Quindicinale, Numero 56 - 15 novembre 2017

Italiani: popolo di viaggiatori, popolo di pendolari

Ritratto degli italiani in movimento per lavoro e del peso dello spostamento in busta paga. Intanto gli stranieri se ne vanno per disinteresse.
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C’era una volta l’Italia, Paese di naviganti e grandi esploratori.

Ancora oggi, per necessità più che per avventura o per piacere, gli italiani sono un popolo di viaggiatori. Si spostano soprattutto alla ricerca del lavoro. Da una parte, c’è chi fa una scelta di vita ed emigra: dal 2008 ad oggi, oltre mezzo milione di italiani ha lasciato l’Italia per mete professionalmente più appetibili (Germania, Regno Unito e Francia le destinazioni più battute, ma crescono anche gli Stati Uniti e soprattutto i Paesi arabi, il nuovo Eldorado dei piccoli artigiani).

Dalla fuga dei cervelli al fenomeno della “overeducation” o dell’“overskilling” (ovvero la distruzione di capitale umano che origina dal disallineamento tra il livello di istruzione di un lavoratore e le reali competenze richieste dall’impresa), sono molte le criticità che contribuiscono a mettere in moto i lavoratori. In tutto questo, c’è anche il rovescio della medaglia: tantissimi stranieri (si stima circa 300 mila) per le stesse ragioni hanno deciso negli ultimi anni di abbandonare l’Italia, ritenuta troppo poco attrattiva, per tornare nei Paesi di origine.

Desertificazione demografica: ce lo dice la statistica

I numeri complessivi, tuttavia, raccontano solo una parte del quadro: l’Italia, si sa, è la più efficace rappresentazione della media del pollo di Trilussa. Ciò che sta succedendo non vale a tutte le latitudini ma riguarda alcune aree specifiche del Paese, vittime di una desertificazione demografica che finirà per accentuare la consolidata frattura Nord-Sud. Secondo le più recenti previsioni dell’Istituto Nazionale di Statistica, sarà proprio il lavoro a guidare i grandi movimenti della popolazione nei prossimi decenni: lo spopolamento andrà infatti a colpire le aree meno prospere del Paese, innescando una spinta migratoria dalle regioni meridionali a quelle settentrionali che nelle dimensioni sarà paragonabile a quanto osservato a cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta.

Corsi e ricorsi storici: all’epoca del “miracolo economico italiano” si realizzò infatti la più imponente migrazione di massa della storia del nostro Paese e milioni di lavoratori si spostarono dal Mezzogiorno, abbandonando l’attività in agricoltura, in direzione delle grandi fabbriche del Nord. Qualcosa di molto simile è iniziato in questi anni e aumenterà nei prossimi: il saldo degli iscritti per trasferimento interregionale è fortemente negativo per quelle regioni dove il lavoro è sinonimo di emergenza (Campania -160 mila, Sicilia e Puglia -73 mila, Calabria -54 mila) e positivo per quelle che hanno tenuto botta durante la recessione e, più di recente, agganciato il traino della ripresa internazionale (Lombardia +103 mila, Emilia-Romagna +82 mila).

Chi è rimasto, d’altra parte, ha dovuto fare di necessità virtù, inseguendo il giusto equilibrio tra opportunità lavorative, famiglia e vita privata. Nei mesi scorsi l’lstat ha rilasciato, sulla base delle informazioni raccolte nel corso dell’ultimo censimento, uno strumento analitico di grande rilevanza: la matrice del pendolarismo, una miniera di informazioni che consente di esaminare in maniera approfondita le abitudini degli italiani nel tragitto casa-lavoro. L’analisi degli spostamenti a breve raggio per motivi di lavoro risente di molteplici fattori strutturali: le caratteristiche del tessuto economico locale, la conformazione del territorio, la disponibilità dei mezzi di trasporto e la qualità delle infrastrutture.

Alcune indicazioni di carattere generale.

