Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

Per una Scienza del Bello che rinnovi l’economia

Nella dimensione tecnologica moderna, più che le informazioni contano le interconnessioni
Per una Scienza del Bello che rinnovi l'economia
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La Rivoluzione Digitale riporta la tecnologia in quella dimensione personale e sociale da cui era uscita con la rivoluzione industriale e sposta l’economia da un mondo di organizzazioni stabili (offerta) e masse omogenee di consumo (domanda), a reti fluide, in continua trasformazione.

La forte mobilità geografica, culturale e lavorativa contemporanea, indotta dalla rottura dei grandi silos settoriali e disciplinari, sta generando una nuova élite di nomadi, capaci di attraversare territori nuovi, di formare dei flussi di esploratori, impollinatori e cacciatori, e di gettare dei ponti tra i nodi privilegiati di conoscenza.
È una situazione completamente nuova alla quale gli ambienti istituzionali, legislativi e finanziari attuali, legati a un modello di società e di economia tradizionale, non rispondono.
Assistere e facilitare questi viaggiatori di un nuovo mondo fa parte di un’azione sistemica fondamentale per accelerare i cambiamenti e permettere l’innesco di quei processi cognitivi e collaborativi non prevedibili a priori che sono i veri generatori di ricchezza nella società della conoscenza (tutto il resto fa parte del loro fall-out). Nello stesso tempo è opportuno mantenere un ottimo sistema di relazioni con i protagonisti istituzionali e finanziari esistenti, in grado sia di rassicurarli, sia di non esserne inibiti o fagocitati. Un non facile equilibrio che induce a porsi in una prospettiva glocal, tale cioè da occupare uno spazio di mediazione tra i mondi locali e le reti globali: uno spazio non ancora occupato da modelli standard e ricco, come tutte le regioni di confine, di vitalità.
La creazione di ecosistemi glocal, iperluoghi o “porte”, in cui l’incontro e la co-creazione siano accelerati, può trovare forme attuative che concilino libertà di azione ed esplorazione, un rapporto vivo con la società e una radicale innovatività nei criteri di valutazione, con una partecipazione molto motivata della finanza e una convinta sinergia con le istituzioni pubbliche. Infatti, se questi nodi assumono il ruolo di incrementare la generazione di ricchezza, incanalano verso le pubbliche amministrazioni maggiori flussi di denaro e costituiscono un’interfaccia ideale e una grande opportunità per gli investitori finanziari.

Questa è la facies del nostro nodo glocal rivolta verso il vecchio mondo, verso una “crescita felice” misurabile con metri e strumenti disponibili. Nella sua dimensione “hyper”, dall’altra parte della porta, lo stesso nodo può andare oltre, fino a rappresentare un motore di metamorfosi sistemica capace di agire sulle singole persone e sui modelli valoriali.
Il senso di questa metamorfosi corrisponde a un mutato affacciarsi della realtà, che si manifesta con la crisi dei modelli predittivi su cui storicamente imprese, territori, istituzioni, banche centrali, si sono basate: questi modelli hanno bisogno di conoscenza delle condizioni iniziali, che non sono tutte conoscibili, né determinabili; si adottano perciò modelli semplificati, in cui è ragionevolmente possibile “chiudere il sistema” alla maggior parte degli agenti. Qualsiasi strategia efficace ha poggiato, da Sun Tzu a Giulio Cesare a von Clausewitz, proprio su una situazione di informazioni scarse, che permette importanti asimmetrie informative, oggi enormemente ridotte: gli agenti interessati a un certo posizionamento hanno le stesse informazioni, che portano nel caso delle imprese a una competizione basata sul basso costo senza innovazione e quindi all’insostenibilità ambientale, sociale ed economica.
In una condizione di informazioni abbondanti, ridurre le realtà a modelli semplici con cui pianificare obiettivi predeterminati è un modo di pensare e di agire che limita infinitamente il potenziale di cui si dispone e crea una situazione di rischio elevato e di ritorno modesto o negativo.
Una strategia non convenzionale poggia invece sulla consapevolezza che non le informazioni, ma le loro interpretazioni, le connessioni tra loro, i processi mentali che ne scaturiscono, nelle loro imperscrutabili novità e unicità, rappresentano i fattori che portano a essere dei first mover. Occorre misurare il valore non su singoli risultati, ma sulla fertilità del terreno di partenza, sulla ricchezza e sulla diversità dei suoi contenuti nascosti. La loro liberazione in forme espressive (pattern) rappresenta l’emersione di ordine dal caos; la bellezza di quest’ordine emergente dipende dalla ricchezza del caos, e dall’arte che ne riconosce le trame, le svela e le rappresenta. Per questo è lecito parlare di Economia della Bellezza: l’arte di rimanere vivi e di mantenere vivo il mondo, tra ordine e caos.
Non dobbiamo limitare le possibilità di emersione dell’improbabile, dobbiamo espanderle al massimo. Già oggi, le imprese dominanti allargano indefinitamente la partecipazione, connettono in modo imprevedibile quantità crescenti di agenti e di informazioni.
Mentre la disponibilità dei big data si avvicina velocemente, l’arte di trasformare questa grande sorgente in valore per le persone e il pianeta, la data science, sta appena muovendo i primi passi, è ancora balbettante e soprattutto rischia di nascere orfana, in un ambiente povero di cultura. È urgente quindi che una nuova Scienza del Bello, di cui ci siamo da lungo tempo volontariamente privati, adotti ora questa energia prorompente: se continuiamo a privarcene, a rimanere prigionieri dei nostri pregiudizi, delle nostre credenze, dei nostri schemi, schiacciati da necessità costruite da noi stessi (cattive e stupide divinità), assisteremo all’emersione di mostri, neppure immaginabili.
Se sapremo essere liberi e guarderemo oltre la porta senza paura, senza tabù, con curiosità e responsabilità, troveremo nuovi cammini da tracciare, un nuovo “spirito della frontiera”, in cui essere davvero vivi. Per questo la Scienza del Bello (kalou mathema) rappresenta, come l’antica kalokagathia, la premessa di ogni etica e di ogni nomos, compreso quello economico.

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Autore
Ingegnere, fin dall'inizio della sua attività si è dedicato a temi di frontiera riguardanti il rapporto tra tecnologia, economia e organizzazioni, partecipando a progetti di ricerca in vari paesi e sviluppando concetti e metodologie originali. Fondatore di TWG Consulting, ha guidato progetti di business transformation con Ciba, Nestlè, Pfizer, GE, Telecom Italia, Finmeccanica, Governo Russo). Ha scritto nel 1994 "ABM - Un nuovo sistema di governo dell'impresa", ristampato in 4 edizioni, e nel 2010 “Le Reti di Diotima – Società della conoscenza ed economia della bellezza”. È tra i fondatori di Diotima Society (www.diotimasociety.org). Collabora con diverse accademie tra cui Politecnico di Torino, Politecnico di Milano, Università di Genova, SDA Bocconi, Domus Academy, Copenhagen Business School, Parsons New School di New York, Hult di Londra. Membro dei “conclavi” di Dream:in (www.dreamin.in). Presidente di PDMA (www.pdma.org) per il Sud Europa. CEO di Natam, azienda di Knowledge Engineering.
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