Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

Perché la banca se ne va

Più vincoli o meno vincoli? Cosa c'è dietro il sistema finanziario
Perchè la banca se ne va
Shares

Recentemente le cronache hanno evidenziato come HSBC, la più grande banca retail del mondo, ha in programma un ampio numero di licenziamenti e il trasferimento di sede fuori dalla Gran Bretagna. La causa? L’eccessivo incremento di pressione fiscale e l’eccesso di regolamentazione. Di fronte a ciò, siamo portati immediatamente a reagire dicendo: ma solo le banche pretenderebbero di essere non regolamentate, di non pagare le tasse? Possibile che la lobby bancaria sia così potente? La verità sta nel mezzo, naturalmente.

A seguito della forte crisi finanziaria, in effetti, la spinta regolamentare nei confronti del sistema bancario e finanziario si è accentuata notevolmente, così come la pressione fiscale. Naturalmente, viste le difficoltà imposte dalla crisi agli operatori, la politica – in virtù di logiche redistributive – ha avuto buon gioco nell’introdurre atti e normative volti ad una maggiore contrizione dei margini di profitto di quel settore (quello finanziario) dal quale la crisi si è originata e che, agli occhi dell’opinione pubblica, ne è visto come il principale (se non unico) responsabile. Tuttavia, la verità è più complessa.

In primo luogo, è certamente vero che la crisi origina da una forte deregolamentazione del settore finanziario, iniziata dal 1999, quando fu abolita la netta separazione tra banca di investimento e banca retail. Oggi è come cercare di porre un rimedio a quell’errore iniziale, aumentando nuovamente la pressione regolamentare sul sistema bancario. Tuttavia, va rilevato che la ripresa della regolamentazione non è sempre attuata sui punti “nevralgici” del sistema bancario, focalizzandosi piuttosto sull’incremento generalizzato di pressione fiscale e su aspetti molto controversi, come ad esempio Basilea 3.

Uno dei punti assolutamente dirimenti riguarda la separazione tra portafoglio di proprietà e della clientela: una banca dovrebbe scegliere quale dei due gestire. Se sceglie di gestire quello dei clienti, dovrebbe appaltare presso terzi la gestione del suo portafoglio di proprietà. È su questo che si sono registrati nel recente passato una molteplicità di violazioni. E ancora: Basilea 3. La letteratura ha dimostrato le difficoltà di questo accordo nel fronteggiare rischi di insolvenza della clientela. Ma l’introduzione di tale schema regolamentare impone ampie ricapitalizzazioni, con annessi costi di gestione elevati. È chiaro che in un contesto del genere, le banche non trovano più profittevole il sistema attuale. Ora, i controlli e la regolamentazione non dovrebbero essere impiegati per deprimere il profitto o il “greed for return”, ma piuttosto per sanzionare pratiche fortemente scorrette, quali ad esempio i bonus eccessivi (ancora scarsamente regolamentati), i conflitti di interesse e il ripristino della separazione tra banche con diversi focus operativi (banche di investimento vs. banche retail). Il tema della pressione fiscale è più generale: nessuna impresa – se può trasferirsi – è disposta a rimanere in un paese dove deve pagare troppe tasse. Oggi, tramite le tecnologie informatiche, è possibile fare business ovunque: gli affari (che siano banche o meno) mal sopportano una pressione fiscale troppo alta.

La ragione è semplice: il rischio di impresa (bancaria o meno) deve essere remunerato adeguatamente, altrimenti nessuno avrà più l’incentivo a prenderselo, creando imprese e valore, anche nel settore finanziario, che rimane uno dei settori a più elevato valore aggiunto. Da ultimo: le banche sono imprese molto particolari: se non regolamentate tendono ad assumersi troppi rischi (è il loro compito trasformarli, dopotutto). Ma se eccessivamente regolamentate, non generano quel ritorno sufficiente ad avere il capitale sufficiente a fronteggiare eventuali crisi. Mai come in questo caso, la giusta misura è necessaria, anche se dobbiamo ancora trovare un aggiustamento.

Shares

Tags: , , ,



Autore
Laureato in Economia e Commercio, presso Università di Bologna. PhD in Economics presso la Yale University, PhD in Economia Politica, presso l'Università di Bologna. Docente universitario e utore di pubblicazioni internazionali ie nazionali n materia di macroeconomia e finanza. Già docente alla Johns Hopkins University Bologna Center, affianca alla ricerca e all'insegnamento in ambito accademico, un'attività consulenziale nei confronti di Banche, SGR in materia di macroeconomia e finanza. In questo ambito, è consulente permanente della Banca Centrale della Repubblica della Mongolia dal 2014. Editorialista del Corriere di Bologna dal 2007.
Commenta questo articolo