 39 centesimi, deve sapere che sta mangiando un prodotto di scarsa qualità, che ha un sottocosto. Questo sottocosto non lo sta pagando la grande distribuzione perché è di buon cuore, ma lo fa pagare agli agricoltori. Saper dare valore al prodotto è il primo punto”.

Fabio Ciconte è direttore di Terra! Onlus, associazione “ambientalista, radicale, con un approccio globale dell’azione locale”. È, soprattutto, anima di #filierasporca, che promuove la trasparenza delle filiere agroalimentari e che ha redatto negli ultimi quattro anni due rapporti dettagliati sulla filiera delle arance e dei pomodori.

“Ci sembrava strano – prosegue – che sui giornali e sulle tv si parlasse esclusivamente dei campi e delle persone sfruttate, ma non si parlasse mai del prodotto e di dove questo andasse a finire. Così a un certo punto abbiamo pensato: facciamo noi le inchieste, ricostruiamo noi le filiere. Abbiamo visto che all’interno ci sono degli elementi distorsivi che fanno sì che si generi il caporalato”.

 

Uomo bianco, uomo nero: la catena che strozza entrambi

Così una storia di sfruttamento diventa storia italiana, e “l’uomo nero” chino sui campi serve a nascondere il resto del sistema: uomini bianchi molto sudati, gli agricoltori, strozzati da uomini bianchi meno sudati, gli intermediari, che vendono a uomini in giacca e cravatta con l’aria condizionata, che poi piazzano la passata di pomodoro ai figli degli uomini neri e degli uomini bianchi, che al supermercato cercano l’offerta, sostenendo, loro malgrado, un sistema perverso.

Conseguenza, lo sfruttamento del “gran ghetto di Rignano”: duemila migranti soffocati da caldo, fatica, incendio e morti, diventa feticcio comunicativo per un sistema che guarda ad altro. Alla meccanizzazione della raccolta per esempio, se la manodopera nei campi è sempre minore: “Quest’anno siamo attorno al 95% di macchine nei campi”, dice Ciconte. Più macchine, meno mani, stesso sfruttamento nella filiera.

 

Il “nemico” numero uno: l’asta online a doppio ribasso

Madre di tutte le storture in agricoltura è l’asta online a doppio ribasso. Alla base c’è la vendita del prodotto trasformato a private label, cioè con il marchio delle catene di supermercati. È lo stesso rapporto di #filierasporca a spiegarne il funzionamento: la grande distribuzione organizzata (GDO) convoca per email una prima asta tra gli industriali produttori di passate e salse di pomodoro. Viene fatta una proposta, ad esempio un milione di barattoli di passata, e si richiede un’offerta di prezzo. Gli industriali hanno una ventina di giorni di tempo per presentarla. Raccolte le proposte, lo stesso committente convoca una seconda asta online, la cui base di partenza è l’offerta più bassa. Vince il prezzo più basso nel minor tempo: il tutto si svolge nel giro di un paio di ore.

Conseguenza, una giocata d’azzardo senza cuori e picche, ma con i semi dei pomodori e la schiena degli agricoltori. Sia per la rapidità, due ore appunto, sia per il fatto di “vendere allo scoperto” (le aste avvengono in primavera); a prezzo finito tutto ricade sui trasformatori, che scaricano sugli agricoltori.

 

Produttori e passacarte: sfrecciano i camion

Qui avviene la seconda stortura: gli agricoltori, fornitori di materia prima, sono in molti casi diversi da coloro che vendono agli industriali, i trasformatori. Cioè il frutto coltivato in Puglia da un uomo molto sudato viene venduto a uomo meno sudato che si trova spesso in Campania. Questo perché storicamente il pomodoro pugliese nasce come “terra per i campani” in altra zona. Il continuo via vai di camion carichi di pomodori ne è solo l’effetto da uomo della strada.

