Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

Prendi i fondi e scappa

Un business da svariati miliardi sulla pelle dei miserabili del box cuffia e microfono
Prendi i fondi e scappa
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A quarant’anni se fai il co.co.pro. per un call center che futuro hai?
Inizialmente concepito come un sostentamento per le spese degli studi universitari, una sorta dei Pony express anni ’80, ora quello dei call center è un settore che accoglie ultra quarantenni schiacciati dalla crisi e fa la fortuna di imprenditori spregiudicati e onorevoli di lungo corso. Oggi rispondono anche persone in età pensionabile che non hanno i contributi necessari.

Giuseppe 45 anni, una moglie e due figli a carico venti anni da rappresentante per una grossa ditta, poi la crisi: “Avevo un lavoro che amavo, l’ammiraglia della Mercedes tutto era possibile, e sono finito a vendere tutto e a fare un lavoro che ti ammazza la testa in una mega struttura dove ti danno due lire e poi ti costringono a pagare il parcheggio un euro al giorno, cosi guadagnano pure su quello”, racconta. “Sarei pronto a fare qualsiasi altro lavoro, ma qui a Catanzaro e in Provincia non c’è niente. Avevo provato anche con società più piccole che sulla carta davano maggiori garanzie, ma poi niente tutte chiudevano e si trasferivano in Albania o peggio riaprivano con altri nomi e senza pagare gli stipendi. La parte dura è la vendita, stai in questi mega stanzoni con un casino in sottofondo che ti logora, devi vendere, gli utenti che ti insultano e tu mandi giù per sei sette ore, e sei pressato perché se non vendi ti mandano a casa. Che vita è”.

I numerosi benefici che lo Stato ha concesso al settore, più l’accesso ai fondi europei, invece che produrre sviluppo al sud hanno attirato il capitale corsaro che potendo abbattere il costo del lavoro riesce a fare incetta di commesse e, spremuto il limone, delocalizza accedendo agli ammortizzatori sociali. Quindi non solo non si crea sviluppo e posti di lavoro, ma lo Stato paga due volte. E non c’è freno vuoi per incapacità governativa, vuoi per la scaltrezza degli affaristi. In mezzo restano schiacciati una massa di schiavi alienati senza futuro e senza presente.

“Sotto elezioni nascono come i funghi in Sila”, Anna, marito operaio e due figli: “Prima della crisi con lo stipendio ci scialavo, poi ho perso il lavoro e per due mesi sono finita in un call center. Sulla carta era promettente. Poi stavo otto ore in cuffia e prendevo cinque euro a contratto chiuso. I turni erano di quattro ore, poi si cambiava. Io ne facevo due ma c’era chi ne faceva di più, si andava avanti fino a mezzanotte, in uno stanzone con quaranta postazioni, un casino bestiale, e senza pause se non a fine turno. Ovvio se avevi una urgenza ti potevi alzare, ma lo dovevi chiedere, anche solo per andare in bagno”. Se l’operaio consuma per se stesso il proprio tempo disponibile egli deruba il capitalista. (Karl Marx, Il Capitale – libro uno, sez.tre, cap.8). “Ora faccio la commessa, ho resistito poco perché ne andava di mezzo pure la vita familiare”. Sottolineo che per i co.co.pro. non sono previsti orari fissi, una sede di lavoro abituale ma soprattutto il contratto è legato ad un progetto specifico. “Ho capito, ma questo c’è da noi, o paghi le bollette o te ne vai”.

Tra sgravi contributivi per l’occupazione, borse lavoro e fondi strutturali europei, tante società hanno trasferito sede legale e business al Sud, per divorare commesse sgravi e fondi, attirati dai soldi facili e dall’azzeramento del costo del lavoro che in un settore come questo rappresenta più dell’80 per cento dei costi fissi. E ora l’emigrazione continua verso Est. Il gioco vale per la durata dei benefici, perché solo cosi possono aggiudicarsi le aste al ribasso ma, rotto il giocattolo o si chiude o si delocalizza, con buona pace delle politiche occupazionali e del Piano Marshall targato Bruxselles. Solo in Italia c’è questa malsana abitudine di sviare i fondi europei, in tutti i campi, per creare business privato e aumentare la forbice della disuguaglianza sociale.

