Quindicinale n.43, 14 febbraio 2017

“Pedalare, prego”: la marcia eterna dei precari

Il caso del film "In bici senza sella" e la malattia della precarietà
"Pedalare, prego": la marcia eterna dei precari
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Cucciolé, firma cor marchio”. L’invito del capo a lasciare il segno su un muro è manifestazione di identità. Controllo del territorio. Sulle pareti sbiadite la lettera prende i contorni di un’asta che si chiude come una porta in prospettiva. È una grande P a dire che di lì sono passati i Precari della notte. Una banda armata di panini in un viaggio vorticoso nella notte di Roma, come la New York del ‘79 di Walter Hill e i Guerrieri della notte

Solo che qui le tribù urbane (dirette da Sole Tonnini e Gianluca Mangiasciutti) non seminano violenza ma irriverente disperazione. Nel viaggio on the road partito dalla Metropolitana s’incontrano altre bande: gruppi che agitano chiavi inglesi in tuta blu. Sono i terribili cassaintegrati anni ‘70, con spalle coperte e sindacalizzazione collettiva. Poi i lavoratori in nero, costretti alla ritirata per uno svuota hangar. L’obiettivo per i Precari è uno: l’Inps e l’indennità di disoccupazione. Il viaggio notturno serve a bruciare i tempi per fare domanda e farsi trovare al posto giusto, al momento giusto. E poco conta che il giorno della convocazione sia un altro.

È la dimostrazione di presenza a dare il senso al racconto: poche spese, 900 euro per girare questo episodio, una fotocamera reflex alla portata (quasi) di tutti e un gruppo di registi e attori che si fanno beffe di ogni produzione elefantiaca per proporre infiniti, possibili, esercizi di sopravvivenza.

Ecco l’esperimento collettivo cinematografico del momento, In bici senza sella, produzione Tandem Film, distribuzione Zenit, nella sale dal 3 novembre. Un film di film, sei episodi, sette registi, nato da un’idea di Alessandro Giuggioli, attore volato a Londra e tornato, per «Mettere insieme a sorpresa – racconta – un gruppo di registi e attori talentuosi e poco conosciuti». Il tema che unisce le storie con esiti imprevedibili e trovate irriverenti è quello della precarietà e dell’ambizione al posto fisso come divinità universale sfuggente e piena di insidie.

Ne nasce un racconto grottesco e surreale, arrivato alle attenzioni del Guardian e del Financial Times, premio Miglior film al Toronto Independent Film Award, e che ha visto Colin Firth, memorabile protagonista da Oscar de Il discorso del re, nei panni di un aspirante candidato – precario pure lui –  del film, che chiede: «Come si va in bici senza sella?». «Si pedala – risponde Alessandro Giuggioli – in piedi, in salita, senza avere mai la sensazione di farcela». Così va anche per questa generazione che comunque non si è arresa ma non può sedersi, mai, assaporando la discesa dopo il muro di asfalto, con il vento ad accarezzare il volto ancora contratto – l’unico uso possibile di contratto – di fatica.  

Il film è esso stesso simbolo precario della realtà che racconta: costo totale 100 mila euro, in parte ricavati con il crowdfunding e per il resto sostenuto con una chiamata “alle armi” di società e studi di produzione che hanno messo a disposizione le attrezzature e le competenze necessarie. «Il crowdfunding – spiega Giuggioli – è servito anche a farci conoscere, a far crescere le donazioni». Come se in qualche modo il film avesse incontrato sulla sua strada padri sempre più numerosi e intenzionati a farlo diventare grande.

Così anche una macchina fotografica “della domenica”, la Canon 7D, «Ma non si vede», precisa il produttore, diventa mezzo per girare un episodio introspettivo e quasi muto, Il parassita, regia di Francesco Dafano, con lo stesso Alessandro Giuggioli nei panni del protagonista. Il ritratto di un rapporto simbiotico di chi, licenziato e sfrattato, agisce da parassita, per finire lui stesso nelle mire di un altro umano pronto a mangiargli pure l’aria non consumata.

È il senso di questo racconto dissacrante per immagini: la precarietà come «Malattia –  spiega Giuggioli – lavorativa, sentimentale, psicologica, affettiva». È condizione patologica perché il lavoro sognato e non trovato condiziona tutto, “compresi i rapporti di lunga durata». È la data di scadenza dello yogurt applicato come filtro costante ai rapporti, di qualunque natura. Così l’assunto – ora vocabolario degli influencer – di Khalil Gibran: “La vita non è una questione di come sopravvivere alla tempesta, ma di come danzare nella pioggia” diventa pungolo per lo stesso Giuggioli. «Sì, in una società liquida – aggiunge – bisogna essere elastici, e si può certo essere precari tutta la vita ma non c’è un sistema che rispecchi questa condizione». Insomma “viva il lavoro flessibile”, ma poi “anche per acquistare un cellulare” vengono richieste garanzie da posto fisso.

Come se ne esce, quindi? “Non arrendendosi,  coltivando la speranza, con studio e preparazione, che è un’arma ancora oggi”. È la trasposizione reale di quel che il film declina in assurdo. Curriculum vitae, terzo episodio, il protagonista, Francesco Di Bianco, laurea con 110 e lode e master, s’imbatte in un colloquio di lavoro con un selezionatore intriso di Pnl e fede da Silicon Valley, tutto in versione romanesca. Così alla vista del Cv e del candidato preparato chiede: «Ma quanti caxxo di master devi fare prima di lavorare? Questo è un curriculum di un 50 enne, bho. Mi piaci, ti amo, ma non ti assumo». E finisce con il protagonista sul tetto, disperato, a minacciare il suicidio chiedendosi: «Quanto valgo io?». «Seicento euro», la risposta del pubblico. Sono le offerte per lo spettacolo.

Per il film prospettive internazionali, «Rio, San Diego, Parigi Sorbona» dice Alessandro Giuggioli, impegnato come attore in uno spettacolo, ma già con la valigia in mano a seguire il lavoro all’estero.

In bici senza sella c’è soprattutto lui, che dopo 4 anni di pedalata ha accumulato fiato e recuperato entusiasmo. D’altronde la prospettiva è di lunga vita, eterna nell’episodio Santo Graal. Lo dice il protagonista: «Pensa tutta l’eternità a cercà lavoro».

 

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Autore
Giornalista, reporter freelance di guerra. Ha lavorato per giornali, radio e tv, in Italia e in Spagna. Prima Il Messaggero, poi El Diario de Sevilla, quindi E’ tv- Rete 7, dove ha realizzato anche servizi per Mediaset e La7. Da freelance ha curato un documentario sul genocidio degli armeni, di prossima uscita, facendo da corrispondente per La Presse a Yerevan. Ha realizzato un reportage in Iraq al confine delle zone controllate dall’Isis. Dopo una laurea in Scienze della Comunicazione, un Master in Risorse turistiche e marketing del territorio a Unimc, si è occupato di enogastronomia collaborando con Carlo Cambi a Il Gambero Rozzo, Newton Compton editore. Musicomane, scrive canzoni, canta, tormenta il basso. Con la sua band i Secret Sight ha suonato nei locali di tutta Italia, isole comprese, e in Svizzera.
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