Così il trasformatore nella gran parte dei casi strozza gli agricoltori, incassa i contributi dell’Unione europea, facendo da passacarte, e non si assume il rischio d’impresa, mantenendo il contatto con gli industriali secondo un meccanismo per cui per vendere alla grande distribuzione è necessario andare a bussare alle porte di Scafati, Campania, dove ci sono le imprese di trasformazione.

 

L’appello a Salvini: “Lascia stare la legge, blocca le aste”

Il copione della storia italiana vuole ovviamente altri elementi: una legge sul caporalato, la 199 del 2016, approvata e già contestata da una politica fatta per annunci – il vice premier Matteo Salvini e il ministro all’agricoltura Gian Marco Centinaio – per uno Stato che spende tanto e guadagna poco: 50.000 finti braccianti, registrati come operatori nei campi per aver lavorato molto meno di quanto richiesto per legge per accedere alla disoccupazione: 102 giornate. La sostanza sono 400 milioni di euro “persi” di sana pianta. L’Inps e gli italiani ringraziano.

È il meccanismo della “dichiarazione di manodopera agricola”, che funziona a posteriori. Se ci sono stati controlli vengono conteggiate le giornate lavorative, altrimenti il produttore non paga il lavoratore, che resta a casa e a fine campagna incassa lo stato di disoccupazione, con una piccola tassa per il “disturbo” al datore di lavoro/produttore.

L’appello di Ciconte a Salvini dunque è diretto: “Lascia stare la legge sul caporalato, anche perché è una legge giovane e ha dei tempi tecnici. Concentrati sulle filiere alimentari: ad esempio blocca per legge le aste a doppio ribasso”.

Nella forma è stata anche presentata una lettera indirizzata a tutti i parlamentari, firmata da Terra! Onlus, Don Luigi Ciotti, Amnesty Italia, Cgil e altri soggetti per non indebolire la legge sul caporalato. Nell’attesa della risposta da parte dei partiti di governo, i proponenti sorridono: “Siamo pazienti”.

 

L’etichetta narrante: che cosa compri, chi sostieni

Nel cerchio che si chiude, che abbia la forma del pomodoro tondo o lungo, si torna alla busta della spesa. “La grande distribuzione è molto attenta al consumatore”, chiosa Fabio Ciconte. “Pensate a tutte le campagne sull’olio di palma, i prodotti senza glutine o Ogm”. Quindi “se la grande distribuzione è molto presente sui social, ed è attenta, allora è importante far emergere una voce unica da parte dei consumatori che chiedono la trasparenza delle filiere”.

È la battaglia dell’etichetta narrante, portata avanti da #filierasporca: “Deve dire chi sono i fornitori, e chi guadagna cosa. Se è tutto legale (le aste on line non sono vietate per legge, N.d.R.) perché non può essere reso pubblico? In questo modo tante sacche di illegalità scomparirebbero”.

Sarebbe, nella sintesi, la “cronaca della terra” che nella catena della fatica, che è sudore, riconosca allo stesso modo l’uomo sudato nel campo e quello con il condizionatore da ufficio. Servirebbe a dire ai rispettivi figli, e a quelli dell’uomo nero, che cosa comprano, chi sostengono.

 

Foto: campagna in Puglia, Massimo Sestini.

Giornalista, reporter freelance di guerra. Ha lavorato per giornali, radio e tv, in Italia e in Spagna. Prima Il Messaggero, poi El Diario de Sevilla, quindi E’ tv- Rete 7, dove ha realizzato anche servizi per Mediaset e La7. Da freelance ha curato un documentario sul genocidio degli armeni, di prossima uscita, facendo da corrispondente per La Presse a Yerevan. Ha realizzato un reportage in Iraq al confine delle zone controllate dall’Isis. Dopo una laurea in Scienze della Comunicazione, un Master in Risorse turistiche e marketing del territorio a Unimc, si è occupato di enogastronomia collaborando con Carlo Cambi a Il Gambero Rozzo, Newton Compton editore. Musicomane, scrive canzoni, canta, tormenta il basso. Con la sua band i Secret Sight ha suonato nei locali di tutta Italia, isole comprese, e in Svizzera. [ Guarda tutti gli articoli ]

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