Quindicinale n.39, 30 novembre 2016

Prendiamoci una pausa dal bon ton

Abbiamo chiesto a Daniele Lago, AD e direttore creativo di una delle più importanti aziende italiane di mobili di design, il suo punto di vista sul bisogno di informalità
Daniele Lago
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Quando lo chiamo, Daniele Lago è in macchina verso Udine: sta andando all’evento Conoscenza in Festa in un panel dedicato a Leonardo da Vinci e al suo ruolo di primo startupper della storia. Il tema che gli propongo per Senza Filtro è la pausa dai formalismi, argomento che lui stesso mi ha ispirato in un suo intervento dal pubblico durante l’ultimo seminario di Future Concept Lab. In quello che è spesso il tempio del lusso aveva espresso con grande forza la necessità di ritornare in empatia con il mondo reale superando i formalismi, per raggiungere il cuore dei bisogni in maniera più viscerale, accettando che a volte gli stessi siano più distanti dal bon ton (anche di natura estetica) di quanto siamo abituati a pensare.

Secondo te bisogna a volte rischiare di sembrare un po’ maleducati per rendere più agili i processi, soprattutto quelli creativi?
L’educazione è un valore che non metterei mai in discussione. Diciamo che serve essere un po’ monelli, irriverenti. L’informalità è un accelleratore di empatia; se tu togli le maschere ti esponi un po’ di più, ma questo ti permette di essere più veloce nell’individuare la direzione giusta e scartare le situazioni che si rivelano da subito non coerenti con il tuo modo di essere. Una volta potevamo permetterci più diplomazia ma oggi investire tempo in atteggiamenti formali non è vincente: se sei lento muori. Veloci e in rete: queste sono le condizioni di sopravvivenza, e la rete è il luogo dell’informale.

Quali sono i confini fra formalismo e educazione?
Senza dubbio il rispetto, che dev’essere diretto verso l’ambiente sociale e verso se stessi. Se vado a un matrimonio dove ci si aspetta un abbigliamento elegante e decido di andarci in infradito sto solo spostando l’attenzione su di me e la decisione non c’entra con l’essere autentici. Questo non toglie che se vado a una serata di gala il mio stile rimarrà quello che mi appartiene e cercherà di rispettare alcuni canoni estetici lasciando spazio ai miei. Il mondo ti carica di input e ti fa perdere di vista chi sei e quali sono i tuoi desideri. In questo senso le sovrastrutture rischiano di nascondere la parte più autentica e addirittura di farla dimenticare. I valori del rispetto contaminati da un 3% d’ irriverenza sono forse il cocktail più interessante.

Nei gruppi di lavoro cosa cambia? Si fanno molti corsi di formazione per educare all’assertività, con il rischio, secondo me, che spesso questa sia più recitata che praticata. Rimane innegabile però il ruolo della gentilezza nell’evitare i conflitti.
Un gruppo funziona se c’è empatia, e quella è legata molto di più al linguaggio non verbale delle persone che alle parole che si dicono. Dobbiamo lavorare più su noi stessi per riuscire a dire cose per cui abbiamo un reale feeling. Perché la creatività abbia più possibilità di svilupparsi in un team conviene rinunciare alla gerarchia. Ci sono due modi per gestire il nuovo: lo distruggo o lo accolgo. Quello che conta è avere l’onestà di fare cose che mettano in sincronia cuore e cervello, da lì può nascere il coraggio di andare contro il conformismo, che come dicevo non va visto con pregiudizio.

Il tema del coraggio è emerso anche nel tuo intervento al seminario di Future Concept Lab. Per prendersi una pausa dal bon ton ci vuole coraggio? Ti faccio l’esempio di chi interrompe gli altri per l’urgenza di un’idea: può essere interpretato come aggressivo e magari l’intenzione era invece quella di mettere più cose sul tavolo.
Occorre sostenere l’idea degli altri e lasciarle spazio, ma bisogna difendere con grande forza anche la propria. Io sono un sostenitore dei coraggiosi che buttano sul tavolo le idee e i problemi, ma se entro tre mesi non si è seminato niente bisogna ammettere che il nostro punto di vista non ha forza generativa e fare un passo indietro. Sul lato formale a me capita di avere una distrazione attiva che mi mette in condizioni di sfocalizzare l’idea degli altri e rifocalizzarla in un processo che ritengo molto utile per contaminare i punti di vista: la soglia di attenzione scende per accogliere. Un atteggiamento che a livello formale potrebbe portare a fraintendimenti.

La mia di attenzione scende quando parliamo di carezze verbali e lavoro gratuito, di Jovanotti e di anticorpi per i freelance, non perché non sia d’accordo ma perché devo ri-focalizzare. Daniele Lago dice che non è abituato a interviste così, e mi viene il dubbio di essere stata troppo poco formale. Dev’essere la voglia di prendermi una pausa dal mio ruolo di giornalista, hai visto mai che ci guadagni in empatia con il mondo. Però questa conversazione l’ho fatta proprio volentieri.

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Autore
Giornalista freelance, storyteller e curatrice di contenuti editoriali. Laureata in economia ha continuato il suo percorso con un master in comunicazione, un diploma di sceneggiatura, un corso di CSR Manager. Ha scritto per diverse testate (Wired, Sole24Ore, SecoloXIX, Markup, Gdoweek, Flair) e collaborato con alcune agenzie per la cura editoriale dei contenuti e il corporate storytelling. Pensa che l’unico modo per innovare sia comunicare e far comunicare rendendo accessibili le informazioni e offrendo senso alla loro complessità. L’ultima sfida è il network deep:z, uno studio di progettazione dei contenuti per la relazione con gli stakeholder.
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