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Quindicinale, Numero 65 – 13 giugno 2018

Prima di decidere, mettete il termometro

Oggetto inconsapevolmente saggio, il termometro rappresenta un atteggiamento di misurazione calma e avveduta degli eventi circostanti
termometro a mercurio
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Odio la fisica.

Da sempre. O meglio, dal liceo. E pur riconoscendone l’importanza non la comprendo, complice un Q.I. probabilmente non adeguato, o un carattere più da missione impossibile che da scienziato. Fatto sta che io, la fisica, la odio.

Apro un manuale e trovo che la fisica ha dei principi base che conosco da tempi remoti ma che adesso, con supponenza manageriale, reputo estranei alla mia vita aziendale. “Un corpo mantiene il proprio stato di quiete o di moto rettilineo uniforme, finché una forza non agisce su di esso”. È il primo principio della dinamica, detto anche “di Newton” o “legge d’inerzia”, o ancora “legge di Galileo”.

Devo dargliene atto, a Newton e Galileo. Oggi che mi ci fanno fare un post, sul fermarsi per decidere, devo dar loro atto che hanno ragione a tutto campo. Hanno centrato una verità che comprendo e con cui mi sono scontrato anche io.

Principi e termometri

Il principio che vale per i corpi vale anche per le menti e le anime di tutti coloro che si sudano il pane quotidiano in azienda, tra i corpi caldi e freddi di capi, colleghi, clienti e fornitori. Il principio dice che un corpo manterrà il suo stato, in assenza di forze che lo influenzino. A pensarci, funziona anche per il termometro non digitale.

Se vuoi prendere la temperatura di qualcosa, devi aspettare. Sennò lui ti dice quella che sentiva prima. Deve adattarsi, capire e acclimatarsi. Se hai troppa fretta, lui, da buon termometro, ti comunicherà un’informazione precisa ma non rappresentativa della situazione presente. Ti fornirà una notizia corretta, ma che si riferisce a una circostanza precedente.

Odio la fisica, perché ha ragione anche quando non mi piace.

Valori, cervello, emozioni

Io mantengo il mio moto anche dopo che le nuove forze entrano nella mia vita. Cambiano i frangenti e io reagisco, decido, faccio, senza aspettare quella pausa per acclimatarmi. Così strillo temperature, perfette se non fosse successo nulla, ma errate alla luce dei cambiamenti. Io, quando faccio il mio lavoro, mi divido in due: valori e cervello.

I valori ai quali mi richiamo per superare i bivi decisionali confusi e alla pari, dove non c’è un meglio o peggio; quelli in cui devo confrontare mele con pere e non c’è una bilancia, dove si vedrà di che pasta sono fatto e quanto sono capace di rischiare senza morirne.

Poi il cervello, che mi serve per tutte le altre decisioni magari complicate che devo prendere. Decisioni che abbisognano di dati e informazioni non facili da reperire, ma che da qualche parte ci sono o posso stimare. Mi sposto da un chiodo all’altro, in questa scalata, e di solito me la cavo; ma un terzo incomodo mi rovina spesso i piani. Anzi, dei terzi incomodi.

Le emozioni, che incredibilmente rispettose del primo principio mi si schiantano addosso, spostando la mia posizione bilaterale, tutta valori e cervello. La spostano, la modificano. A volte in bene, a volte in male; ma non la lasciano inalterata, e disegnano uno scenario in cui servirà che io mi resetti per poter prendere decisioni adeguate.

Spesso decido come se fossi l’incredibile Hulk, oppure una lucertola.

Il termometro e i suoi bisogni

Non conosco abbastanza la fisica e, odiandola, non ne tengo conto. Prendo la temperatura senza né raffreddarmi né riscaldarmi.

Se faccio il conto, il prezzo che pago per questa ignoranza è alto. A volte altissimo: in energie psichiche, fisiche e monetarie. Se non mi raffreddo o riscaldo; se non comprendo la nuova situazione; se sono un termometro che rimane confinato nel passato, deciderò male.