La soluzione ci sarebbe. Fine dei fondi e degli sgravi per le aziende che delocalizzano, fine delle gare al massimo ribasso e continuità occupazionale in caso di cambio d’appalto, e denuncia per truffa ai danni dello Stato in caso contrario. Invece no. Si introducono nuovi correttivi legislativi. Ognuno ha la sua ricetta.

“Oggi è il giorno atteso da anni. Il #JobsAct rottama i cococo vari e scrosta le rendite di posizione dei soliti noti #lavoltabuona @matteorenzi”, recita un Tweet del premier Matteo Renzi del 20 febbraio 2015.

Gli inizi del 2015 sono stati segnati da varie agitazioni. La manifestazione di protesta in Campidoglio degli operatori del servizio informazioni del Comune di Roma. I dipendenti di Almaviva in piazza Politeama a Palermo. I dipendenti di Infocontact, che a Cosenza hanno bloccato la Salerno – Reggio e poi la statale tirrenica.
Contattato lo Studio Legale Caldaroni-Silvestrini di Roma sulla reale portata della norma rivoluzionaria, sulla carta, e sul relativo impatto che la riforma avrebbe avuto sulla stabilizzazione dei dipendenti dei vari call center abbiamo ricevuto un’amara sorpresa:

“Il decreto legislativo n. 81 del 15.6.2015, uno dei molteplici decreti attuativi del Jobs Act (rubricato “Disciplina organica dei contratti di lavoro e revisione della normativa in tema di mansioni, a norma dell’articolo 1, comma 7, della legge 10 dicembre 2014, n. 183”), all’art. 2, comma 1, stabilisce espressamente che “a far data dal 1° gennaio 2016, si applica la disciplina del rapporto di lavoro subordinato anche ai rapporti di collaborazione che si concretano in prestazioni di lavoro esclusivamente personali, continuative e le cui modalità di esecuzione sono organizzate dal committente anche con riferimento ai tempi e al luogo di lavoro”. In sostanza, viene disposta l’abolizione dei contratti di collaborazione a progetto (i cc.dd. co.co.pro) espressamente ricondotti alla disciplina prevista per i rapporti di lavoro subordinato, con conseguente estensione delle relative maggiori tutele garantite dalla legge ai lavoratori dipendenti.
La stessa norma, peraltro, al successivo comma 2, prevede alcune specifiche deroghe, con l’individuazione di determinate fattispecie per le quali continuerà ad applicarsi la previgente disciplina delle collaborazioni a progetto. In particolare, alla lettera a) vengono indicate “le collaborazioni per le quali gli accordi collettivi nazionali stipulati da associazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale prevedono discipline specifiche riguardanti il trattamento economico e normativo, in ragione delle particolari esigenze produttive ed organizzative del relativo settore”. Si tratta in concreto dei rapporti di lavoro dei call center che svolgono attività “outbound” (vale a dire i call center presso i quali i lavoratori effettuano telefonate per vendere beni e servizi): per tale categoria, infatti, nel 2013, è stato sottoscritto un contratto collettivo, con lo scopo di regolamentare le modalità di svolgimento delle prestazioni e garantire delle tutele minime ai lavoratori”.

La vigenza di questo contratto legittima, quindi, l’esclusione di tali collaborazioni dall’ambito di applicazione della disciplina per il lavoro subordinato e la sopravvivenza della forma contrattuale della collaborazione a progetto. In teoria, si ritiene che i collaboratori telefonici dei call center ricevano adeguate tutele e pertanto non necessitino di essere ricondotte alla fattispecie del lavoro subordinato. “Di fatto, tuttavia, l’esclusione di tale fattispecie contrattuale dall’applicazione della riforma operata con il Jobs Act sembra rispondere, piuttosto, all’esigenza di contenere il rischioso effetto collaterale di un drastico aumento di disoccupazione: è, infatti, evidente che l’obbligo di trasformare le attuali collaborazioni in rapporti di lavoro subordinato avrebbe indotto le aziende ad optare per la delocalizzazione, piuttosto che applicare il nuovo contratto c.d. a tutele crescenti, con il relativo aggravio in termini di costo del lavoro”. Quindi ci si è preoccupati più delle statistiche del tasso occupazionale che delle reali condizioni di sfruttamento dei lavoratori.