In Italia il 54% degli occupati lavora nel comune di residenza, un privilegio che riguarda principalmente le grandi aree urbane (dove la quota si avvicina al 90%), mentre uno su tre si sposta ma resta entro i confini provinciali. Uno su dieci affronta tragitti anche più impegnativi, dentro (8%) o fuori regione (2,6%), ma con effetti negativi in termini di grado di soddisfazione per il lavoro svolto. Interessante notare come la disponibilità a spostarsi risulti più accentuata tra i lavoratori under 40: merito certamente delle forze delle energie fresche di cui beneficiano i più giovani, ma anche della consapevolezza che il mercato del lavoro di oggi non si presta a troppi compromessi.

L’auto si conferma il principale mezzo di spostamento degli italiani (la usa quasi il 70% dei lavoratori), anche perché, se si escludono alcune esperienze virtuose nelle città di maggiori dimensioni, mancano alternative adeguate alla mobilità privata: con un parco circolante comprensivo di 38 milioni di vetture, il nostro Paese sperimenta il tasso di motorizzazione più elevato d’Europa (62,4 autovetture ogni 100 abitanti), secondo soltanto a quello del Lussemburgo. Pur consolidandosi nelle aree metropolitane la tendenza ad abbandonare l’auto (il minor numero di auto per abitante si rintraccia a Venezia, Genova, Firenze e Milano, per effetto di una più ampia offerta di mobilità pubblica e del successo delle sperimentazioni di car sharing), il largo ricorso ai mezzi privati contribuisce a determinare elevati tassi di congestione: si stima che gli italiani, per recarsi sul luogo di lavoro, passino in auto 23 giorni l’anno (fonte: Osservatorio europeo della Mobilità), sprecando in coda quasi una settimana.

Il fine giustifica i mezzi pubblici?

Auto esclusa, i mezzi preferiti degli italiani sono autobus e metropolitana, seguiti dal treno. In tutta Italia, gli utenti abituali dei mezzi pubblici sono circa un decimo dei residenti (15% al Centro, 12% al Nord, 9% nel Mezzogiorno) e poco più di un terzo nei centri delle aree metropolitane: ancora troppo poco rispetto alle più avanzate esperienze europee (Germania e Regno Unito).

Laddove possibile, è pur vero che, a fianco delle modalità di spostamento più tradizionali, si stanno affermando nuovi stili di vita, orientati alla sostenibilità e al contatto con la natura: nell’ultimo anno i “mezzi di trasporto” più ecologici (la camminata e la bicicletta) hanno messo a segno l’incremento più sostenuto (+8,4% in media nazionale).

Quanto pesa lo spostamento in busta paga

A proposito dei tempi, per il solo viaggio di andata circa un terzo dei lavoratori impiega meno di 15 minuti, mentre la maggioranza (31%) riesce a rimanere entro la mezz’ora. Per un ulteriore 20% sono necessari fino a 45 minuti mentre quasi un decimo trascorre lungo il tragitto casa-ufficio più di un’ora: si stima che il costo medio per gli spostamenti sia pari al 5% della retribuzione annua, ma che per un lavoratore su cinque esso possa raggiungere e superare il 10% dello stipendio.

In generale, spostarsi paga sempre. Ma con alcune sorprese: secondo l’Osservatorio Statistico dei Consulenti del lavoro, per le professioni più “skillate” all’aumentare delle distanze cresce l’importo dello stipendio netto (+15% fuori provincia rispetto a quella di residenza e +30% scegliendo di lavorare all’estero). Eppure, i benefici maggiori vanno alle professionalità meno qualificate: l’incremento è del 25% fuori provincia e di quasi il 50% fuori dall’Italia.

Ma non è certo una passeggiata di salute: se Maometto non va alla montagna, tocca agli italiani andare al lavoro.

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Autore
Economista, lavora dal 2010 in REF Ricerche dove si occupa di analisi microeconomica dei mercati e di consumi delle famiglie. Laureato in Economia presso l'Università degli studi di Torino, ha conseguito il Master in Marketing e Comunicazione digitale della 24ore Business School. Giornalista pubblicista, scrive per Il Sole24ore ed è autore della rubrica Itinerari per la rivista InStore. E' direttore scientifico dei Dialoghi Eula, festival sulla buona politica che ha ideato nel 2014. Tecno-dipendente e libro-dipendente.
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