Ho bisogno di tempo. Per riflettere, adattarmi, capire, e poi segnare il dato e decidere. E se di tempo non ne ho?

Allora ho bisogno di metodo. Ho bisogno di una pompa di calore, che mi porti alla giusta temperatura più in fretta. Se non hai mai corso a perdifiato, sudato per le flessioni, nuotato come un salmone o meditato sul niente, non conosci le pompe di calore che le persone più in gamba di me hanno inventato per adattarsi alle nuove spinte cosmiche. E se non mi piacesse nulla di tutto ciò?

Allora ci sono le domande. Che mi tengo sempre davanti, così non scappo. Tre riflessioni che dovrei fare prima di dire qualsiasi cosa e che una persona a cui devo gran parte della mia carriera mi ha regalato il giorno in cui ho perso un cliente per noi molto importante.

Questa cosa ha bisogno di essere decisa?

Questa cosa ha bisogno di essere decisa da me?

Questa cosa ha bisogno di essere decisa da me, adesso?

Il pronto soccorso della tua esistenza

Non tutto dipende da me, e se anche fosse non esiste un motivo preciso per cui debba essere determinata immediatamente.

La mia fretta, come quella di tanti, è uno stigma della gioventù, quando tutto mi appariva urgente. La scelta della facoltà mi sembrava urgente quanto quella di andare a trovare la mia fidanzatina. Infatti mi iscrissi alla stessa facoltà che piaceva a lei. Scelta fortunata, sulla lunga distanza, più per le mie capacità “surfistiche” che per un piano intelligente.

Poi cresci e inizi a distinguere, o almeno così dovrebbe andare.

Se ti va bene impari qualcosa: impari a capire da chi viene la richiesta e se ha un reale bisogno di urgenza. Una specie di triage del pronto soccorso:

  • Pericolo di vita?
  • Pericolo che si aggravi?
  • Nessun pericolo ma prima o poi bisogna intervenire?
  • Nessun pericolo, stretta mano e via a casa?

Sei il primario del pronto soccorso della tua esistenza. Quello che poi i parenti della vittima citano per incapacità, o che osannano se il familiare si salva. Aspetta un poco: questo ruolo si crea da sé. Apprendi molto facendo il soccorritore agli incroci della tua vita.

Tirocinio di sopravvivenza

Prima impari a sospendere il giudizio e raccogliere le idee. Stai zitto: pensi e osservi, osservi e pensi. Impari a guardare le cose per quello che sono, il più possibile, senza addolcirle, ma senza renderle troppo drammatiche. Impari a chiedere consigli, a prenderti la responsabilità di selezionare quelli più adatti a te. Impari a definire quali sono le decisioni che vengono da altri e quali vengono da te. A chiederti chi beneficerà e chi invece starà male per quello che decidi. E anche in questo caso, impari a prendertene la responsabilità.

Soprattutto, impari a mettere qualsiasi richiesta in una prospettiva che tenga conto del tuo disegno di vita personale, sfuggendo all’emotività che rende ogni cosa drammaticamente urgente, così pressante da farti dimenticare tutto ciò che dovresti fare per essere davvero più felice.

Serve fermarsi. Pensi e osservi, osservi e pensi. Poi decidi.

E un po’ alla volta decidi solo le volte che serve, e quelle sono le volte che, assieme al fato, definiscono il tuo destino.

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Autore
Manager e scrittore. Nato nel 1964 a Bassano del Grappa (Vi), dopo la laurea in Economia presso l’Università di Cà Foscari incontra alcune grandi aziende, tra cui Adidas e Diesel. Attualmente è consulente di Direzione del Gruppo OTB per le strategie di Employer Branding. Tra i suoi successi editoriali, "Dovresti tornare a guidare il camion Elvis" (Ed. FrancoAngeli).
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