“A ben guardare il rischio che si corre è che la deroga legislativa in discorso e lo stesso contratto collettivo nazionale di categoria portino a legittimare la sopravvivenza di forme di subordinazione “mascherata” da collaborazione, laddove il “collaboratore” sia di fatto tenuto al rispetto di rigidi orari di lavoro stabiliti unilateralmente dal committente, all’esecuzione della prestazione nei locali aziendali appositamente adibiti, a comunicare eventuali assenze, ecc.. Peraltro, dalla lettura del contratto collettivo emerge come, pur rimanendo nell’ambito di una asserita collaborazione, appaiano legittimi l’individuazione di determinate fasce orarie per l’esecuzione della prestazione e, addirittura, il sostanziale venir meno di un progetto, che, per il CCNL, sussiste solo formalmente e consiste nella “specifica e singola campagna” promozionale di turno, mentre per la legge, addirittura, non deve neanche essere specificato. In conclusione, per escludere la subordinazione, è sufficiente dimostrare l’autonomia del lavoratore, che è ridotta ai minimi termini, essendo sempre ravvisabile, purché lo stesso non sia soggetto al potere direttivo datoriale.”

Una norma insomma che deliberatamente decide di lasciare fuori da una riforma tanto importante del mercato del lavoro una fetta sostanziale di dipendenti, che tra l’altro rappresentano lo zoccolo duro su cui si fonda il tema del rilancio del Sud che da decenni viene sventolato dai Governi di tutti i colori. Sarà lavoro, ma che lavoro è? E che futuro riserva.

Lo abbiamo chiesto ad un ex dirigente dello Stato, competente nella materia specifica. “Tutti questi nuovi contratti generati da una stratificazione impensabile di leggi e riforme, hanno creato un circolo vizioso nella storia contributiva di questi nuovi soggetti con contratti co.co.pro, part time e via dicendo. L’ultima riforma è chiara, l’estratto contributivo è un salvadanaio, più versi più prenderai alla fine della vita lavorativa. Un soggetto che si trova a quaranta anni con pochi contributi e un contratto part-time con una retribuzione ridicola, che cosa si potrà aspettare. Questa è una generazione senza futuro, che produrrà un onda lunga, sul medio lungo periodo, di trattamenti sociali, se esisteranno ancora, se il sistema avrà la forza di fronteggiare la spesa, in termini di Bilancio dello Stato”.

Ma che futuro è ?
Possibile che nessuno riesca a mettere un freno a questa situazione grottesca, oppure manca la volontà politica. Certo la strada intrapresa, al di là dei proclami, già ha perso lungo il cammino una fetta importante di lavoratori, quelli del sud soprattutto.

 

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Autore
Pubblicista dal 2010, laurea in psicologia del lavoro alla Sapienza di Roma, laurea tiennale in scienza della PA e specialistica in Scienza delle Amministrazioni alla LUMSA di Roma , master biennale di secondo livello in ingegneria gestionale alla Terza Università Tor Vergata di Roma, diversi corsi di specializzazione. Si occupa di politica, collaborando con diversi amministratori municipali e regionali in qualità di collaboratore esterno. Ha partecipato all'elezione, nelle ultime municipali, di un Consigliere del Municipio XII in qualità di portavoce e addetto stampa. Ha contestualmente collaborato nella segreteria elettorale di un candidato al Consiglio Regionale del Lazio. Attualmente firma articoli sulla rivista Liberart, cultura e spettacolo, e Previdenza Agricola, specifici sulla normativa di settore. Ha alle spalle anche collaborazioni giornalistiche su cronaca, politiche del lavoro e pensionistiche per diverse testate locali e nazionali.
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